Mentre gli economisti lanciano l’allarme sulla disoccupazione della Generazione Z, una nuova ricerca richiama l’attenzione su un fenomeno meno visibile ma potenzialmente ancora più preoccupante: i lavoratori della Generazione X che scelgono o sono costretti ad andare in pensione anticipata, pagando un prezzo elevato in termini di declino cognitivo.
Secondo un’analisi pubblicata nell’aprile 2025, circa il 35% dei lavoratori disoccupati da oltre 24 settimane ha più di 55 anni. Negli ultimi 35 anni, inoltre, l’età pensionabile – soprattutto per gli uomini – si è progressivamente abbassata, con circa la metà dei pensionati che afferma di aver scelto volontariamente di smettere di lavorare.
Dal punto di vista economico, i rischi sono significativi. Pochi pensionati possono contare su una pensione integrativa oltre ai benefici della Social Security americana. Considerando che l’assegno medio annuo è di circa 18.000 dollari, molti decidono di richiederlo prima dell’età che garantirebbe il massimo beneficio, percependo importi sensibilmente inferiori andando in pensione a 62 anni invece che a 70.
Il lavoro protegge anche il cervello
Ma il problema non riguarda soltanto il reddito. A essere messa a rischio è anche la salute cognitiva. Un working paper pubblicato a maggio dal National Bureau of Economic Research (NBER) ha rilevato che, tra gli americani di età compresa fra 51 e 75 anni, l’uscita dal mercato del lavoro è associata a un peggioramento delle capacità cognitive, mentre la permanenza nell’occupazione contribuisce a mantenerle più a lungo.
In passato diversi studi avevano già individuato una correlazione tra pensione anticipata e declino cognitivo. Gli economisti della University of California, Irvine, però, hanno cercato di dimostrare un vero e proprio rapporto di causa-effetto.
Per farlo hanno analizzato i dati di circa 40mila partecipanti all’Health and Retirement Study (HRS) dell’Università del Michigan, uno studio longitudinale che monitora nel tempo, tra le altre variabili, le capacità cognitive dei partecipanti. I ricercatori hanno poi incrociato queste informazioni con i dati del County Business Patterns del Censimento degli Stati Uniti, osservando come le funzioni cognitive cambiassero in seguito a forti shock della domanda di lavoro.
Il risultato è stato netto: dopo periodi caratterizzati da significative perdite occupazionali, i punteggi relativi alle capacità cognitive registravano un calo sostanziale.
Per David Neumark, professore di Economia alla UC Irvine e coautore dello studio, il messaggio è chiaro: esiste un motivo in più per trattenere la Generazione X nel mercato del lavoro.
“Questo rappresenta un’ulteriore ragione per riflettere seriamente sulle conseguenze di un forte calo dell’occupazione su larga scala”, ha dichiarato Neumark a Fortune. “È probabilmente questa la fascia di popolazione per cui gli effetti potrebbero essere più gravi”.
Il declino cognitivo pesa anche sull’economia
Le conseguenze della pensione anticipata non riguardano solo i singoli individui, ma anche i conti pubblici. “Il declino cognitivo è estremamente costoso”, sottolinea Neumark.
Secondo un’analisi della University of Southern California, nel 2025 il morbo di Alzheimer e le altre forme di demenza – spesso precedute proprio da un deterioramento cognitivo – costeranno all’economia americana circa 781 miliardi di dollari. La cifra comprende sia le spese di assistenza sia la perdita di reddito dei pazienti e dei caregiver costretti a ridurre o interrompere l’attività lavorativa.
Anche la stima più prudente dell’Alzheimer’s Association prevede costi sanitari diretti e di assistenza a lungo termine compresi tra 384 e 409 miliardi di dollari nel biennio 2025-2026, ai quali si aggiungono oltre 413 miliardi di dollari di assistenza informale non retribuita.
Come spiega Neumark, il trattamento del declino cognitivo è spesso molto lungo perché si tratta di una condizione con cui è possibile convivere per anni, e non di una malattia che porta rapidamente al decesso.
Una popolazione più anziana e meno attiva rallenta la crescita
I costi sanitari si sommano agli effetti economici di una popolazione sempre più anziana e meno presente nel mercato del lavoro.
Uno studio del 2016 stimava che, tra il 2016 e il 2026, la crescita annua del Pil statunitense sarebbe rallentata dell’1,2%proprio a causa dell’invecchiamento demografico. Circa un terzo di questo rallentamento deriverebbe dalla riduzione del numero di lavoratori anziani e quindi della produzione complessiva. La parte restante, invece, sarebbe legata alla minore produttività media dei lavoratori più anziani.
Più flessibilità per trattenere gli over 55
Secondo Neumark esistono comunque margini di intervento per favorire una permanenza più lunga degli over 55 nel mercato del lavoro.
Negli Stati Uniti, ad esempio, circa il 28% dei beneficiari del programma di Social Security Disability Insurance (SSDI) tenta di tornare al lavoro entro dieci anni dall’inizio delle prestazioni. Se per alcuni il rientro è impossibile a causa di disabilità permanenti, altri potrebbero ottenere un reddito superiore lavorando rispetto a quello garantito dal sussidio.
Oltre ai programmi di riqualificazione professionale già esistenti, il professore propone politiche del lavoro più proattive, come orari flessibili, modalità di lavoro adattate alle esigenze dei lavoratori senior e programmi di pensionamento graduale.
Infine, una maggiore consapevolezza dei rischi associati alla permanenza fuori dal mercato del lavoro – dall’aumento della probabilità di declino cognitivo fino allo sviluppo di patologie neurodegenerative – potrebbe influenzare le decisioni di chi sta valutando un’uscita anticipata. “Abbiamo un certo margine di intervento sia per evitare che le persone perdano il lavoro sia per aiutarle a reinserirsi rapidamente, qualora questo accada”, conclude Neumark.
L’articolo completo è disponibile su Fortune.com
