Il dibattito sportivo resta centrale, ma oggi il pubblico cerca anche fragilità, retroscena e autenticità nei protagonisti, ne parliamo con Giorgia Rossi.
I social hanno cambiato tutto, anche il modo di raccontare lo sport. Immediatezza delle notizie, nuovi linguaggi, piattaforme digitali e contenuti sempre più personalizzati hanno trasformato il rapporto tra pubblico, atleti e giornalisti. Eppure, in un panorama in continua evoluzione, il calcio continua a mantenere un ruolo centrale nell’immaginario collettivo italiano, pur dovendo confrontarsi con la crescita di altri sport come il tennis. Con Giorgia Rossi, giornalista sportiva di Dazn, abbiamo parlato di come sta cambiando la narrazione calcistica, del ruolo della credibilità nell’era dei social, dell’importanza di ‘umanizzare’ gli atleti e della necessità di costruire contenuti sempre più vicini alle persone.
Com’è cambiato negli ultimi anni il modo di raccontare il calcio?
Sicuramente molto, anche per l’impatto dei social e dell’immediatezza che ne è derivata. Oggi ogni club ha i propri canali online e questo ha inevitabilmente modificato il lavoro di chi racconta lo sport. Ci sono aspetti che prima erano centrali e che oggi sono passati in secondo piano, proprio perché le informazioni arrivano in tempo reale, spesso direttamente dai protagonisti.
Gli stessi giocatori comunicano in prima persona, condividono aggiornamenti, contenuti, momenti della loro vita. Questo ha cambiato anche il modo di coinvolgere il pubblico. Quando si racconta un evento, spesso si arriva dopo rispetto a un flusso continuo di notizie, quindi bisogna trovare nuove chiavi di lettura. Quello che però resta sempre molto forte è il dibattito sportivo, le opinioni differenti. La passione e anche una certa rivalità, che mi auguro sempre sana, sono rimaste intatte nel tempo. Credo, poi, sia importante raccontare anche il lato umano, non solo quello professionale, degli atleti.
In un contesto in cui tutti commentano e tutto è immediato, come si costruisce oggi credibilità nel racconto sportivo?
La base resta la preparazione. È fondamentale studiare, approfondire i temi tecnici, tattici e mediatici che poi raccontiamo e analizziamo. Noi, che ci occupiamo del settore, facciamo uno step in più: non ci limitiamo a riportare quello che accade, ma cerchiamo di interpretarlo. La credibilità passa da lì, ma anche dalla capacità di avere intuizione e di trovare il giusto modo di comunicare. Oggi il linguaggio è diventato più diretto, più vicino alle nuove generazioni, senza perdere però qualità e contenuto.
Per molto tempo il mondo sportivo è stato ‘calcio-centrico’. Oggi, con la crescita di altri sport come il tennis, questa centralità è in discussione?
Non credo. Il calcio resta uno sport che unisce e divide allo stesso tempo, è quasi una fede in Italia. Detto questo, è vero che qualcosa è cambiato. Il fatto che la Nazionale non partecipi ai Mondiali da tre edizioni ha inciso, soprattutto sui più giovani. Allo stesso tempo, abbiamo figure come Jannik Sinner che stanno portando tanti ragazzi ad avvicinarsi al tennis. È normale che i giovani si appassionino ai grandi protagonisti del momento. Quindi c’è stata un’evoluzione, ma il calcio resta centrale. Piuttosto, deve continuare a evolversi per mantenere il legame con le nuove generazioni.
Come è cambiato il pubblico e, di conseguenza, il modo di offrire contenuti sportivi?
Oggi, grazie alla tecnologia, c’è la possibilità di seguire un evento in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo. Piattaforme come Dazn hanno rivoluzionato le abitudini: puoi vedere una partita o un approfondimento da telefono, tablet o computer ovunque tu sia.
In parallelo sono cresciuti anche i contenuti di approfondimento e i format che raccontano il ‘dietro le quinte’, permettendo di scoprire dettagli che durante il live sfuggono. Anche i podcast stanno vivendo una crescita enorme, perché consentono di ascoltare storie più profonde e articolate. C’è una voglia crescente di andare oltre la superficie e capire chi sono davvero i protagonisti dello sport. Io stessa ho creato un format, Giorgia’s secret, per andare a scoprire cosa c’è dietro il personaggio, le crepe, le cadute e i punti di forza. È qualcosa che avvicina molto il pubblico e che rende più ‘umano’ l’atleta.
Come nasce ‘Giorgia’s Secret’?
Proprio dall’esigenza di andare oltre la superficie del racconto sportivo. Spesso ci concentriamo molto sull’attualità, sulle partite, sui risultati e sui grandi protagonisti, ma meno su quello che c’è dietro la costruzione di una carriera o sulle difficoltà personali che questi atleti hanno affrontato. Io sentivo la mancanza di un racconto più umano, più intimo e diretto. L’idea del format è quella di restituire complessità a figure che spesso vengono descritte solo attraverso il successo o i traguardi raggiunti. È una chiacchierata più che un’intervista: cerco di essere quasi la voce del popolo, di chi vuole capire cosa c’è dietro il personaggio, quali fragilità o momenti difficili abbiano contribuito a costruire quella persona. Questa prima stagione è composta da otto episodi e abbiamo coinvolto protagonisti come Pierluigi Collina, Igli Tare, Diego Milito, Claudio Marchisio e Alessandro Nesta.
Per una donna raccontare il calcio è ancora una sfida?
Io non amo generalizzare. Prima di essere una donna sono una persona e come tale mi confronto con il mio lavoro: se faccio bene lo riconosco, se sbaglio cerco di migliorare.
È chiaro che il calcio è storicamente seguito soprattutto dagli uomini, anche se negli ultimi anni sono cresciute molto le professioniste in questo ambito. La diffidenza che c’era in passato oggi è meno marcata. Anzi, credo sia importante non continuare a sottolinearla troppo, perché non aiuta le donne in primis.
Come immagina il racconto dello sport nei prossimi anni?
Spero che non venga sostituito dall’intelligenza artificiale, altrimenti scompariamo tutti. Scherzi a parte, lo immagino sempre più tecnologico, ma mi auguro che l’aspetto umano resti centrale.
Il racconto sportivo deve mantenere la sua essenza: la preparazione, il lavoro dietro ogni evento, la capacità di coinvolgere chi guarda. Tecnologia sì, ma senza perdere quella dimensione umana che è ciò che rende lo sport così vicino alle persone.
L’articolo originale è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di giugno 2026 (numero 5, anno 9)
