18 Luglio 2018

Flat tax? Effetti rischiosi per il sistema economico

Francesco Chierchia

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Una delle misure bandiera del Governo Lega-M5s è una flat tax basata sull’applicazione di due aliquote ‘uniche’ (rispettivamente del 15 e del 20%) in base al reddito. Ma ad oggi quali sarebbero le conseguenze di una riforma strutturata come quella proposta da M5S e Lega? La flat tax può rappresentare davvero la giusta via da percorrere in tema fiscale? Di cosa avrebbe davvero bisogno il sistema tributario del Paese? Lo abbiamo chiesto all’avvocato Francesco Giuliani, partner dello Studio Fantozzi, tra i massimi esperti in diritto e contenzioso tributario.

Come definirebbe l’attuale sistema tributario italiano?

Lo definirei, utilizzando le parole immortali del Sommo Poeta, “una selva oscura”.

Quali crede siano le principali criticità del sistema? E quali potrebbero essere le strade per avviarne la revisione?

La principale criticità del sistema è la sua eccessiva complicazione, che deriva da una stratificazione di normative succedutesi nel tempo che rendono difficile orientarsi anche per noi tecnici e pongono l’imprenditore diligente in uno stato di ansia perenne. La libertà di autodeterminarsi nelle proprie scelte economiche e imprenditoriali – libertà che ha un fondamento costituzionale nel diritto al lavoro (art. 35 ss. Cost.), nella libertà di intrapresa economica (art. 41 Cost.), nella riserva di legge in materia tributaria (art. 23 Cost., cui fa da necessario corollario la irretroattività della norma impositiva) – è fortemente minata, tanto da essere quasi ridotta a simulacro formale di un diritto sostanzialmente negato. L’imprenditore si scontra spesso con normative complicate, soggette a interpretazioni discrezionali complesse, che lo pongono sul banco degli imputati (anzi, degli evasori). Può accadere magari che egli pur avendo fatto applicazione di una norma in modo fedele all’orientamento interpretativo dell’erario nel momento in cui è posto in essere il comportamento, non si trovi in linea con l’interpretazione della medesima norma, data dal medesimo ente, tre anni dopo, quando l’imprenditore subisce l’accertamento.

Sulla scena europea crede ci sia qualche Paese che possa esser preso come modello da seguire?

Un modello da seguire per quanto concerne la semplificazione è senza dubbio l’Estonia, definita l’ “E-Country”, il Paese elettronico. L’Estonia è la dimostrazione che la semplicità e prevedibilità del sistema sono molto importanti. Ciò vale anche dal punto di vista del merito: il sistema fiscale estone, ad esempio, prevede che l’imposizione sulle imprese sia di fatto sospesa sino al momento dell’eventuale distribuzione degli utili. Insomma, si tratta di un sistema strutturalmente costruito per agevolare il reinvestimento delle risorse nella crescita aziendale. In Italia abbiamo una miriade di agevolazioni per gli investimenti (alcune dimostratesi molto efficaci, altre meno) con una complessità applicativa e un costo di compliance per lo Stato e per le imprese notevole. L’Estonia ha scelto la semplicità e l’utilizzo del sistema fiscale per favorire la crescita economica, basti considerare, a esempio, che l’utile reinvestito in azienda non viene di fatto tassato.

Negli ultimi anni quanto hanno influito sull’economia italiana gli stringenti vincoli tributari?

Il carico tributario è una variabile fondamentale nella struttura del tessuto economico. L’Italia negli ultimi anni ha mostrato le solite e ancestrali debolezze nella perdurante incertezza nell’applicazione del diritto tributario, nella non-giustizia che deriva dai limiti – anche costituzionali – dell’attuale processo tributario, per riformare il quale sto coordinando all’interno dell’associazione Italiadecide un tavolo formato da magistrati di Cassazione, del Consiglio di Stato, professori, avvocati. L’obiettivo della ricerca consiste nell’individuazione di un insieme di suggerimenti da mettere a disposizione del Parlamento che di recente, anche in quest’ultima legislatura, ha manifestato interesse sul tema.

In quest’ottica cosa servirebbe, dal punto di vista giuridico-fiscale, per rilanciare imprese ed investimenti nel Paese?

Nel breve-medio periodo, bisognerebbe partire da ciò che ha funzionato e lavorare per migliorarlo: le misure del pacchetto industria 4.0 hanno prodotto ottimi risultati. Si può sostenere che abbiano “trainato” l’economia Italiana negli ultimi anni. Occorre consolidarle, rafforzarle e affinarle dove ancora non hanno raggiunto il giusto grado di efficacia (penso al Patent Box per le PMI che vogliono utilizzare in via diretta nell’azienda un bene di proprietà intellettuale e che sono frenate nello sfruttare la misura dall’eccessiva complicazione dei calcoli necessari a giungere a un accordo con l’agenzia delle entrate).

Uno dei temi di maggiore attualità politico-economica è rappresentato dalla flat tax. Cosa pensa della nuova misura nei piani del Governo?

Sulla flat tax mi sono pronunciato in diverse occasioni in senso negativo. Nella società moderna, in modo eclatante in Paesi come gli Stati Uniti e la Cina, e – seppure in misura minore – anche in Italia, la forbice tra gli immensamente ricchi e gli altri si allarga sempre di più. Abbiamo da tempo superato la “regola morale” elaborata da Adriano Olivetti, secondo la quale il più alto in grado dei dipendenti di una azienda non avrebbe dovuto guadagnare più di 10 volte lo stipendio di un operaio. Forse un suo parziale superamento ha anche senso in un mondo nel quale il mercato è diventato globale e un bravo manager può “creare valore” in modo esponenzialmente maggiore rispetto al valore creato da un operaio generico, ma certo non ha senso in questa fase di rimodellamento globale dell’economia ridistribuire il carico tributario a favore dei più ricchi. Utilizzo il verbo “ridistribuire” perché la flat tax diminuisce il gettito statale, ma di questa diminuzione beneficia il 70-80% delle classi più benestanti. La nostra società va incontro nel medio periodo a una rivoluzione guidata dal progresso tecnologico. Non si può pensare di gestire questo cambiamento con una riproposizione della “trickle down economics” di Thatcheriana e Reganiana memoria. Buona parte dei lavoratori a basso reddito rischiano di restare senza lavoro, la spesa pubblica improduttiva va abbattuta, il fisco va semplificato, le imposte andranno certamente abbassate per tutti, ma il frutto di questa redistribuzione di gettito deve essere in primis destinata ad aiutare i poveri e la classe media, deve essere utilizzata per far ripartire il c.d. ascensore sociale. In caso contrario insieme alla crisi migratoria dovremmo gestire una nuova crisi del proletariato del nuovo millennio, dove il “nemico”, stavolta non sarà fuori dai nostri confini, ma saranno i nostri vicini, parenti, amici esclusi dal mercato del lavoro e senza speranza.

Quali conseguenze potrebbe avere il provvedimento sull’economia reale del Paese?

Il rischio per il Paese non è legato tanto alla misura in sé, che riducendo le imposte per tutti (molto di più per i ricchi, molto di meno per i poveri) qualche impatto positivo sull’economia potrebbe anche averlo. Il rischio è legato agli effetti prodotti sul sistema economico: dalla riduzione di gettito che conseguirebbe all’introduzione di una tale misura (dai 20 ai 100 miliardi di euro, secondo studi recenti) al potenziale sforamento dei parametri europei, fino a un conseguente riaccendersi della speculazione e al crescere del famigerato “spread” tra il costo del nostro debito e quello tedesco.

Contestualmente, ci potrebbero essere altre vie da percorrere per una riforma fiscale? E nel caso quali?

L’unica via per migliorare questa situazione in modo definitivo sarebbe una riforma globale, complessiva del sistema tributario, che vada nel senso della semplificazione. Un mio pallino da sempre è che serva una vera e propria “codificazione” della materia tributaria. Un approccio organico che comprenda tutti i tributi, l’accertamento, la riscossione, le sanzioni, la giustizia.

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