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Investimenti, le imprese italiane guardano alla Spagna

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Sempre più imprese italiane scommettono su progetti all’estero, soprattutto lì dove il peso della burocrazia è più sopportabile. E uno dei Paesi di maggior attrazione è sicuramente la Spagna, dove nel solo 2017 sono stati investiti oltre 200 milioni di euro. Da anni in terra iberica sono attive realtà specializzate nel facilitare l’inserimento delle aziende in un quadro economico-normativo a loro sconosciuto, e tra queste si posiziona Maio Legal, studio legale con sedi a Madrid, Siviglia, Vigo e Città del Messico. Dai rapporti con la burocrazia a quelli con il fisco, il sistema bancario e gli organismi regolatori, Maio Legal semplifica gli investimenti stranieri in tutti i principali settori dell’economia e, per conoscere le attuali direttrici di investimento tra Italia e Spagna, abbiamo intervistato uno dei suoi avvocati fondatori, Marco Bolognini.

Cosa pensa della situazione politico-economica che sta attraversando attualmente l’Italia?

La sensazione che ho, al di là di commenti prettamente politici, è di precarietà. La “strana coppia” Lega-M5S oggi al governo non è facilmente intellegibile e non promette di essere un matrimonio durevole. Dunque, incertezza, precarietà e progettualità a breve termine sono le cifre di quest’epoca politica ed economica.

Lato imprese, invece, che percezione si ha del Belpaese in Spagna?

Ci sono due versanti. Da un lato, c’è l’Italia in cui investire, ed è un Paese percepito come amico ma complesso, sia per le note lungaggini burocratiche applicabili a numerosi ambiti, sia per la sensazione – diffusa in Spagna – che in Italia la certezza e solidità delle norme non siano così granitiche come il sistema economico richieda. Dall’altro lato, c’è invece l’Italia che investe in Spagna, sia con macro-operazioni come Endesa e Abertis (in parte “fraintese” da certi settori protezionisti della società spagnola), sia con investimenti di piccola e media entità che sono invece sempre ben ricevuti. Ad ogni modo, l’Italia come sede d’investimento resta a tutt’oggi un ricorrente oggetto del desiderio per gli imprenditori spagnoli.

I recenti annunci fatti dal ministro Di Maio in tema di delocalizzazioni stanno avendo qualche impatto sulle iniziative imprenditoriali da e verso il territorio iberico?

Francamente, al momento non credo. La credibilità si costruisce col tempo, anche se è vero che si perde facilmente. Spero, per il bene dell’Italia, che il Sistema Paese sappia dimostrarsi all’altezza della competizione mondiale.

Secondo le stime fornite di recente dal Financial Times, la Spagna sta rapidamente crescendo in termini di Pil, e ben presto sorpasserà l’Italia. Cosa ha portato ad un risultato simile?

I tassi d’interesse bassissimi hanno molto aiutato l’economia spagnola, che ha saputo approfittarne. Le banche si sono rapidamente riattivate e le forme alternative di finanziamento (per le start-up ma anche per le piccole e medie imprese), hanno creato un sano ecosistema di concorrenza tra players. Inoltre, come già rilevato recentemente nel corso del Forum Ambrosetti, le esportazioni sono e saranno il principale motore della crescita spagnola. Se aggiungiamo poi un mercato del lavoro in netta ripresa e un fattore che definirei quasi di “psicologia collettiva positiva” che porta all’aumento dei consumi interni, ecco che abbiamo i principali ingredienti della ricetta. Le regioni che meglio si comporteranno in termini di crescita? Comunidad di Madrid e Paesi Baschi su tutte. Speriamo che il trend sia sostenibile nel tempo.

Ad oggi quali sono le differenze sostanziali tra Roma e Madrid in termini di politiche e provvedimenti per la crescita?

Guardi, ci sarebbe da sfatare un mito: la Spagna non è il Paese di Bengodi, con un fisco estremamente favorevole e incentivi a man bassa e magari a fondo perduto. Però in Spagna c’è minor complessità burocratica delle pratiche di avvio di un’attività, sia essa artigianale, turistica o industriale. Inoltre, l’interlocuzione con le amministrazioni locali per i progetti più significativi è spesso più semplice di quanto non sia in Italia. Il sistema di organizzazione territoriale, a forte carattere regionalista, potenzia le facoltà e competenze delle “comunidades autonomas” e dei comuni sia in ambito fiscale, sia in quello autorizzativo e di sostegno alle imprese con misure di appoggio logistico e finanziario. In generale è un sistema che funziona bene, amico delle imprese. L’italiano che però arriva in Spagna per fare business deve essere ben consigliato e muoversi – come sempre all’estero – in modo consapevole. Così facendo potrà trarre grandi soddisfazioni.

Sempre più imprese italiane stanno decidendo di investire in Spagna, come si è evoluto questo trend?

E’ un trend certamente positivo, come attestano i recenti dati di import-export tra i due Paesi. Nello specifico, nel periodo da gennaio ad aprile di quest’anno, le esportazioni dall’Italia verso la Spagna sono cresciute del 6,7% rispetto allo stesso periodo del 2017, fino a raggiungere un volume pari a quasi sette miliardi di euro nel primo quadrimestre. Inoltre, gli investimenti diretti realizzati da operatori italiani in terra iberica nel corso del 2017 hanno raggiunto i 212 milioni di euro, cifra che rappresenta un incremento del 16,4% rispetto agli investimenti diretti del 2106. Le attività industriali di fabbricazione di beni e macchinari sono state le grandi protagoniste della crescita.

In quest’ottica sarebbe possibile per l’Italia, al fine di rilanciare un percorso di crescita, adottare misure simili a quelle attuate dal Governo spagnolo?

Certamente, ma per farlo ci vogliono coesione sociale e volontà politica. Vanno adottate (o mantenute, per quanto concerne il Paese iberico) misure di incoraggiamento all’impiego, senza vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto quando si parla di flessibilità del mercato del lavoro. Vanno quindi stimolate le banche affinché sostengano sempre più la crescita delle imprese, bisogna varare piani realistici di riammodernamento industriale con l’appoggio convinto delle istituzioni e delle leggi. Ma le leggi non possono essere cambiate a ogni piè sospinto e qui ritorniamo al bisogno di certezza del diritto e affidabilità di alcune fondamentali regole condivise che fa della Spagna una nazione che dà garanzie a chi intraprende. Sul fronte spagnolo, è ipotizzabile che il nuovo governo socialista capitanato da Pedro Sánchez conservi quanto di buono è stato realizzato dal suo predecessore Rajoy e migliori invece gli aspetti meno convincenti del suo operato.

Ad oggi in quali settori le imprese italiane sono maggiormente in difficoltà? E dove invece ci sono ancora possibilità di crescita ed espansione?

Le imprese italiane soffrono il low-cost, la concorrenza cheap, a basso valore aggiunto. L’alta qualità e anche la piacevolezza estetica sono cifre caratteristiche e storiche dei manufatti, beni e prodotti italiani, siano essi vestiti, mobilio, macchinari industriali. La ricerca, l’innovazione e lo sviluppo dovrebbero essere le principali aree d’investimento per le nostre aziende, che debbono scommettere sulle migliorie tecniche (tecnologiche) e sugli aggiornamenti – diciamo – estetici e funzionali dei prodotti. In Spagna però l’Italia mantiene una posizione ragguardevole: c’è un generale apprezzamento per i prodotti italiani, anche al di là delle categorie classiche che rappresentano il nostro Paese (abbigliamento, food, ecc.). Siccome è molto apprezzata la creatività italiana a 360º e la crescita spagnola permette di essere ottimisti, suggerirei di puntare su prodotti industriali innovativi, a forte componente tecnologico. Il prezzo, in questi casi, non è il fattore determinante. Sono certo che il mercato spagnolo possa positivamente recepire un’offerta di qualità proveniente dall’Italia.

Quale potrebbe essere secondo lei un percorso da intraprendere per avviare una ripresa?

In un certo senso alcuni indizi li abbiamo già dati. I fattori determinanti per poter avviare una ripresa ricomprendono sicuramente la semplificazione burocratica, la certezza del diritto (e dunque la non mutabilità delle norme a breve termine), la fiducia nel futuro e nella possibilità di crescere (che è oggi forse la più grande differenza tra Spagna e Italia: a Madrid le persone “ci credono”, a Roma c’è rassegnazione al declino) e l’adozione di una serie di misure strutturali che garantiscano più impiego (anche se flessibile), più innovazione, più ricerca e un fisco più logico. E poi deve cambiare il paradigma: l’imprenditore non è un evasore in potenza ma è, al contrario, il principale motore dell’economia di un Paese, e come tale va trattato. La stabilità politica non la cito perché ci credo poco. Sarebbe più utile parlare di etica politica e di continuità nelle scelte: per assurdo, il governo può cambiare anche ogni anno, le persone vanno e vengono, ma ci dovrebbe essere una sostanziale permanenza trasversale delle macro-direttrici sociali ed economiche che il Paese deve seguire per tornare ad essere un’economia di primissimo livello. Come peraltro meriterebbe ampiamente il brillante tessuto imprenditoriale italiano.

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