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Legge di bilancio, ipotesi taglio Irpef per primo scaglione redditi

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Taglio di un punto dell’Irpef sul primo scaglione del reddito e nuovi meccanismi di applicazione della flat tax sugli autonomi. Su questi due punti, in previsione della legge di bilancio, si sta concentrando il lavoro del gruppo economico della Lega, di cui fanno parte tra gli altri i viceministri Massimo Garavaglia e Massimo Bitonci e il sottosegretario Armando Siri.

Una delle proposte consiste nel tagliare di un punto l’Irpef sul primo scaglione di reddito, quello fino a 15.000 euro, passando dal 23% al 22%. La proposta riguarderebbe tutti i lavoratori. La riduzione si applicherebbe infatti sulla prima parte anche dei redditi più alti, dando così fiducia, spiega il viceministro dell’Economia Bitonci, a tutte le famiglie. Le proposte saranno discusse l’11 settembre anche con Matteo Salvini, leader del partito.

Ammonta invece a 1,5 miliardi il costo della flat tax sugli autonomi che la Lega vorrebbe introdurre nella prossima legge di bilancio. L’idea è quella di estendere il forfait al 15% fino a un tetto di 65.000 euro di ricavi, facendo salire la tassazione al 20% sulla parte di ricavi eccedente fino alla soglia 100.000 euro. “Il vantaggio fiscale per le aziende – spiega Bitonci – è di circa un miliardo e mezzo”.

Un taglio di un punto sul primo scaglione Irpef, con il passaggio dal 23% al 22% sui redditi tra 8.000 e 15.000 euro proposto dalla Lega, “porterebbe un beneficio a tutti i contribuenti”, con un alleggerimento compreso tra i 90 e i 150 euro l’anno. I calcoli arrivano dalla Uil, che ha tradotto in pratica gli effetti delle ipotesi di flat tax allo studio del governo. Per un lavoratore con reddito di 9.000 euro l’anno il guadagno fiscale sarebbe, secondo il sindacato, di 7 euro al mese, pari a 90 euro netti all’anno. La riduzione d’imposta si stabilizzerebbe a 12 euro nette mensili per i redditi superiori a 15.000 euro lordi l’anno, con una differenza rispetto al sistema attuale di 150 euro l’anno.

Più complesso il calcolo sull’ipotesi del passaggio da 5 a 3 aliquote, riportata da alcuni organi di stampa: 21% per lo scaglione di reddito compreso tra i 15.000 e i 28.000 euro; 38% per lo scaglione di tra i 28.000 e i 75.000 euro; 43% per i redditi superiori ai 75.000 euro. In questo caso il guadagno netto derivante dall’applicazione di tale strumento per un lavoratore con un reddito annuo lordo di 15.000 euro è pari a 300 euro all’anno, ovvero 23 euro netti al mese su 13 mensilità. Il beneficio aumenta proporzionalmente con il crescere del reddito fino ad attestarsi per i redditi superiori a 75.000 euro lordi, che godranno di un risparmio fiscale pari a 1.680 euro annui, ovvero, 129 euro mensili su 13 mensilità. Confrontando l’impatto dell’ipotesi di riforma con i dati sulla suddivisione in classi di reddito dei lavoratori dipendenti (in base ai dati del Mef sull’anno fiscale 2016), la Uil fa notare come a beneficiare del maggior guadagno fiscale, 129 euro mensili, sarebbe circa il 2% dei contribuenti, mentre il 40% dei contribuenti con redditi tra i 15.000 ed i 29.000 euro avrebbero un beneficio nettamente inferiore, compreso tra i 23 ed gli 83 euro mensili.

In questo modo la progressività non verrebbe modificata significativamente rispetto all’attuale sistema, ma si verificherebbe un appiattimento per i redditi fino a 28.000 euro. Se l’ipotesi 3 aliquote venisse confermata, afferma il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti, “saremmo di fronte a un approccio profondamente diverso rispetto alla versione originaria della flat tax. Si manterrebbe, in parte, un principio di progressività, previsto dalla carta costituzionale. Tuttavia il carico fiscale sui redditi medio bassi resterebbe, comunque, elevato”. Per la Uil, che chiede la convocazione di un tavolo con le parti sociali, è quindi “decisivo pensare a una riforma fiscale che preveda, contemporaneamente, detrazioni significative per lavoratori dipendenti e pensionati, i soggetti a più alta fedeltà”.

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