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Confindustria, il Pil frena. Rischio più tasse con misure manovra

Pil all’1,1% nel 2018 e allo 0,9% nel 2019. Le stime del Centro studi Confindustria sulla crescita economica dell’Italia sono ben distanti dall’obiettivo annunciato ieri dal vicepremier Luigi Di Maio: +2% nel 2019. Inoltre, i provvedimenti inseriti all’interno della manovra potrebbero “portare a più tasse in futuro”, scrive il Csc. E anche se le stime del Pil “non incorporano le intenzioni del Governo” in attesa della legge di Bilancio, tra vari fattori, “pesano” anche “l’aumento dello spread e – spiega il capoeconomista Andrea Montanino – l’incertezza sulla capacità del Governo di incidere sui nodi dell’economia” e sulla “sostenibilità del contratto di Governo” che causa “meno fiducia degli operatori”.

Per gli economisti di Confindustria “l’aumento del deficit” previsto dal Governo “è poca cosa rispetto agli impegni politici assunti: se le coperture non saranno ben definite – avvertono – si rischia ex post un rapporto deficit/pil più alto”. Per il CsC “l’aumento del deficit serve per avviare parti del contratto di Governo di sostegno al welfare”, come su reddito di cittadinanza o pensioni, poi “molto difficili da cancellare se non in situazioni emergenziali. Ciò potrebbe portare a più tasse in futuro e ad aumentare il tasso di risparmio già oggi”.

Per il 2018, con dati ormai quasi definitivi, “è evidente come l’Italia non abbia rispettato la regola del deficit pubblico non realizzando per intero la correzione strutturale concordata”, spiega il Csc che avverte che “ciò apre a due rischi: che i mercati reagiscano e si abbia un ulteriore aumento dello spread e che l’Ue apra una procedure di infrazione”. Uno scenario di “crescita bassa e in rallentamento, debito pubblico molto elevato e tassi di interesse in aumento”, avvertono gli economisti di via dell’Astronomia rende ora “necessario e urgente agire, nella prossima legge di bilancio, con misure di politica economica che siano in grado di migliorare in modo strutturale tali tendenze e fornire certezze sulla linea di azione”, avviando “un percorso del rientro del debito pubblico dopo quattro anni persi, attraverso misure che incidano sulla dinamica del Pil”. “Ciò è cruciale – sottolinea il Csc – per rassicurare i risparmiatori che investono nel debito pubblico del Paese evitando che i primi segnali già osservati di uscita di capitali dall’Italia si possano trasformare in un pericoloso trend“.

Le previsioni Csc che vedono il Pil in frenata ancora “non incorporano le intenzioni del Governo perché le misure andranno dettagliate in sede di Legge di bilancio e gli effetti macro dipenderanno dal modo in cui gli interventi verranno disegnati”.

A indebolire le condizioni per la crescita economica, secondo gli economisti di via dell’Astronomia, sarebbero molteplici “fattori esterni, alcuni già materializzati, altri di cui non è prevedibile l’esito: incertezza legata alla politica commerciale americana, turbolenza su alcuni importanti paesi emergenti, rallentamento della crescita in diverse economie europee, atteso aumento dei tassi di interesse come conseguenza della fine del Quantitative Easing della BCE, aumento del rendimento sovrano in Italia, generalizzato clima di sfiducia di imprese e famiglie, conclusione delle negoziazioni per la Brexit, elezioni in Baviera e di mid-term americane, che potrebbero indebolire i rispettivi leader politici, lo stallo nelle politiche europee prima e (forse) dopo le elezioni del Parlamento europeo”.

A questo scenario “si sommano vari fattori interni, che potrebbero prendere direzioni diverse: la fiducia che i mercati riporranno nella manovra economica del Governo, in termini di capacità di rifinanziare il debito pubblico in scadenza (le prime reazioni sono state negative); la capacità di incidere sui nodi irrisolti dell’economia (efficienza del settore pubblico, produttività delle imprese di minore dimensione, dotazione infrastrutturale); la sostenibilità del contratto di governo, nelle sue componenti più onerose per la finanza pubblica (flat tax, reddito di cittadinanza, controriforma delle pensioni)”.

Per il CsC “è fondamentale che le coperture siano credibili per avere un impatto macroeconomico positivo”. Nello scenario delineato dal Csc “il deficit pubblico è stimato in calo all’1,8 per cento del Pil nel 2018, dal 2,4 nel 2017 che includeva una componente una tantum legata ai salvataggi bancari. Nel 2019 il deficit tendenziale è previsto dal Csc intorno al 2,0 per cento del PIL, incorporando il mancato aumento dell’Iva. Senza di esso, sarebbe all’1,4 per cento”. Intanto, “sulla base delle informazioni disponibili, il Governo ha fissato l’obiettivo di deficit per il 2019 al 2,4 per cento. Ciò equivarrebbe a realizzare il prossimo anno una manovra espansiva per un punto di PIL. Non è certo la prima volta: tutti i Governi che si sono succeduti dal 2014 hanno proposto manovre finanziarie espansive. Ciò che differenzia la proposta dell’attuale Governo è la maggiore dimensione della manovra programmata”.

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