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Manovra, Boccia: non basta per la crescita, no assistenzialismo

Si dice che ci sia una prima volta per tutto, ma forse il presidente della commissione bilancio di Camera e Senato Claudio Borghi non si aspettava che fosse proprio il presidente di Confindustria in persona a prendere parola a nome della categoria. Si tratta della “prima volta del presidente Boccia in commissione Bilancio”, afferma Borghi. Ma Vincenzo Boccia chiarisce da subito il perché dell’urgenza e nel suo ‘esordio’ al Parlamento spiega che la manovra è un “passaggio chiave, nel delicato momento che il Paese sta vivendo” anche rispetto ai rapporti con l’Europa.

Il presidente di Confindustria giudica la manovrainsufficiente a realizzare gli obiettivi di crescita indicati dal governo“, anche per l’efficacia “limitata” di misure “orientate prevalentemente ai consumi” (28 miliardi su una manovra da 41) e “poco al sostegno degli investimenti”. “Secondo le previsioni di ottobre del nostro Centro Studi – afferma – nel 2019 l’aumento del PIL tendenziale sarà dello 0,9%, in rallentamento sul +1,1% di quest’anno”. L’Ue “stima l’1,2% nel 2019, il più basso in Europa”, aggiunge.

La stima del governo relativa alla crescita sarebbe, dunque, “troppo ambiziosa, col ‘rischio’ di rendere non sostenibili gli obiettivi del contratto di Governo. Al contrario, se la crescita annunciata non ci sarà, lo sforamento sarà stato fine a se stesso, mettendo a rischio la nostra stessa credibilità“, afferma sottolineando come il “cambiamento”, in termini economici, può anche significare “peggioramento“.

Gli industriali sono contrari ad alcune delle misure presenti nella manovra come il reddito di cittadinanza, e temono che quest’ultimo sia solo un “potenziale ‘ponte’ verso il lavoro in mera assistenza“. Le “derive assistenzialistiche negano la dignità del lavoro”, afferma Boccia spiegando che “insieme agli interventi estemporanei rischiano di minare la sostenibilità del bilancio pubblico, scaricando sulle generazioni future il peso delle scelte di oggi”. Inoltre, ricorda “in Italia lo stipendio mediano dei giovani under 30 al primo impiego si attesta sugli 830 euro netti al mese: 910 al Nord (820 per i non laureati) e 740 al Sud (700 per i non laureati). È evidente l’effetto spiazzamento di un reddito garantito a 780 euro”.

A non convincere gli industriali è anche “la flat tax per le partite Iva, che è l’estensione di un regime ideato in origine per soggetti con volumi d’affari minimi”, e che “non appare certo risolutiva per la riduzione del cuneo. Piuttosto, questa misura potrebbe aumentare la disparità di trattamento tra contribuenti e disincentivare, in futuro, il lavoro stabile”, afferma Boccia.

E su quota100 precisa come “i benefici sull’occupazione derivanti dalla revisione delle regole pensionistiche siano tutt’altro che automatici, per ragioni legate alla specializzazione (e, quindi, alla non agevole sostituibilità) delle figure in uscita e, di nuovo, al peggioramento del clima di fiducia”, sottolineando che “non siamo riusciti a trovare un’analisi che sostanzi l’ipotesi di una sostituzione 1 a 1 tra giovani e persone più avanti in età”.

Infine “occorre chiarire se i 15,5 miliardi di nuovi stanziamenti annunciati sul triennio 2019-2021 siano effettivamente aggiuntivi, per evitare che, tra nuove risorse, tagli e rimodulazioni, l’operazione sugli investimenti pubblici sia complessivamente ‘a somma zero'”, sottolinea.

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