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Da Biagiotti agli incubatori di startup: i consigli per il successo

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Abiti minimalisti e tessuti waterproof, décolleté con applicazioni gioiello o borse con fondi borchiati: non evolve solo la moda con le sue tendenze, ma tutto ciò che ruota intorno al settore, incluso il modo di fare business. A guidare i nuovi trend sono i giovani, i trentenni di domani. Un millenial su 2 quando fa un acquisto controlla se il prodotto è sostenibile, e per uno su 4 la sostenibilità è una ‘conditio sine qua non’: se la scarpa non è sostenibile, non la acquista. Se ne è parlato al Centro Studi Americani di Roma nell’ambito del progetto “Women bridge the ocean”, nato con lo scopo di gettare un ponte fra l’esperienza americana e quella italiana, attraverso la condivisione di storie di donne che si sono contraddistinte per il loro contributo in diversi ambiti della società.

Le protagoniste dell’incontro con focus sul ‘fashion business’ hanno raccontato le loro esperienze aprendo una finestra sul presente e sul futuro del settore. “Tra 10 anni se non sarete sostenibili, sarete fuori dal business”. È chiaro il messaggio lanciato da Antonella Di Pietro, chief brand strategist, startupper e creative director di Karl Lagerfeld e Tommy Hilfiger. Cuore napoletano e piglio internazionale, dopo 22 anni di lavoro all’estero, Di Pietro decide di tornare in Italia dove lancia ‘White Sand’, il cui core business ruota proprio intorno al tema della sostenibilità. “Recuperiamo i leftover – rimanenze di tessuti – di grandi marchi. Queste stoffe sarebbero destinate al macero e sarebbero dunque fonte di inquinamento, noi – racconta Di Pietro – le usiamo per realizzare creazioni uniche, vestiti che sono quasi sempre pezzi unici, o al massimo in due o tre taglie”. La missione è “reclutare più aziende possibili green friendly”.

Ma chi si appresta a entrare in questo mondo su cosa deve puntare? “Gli influencer stanno dettando legge sul mercato. Quindi, per chi studia moda e ha un know how da esprimere, usare nel modo giusto i canali digitali costituisce un grosso vantaggio. Una volta era quasi impossibile che i giovani potessero farsi conoscere. Oggi chi è capace può trovare uno spazio”. Lavinia Biagiotti esprime pura passione quando parla del suo settore. Davanti alle giovani promesse della moda di domani porta il suo incoraggiamento: “per noi è fondamentale cogliere le idee dei ventenni. Cominciate dalle basi, accettate anche i lavori inizialmente considerati, forse, meno prestigiosi. È lì che si impara”. Presidente e Ceo di Biagiotti Group, Lavinia racconta il percorso dell’azienda dalle radici, dal ponte tra le donne occidentali e orientali creato dalla madre con la prima sfilata in Cina: “non si parlava inglese, si comunicava con il linguaggio della moda”. Poi il suo tentativo di “creare un ponte senior-junior” e la volontà di “portare avanti un patrimonio di valori”. Oggi il consiglio rivolto a chi studia moda è “usate il web per educare al gusto del bello”.

In Italia, nella moda c’è ancora spazio perché “il settore è arrivato un po’ in ritardo alla rivoluzione digitale”. Lo sa bene Giusy Cannone, Ceo di Fashion technology accelerator, l’acceleratore che scova nuovi business nell’ambito moda e li lancia nell’etere. “I due terzi (65%) delle application ci arrivano dall’estero, solo una su 3 è di matrice italiana”, racconta. “Principalmente sono due gli stakeholder che si rivolgono a noi, da una parte le aziende, dall’altra le startup che cercano di colmare i gap che ci sono sul mercato”. Il consiglio dell’esperta per emergere? “Ci vuole creatività anche nel business. Ci vogliono idee per introdurre nuovi modelli. Ad esempio, il noleggio di abiti”. Inoltre, “non sottovalutate il potere del crowdfunding che è un mezzo potentissimo”, aggiunge.

E nella costruzione di un ponte tra la realtà italiana e quella americana, l’esperienza di Elissa Bloom fornisce un solido pilastro che consente di completare il quadro del settore con uno sguardo internazionale. Executive director del Philadelphia fashion incubator del Macy’s Center City, Bloom viene da una realtà – quella americana – più satura di quella nostrana, dove “il fallimento è considerato parte del successo”, sottolinea l’esperta. Se l’acceleratore interviene in una fase abbastanza ‘matura’ dell’attività che si vuole far crescere, lo step prima – quello in cui l’imprenditore ha un’idea tutta da sviluppare – costituisce lo spazio di intervento degli incubatori, ovvero quello su cui agisce l’azienda di Bloom. “Con l’ausilio dei social media sta diventando tutto sempre più sfidante perché le persone vedono un prodotto e vogliono acquistarlo subito. Noi aiutiamo le startup a sviluppare la key area del business, a creare un potente storytelling e un legame con i consumatori, una vera e propria community, una connessione di tipo emozionale”.

Una delle startup di maggior successo uscite dall’incubatore di Bloom? “Sicuramente Milano Di Rouge – racconta – Un website che funziona bene, una larga presenza sui social media. La fondatrice si è occupata in prima persona persino del design del magazine dedicato. Ha capito perfettamente il potere del marketing e del branding”. E per entrare negli store su quali canali devono puntare per le nuove leve? “Insistere nel mandare aggiornamenti ai punti vendita inserendo gli indirizzi degli store in una mailing list. Forse non vi risponderanno alla prima, ma vedendo un’email dopo l’altra il vostro brand diventerà sempre più familiare. Insistete, non mollate”.

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