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Per l’edilizia è ancora crisi: l’allarme dei sindacati

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Non brilla ancora la luce in fondo al tunnel del settore delle costruzioni italiano. Mentre altri comparti dell’industria sono riusciti a rimarginare le ferite della crisi del 2008, l’edilizia fatica a uscire dai dieci anni peggiori del dopoguerra: 120mila imprese e 600.000 posti di lavoro persi. Insieme a tre punti di Pil: un decennio fa le costruzioni valevano l’11% del Prodotto interno lordo, ora sono cadute all’8%.

Per contrastare il declino e sbloccare la piattaforma per il rilancio del settore presentata al governo già a ottobre scorso – senza esito – le tre organizzazioni sindacali del settore, Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil hanno chiamato alla mobilitazione l’intera filiera delle costruzioni. Per venerdì 15 marzo è stato dichiarato lo sciopero generale di cantieri, fabbriche del legno e arredo, cave, fornaci e cementifici per l’intera giornata e organizzata una manifestazione nazionale a Roma, in piazza del Popolo, a partire dalle 9:30.

La protesta è stata indetta il 5 febbraio: da allora i sindacati hanno moltiplicato in tutte le Regioni le iniziative per far conoscere le loro ragioni, con centinaia di assemblee nei posti di lavoro, presidi e incontri con istituzioni locali. I segretari di Feneal Uil, Vito Panzarella, di Filca Cisl, Franco Turri e di Fillea Cgil, Alessandro Genovesi, hanno anche incontrato i gruppi parlamentari dei partiti per raccontare la situazione in cui versano imprese e lavoratori.

Con la piattaforma unitaria i tre sindacati degli edili chiedono una cabina di regia a Palazzo Chigi per riaprire i cantieri con politiche mirate e per avviare un nuovo piano di investimenti, il completamento di tutte le opere previste dal programma Connettere l’Italia (lascito dell’ex ministro Graziano Delrio), un Fondo nazionale di garanzia per le imprese del settore, per le grandi imprese e per l’indotto di piccole e medie aziende, alimentato da Cassa Depositi e Prestiti e dai Fondi di previdenza complementare (misura chiesta anche dal presidente dell’Ance, l’associazione dei costruttori edili aderenti a Confindustria, Gabriele Buia) e un piano straordinario di messa in sicurezza delle infrastrutture e del territorio

Secondo le stime rese note dall’Ance nel bilancio dello Stato sono disponibili 130-150 miliardi di euro per i prossimi quindici anni per investimenti in infrastrutture e ci sono 600 opere (valore 36 miliardi di euro) che si potrebbero sbloccare per far ripartire il settore.

L’ultimo Rapporto infrastrutture e investimenti pubblici di Assonime dal 2007 al 2017 evidenzia che gli investimenti in costruzioni sono crollati del 36%. Mettendo a rischio un altro milione di posti di lavoro e portando al collasso alcune delle maggiori imprese italiane, da Condotte ad Astaldi, a Cmc e Toto.

Non solo molte grandi opere, ferroviarie e stradali, sono ferme in attesa delle benedette analisi costi-benefici (dalla Tav Brescia-Padova, alla Bretella Campogalliano-Sassuolo, alla pista dell’aeroporto di Firenze, alla Gronda di Ponente a Genova) ma anche i provvedimenti promessi dal governo a sindacati e costruttori sono bloccati a Palazzo Chigi, nonostante il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, avesse garantito nella sua recente intervista al Sole 24 Ore di voler “mettere il turbo all’Italia sulle infrastrutture.”

Conte si è impegnato a velocizzare i processi decisionali della spesa pubblica, semplificare le procedure che ritardano l’apertura dei cantieri e promulgare il decreto di riforma del codice degli appalti (annunciato già da un paio di mesi ma ancora non pervenuto) e far partire la centrale unica di progettazione per aiutare gli enti locali in difficoltà (la cui competenza è contesa tra ministero delle Infrastrutture e ministero dell’Economia). Sempre a fine febbraio il premier aveva parlato di “strumenti normativi per spendere bene e far partire i cantieri,” annunciando la cabina di regia interministeriale Strategia Italia e la struttura di missione Investitalia.

“Oramai tutti, imprenditori, amministratori locali, economisti – dicono Panzarella, Turri e Genovesi – sottolineano che se vogliamo far ripartire il Paese, occorre aggredire i veri nodi di fondo della nostra scarsa competitività: costi energetici troppi alti; costi logistici significativi legati alla mancanza di nuove infrastrutture per portare via mare e via treno le merci che oggi vanno su Tir inquinanti; assenza di connessioni rapide, efficienti e sicure tra Nord e Sud del Paese, tra l’Italia, l’Europa e il Mediterraneo; fragilità dei nostri territori sia in termini idrogeologici che sismici; mancanza di una politica per le aree urbane basata su rigenerazione, recupero, green bulding che pure da Parigi a Barcellona, da Lisbona a Berlino ha rilanciato intere economie locali”.  “Serve – concludono – mettere al centro il lavoro di qualità, sicuro e ben pagato, sburocratizzando dove serve e tutelando ciò che funziona anche del Codice degli appalti, a partire dal limite al subappalto, dal rispetto del Contratto collettivo edile, dall’introduzione della congruità contro ogni forma di lavoro nero ed irregolare”.