3 Giugno 2019

Non è stato un anno bellissimo

Fabio Insenga

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È passato un anno. Doveva essere l’anno più importante, quello dello slancio iniziale, per il Governo del Cambiamento. Doveva servire a indirizzare il Paese verso una trasformazione che ha avuto da subito l’ambizione di definirsi ‘rivoluzione’. Sono mancate le risposte che in molti attendevano. Ci si aspettava almeno un saldo diverso tra le promesse e la realtà. Volevano abolire la povertà; volevano un Paese più sicuro; volevano un boom economico; volevano che fosse un anno bellissimo. Ma le citazioni, oggi, riescono solo a rendere più amaro un bilancio difficile. Sono cambiate alcune cose, effettivamente, e oggi quella giallo-verde è un’Italia diversa. 

Gli italiani hanno perso soldi

I dati economici dicono che il Paese è fermo, con la crescita del pil ormai stabilmente prossima allo zero, a fronte di un deficit e di un debito che continuano a salire. Confindustria, nel report sulle ultime previsioni, attribuisce questo andamento a tre fattori principali: una manovra poco orientata alla crescita, l’aumento del premio di rischio che gli investitori chiedono sui titoli pubblici italiani, il progressivo crollo della fiducia delle imprese. L’aumento dello spread (quasi sempre in area 300 punti, prima delle elezioni a 135), la scarsa crescita, la carenza di lavoro e il debito eccessivo sono i fattori che cita il Governatore di Bankitalia Ignazio Visco per spiegare quali sono i rischi che il Paese sta correndo. Aggiungendo che iniziano a vedersi le ripercussioni sulle condizioni di accesso al credito di imprese e famiglie. La sintesi più efficace è che gli italiani rischiano di perdere soldi risparmiati e di dover spendere di più per gli interessi dei loro finanziamenti. 

L’incertezza politica è aumentata

Un anno di convivenza tra Lega e Cinquestelle al governo è stato vissuto tra alti e bassi, con una prima fase di sostanziale collaborazione e un progressivo inasprimento dei rapporti con l’avvicinarsi della scadenza elettorale del 26 maggio. Il voto ha avuto l’effetto di ribaltare, con una precisione chirurgica, i rapporti di forza all’interno della maggioranza: oggi la Lega è largamente il primo partito italiano con il 34% dei consensi mentre i Cinquestelle, al 17%, hanno praticamente dimezzato la loro base elettorale. Il dato che rischia di incidere di più è l’instabilità. La percezione sui mercati di una costante conflittualità aumenta inevitabilmente il rischio Paese. Sono, anche in questo caso, soldi in meno che girano. Perché le prime a reagire rispetto a questo fattore sono le imprese estere, che dirottano altrove i loro investimenti. 

Le prospettive sono peggiorate

Un anno fa c’erano i presupposti per costruire una politica economica capace di sfruttare la faticosa uscita dalla crisi economica. Oggi, con le scelte fatte e il tempo perso, la prospettive sono cambiate. Sostanzialmente peggiorate. Le due misure di bandiera, il reddito di cittadinanza e quota cento, hanno monopolizzato le risorse disponibili e impegnato anche il futuro. Servono 23 miliardi solo per evitare l’aumento dell’Iva e la prossima manovra si presenta come un complicato rebus. L’avvio della procedura di infrazione per eccesso di debito restringerà ancora di più i margini di manovra. A meno che non si scelga di sfidare in campo aperto la Ue e i mercati. Con la conseguenza immediata di fare precipitare il Paese in una nuova crisi del debito. Con uno scenario peggiore rispetto alla crisi che ha messo in ginocchio la Grecia. 

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