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Più investimenti e più utenti: alle startup essere green conviene

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Per una azienda che nasce, essere eco-sostenibile non è più una semplice scelta: è una necessità. Non solo per ragioni etiche, ma anche economiche: è stato dimostrato come le aziende ‘green’ siano preferite dai clienti millennials – molto attenti alla tematica ambientale – e siano meno soggette alle crisi, più attraenti per gli investimenti e generalmente considerate più ‘sicure’ dai mercati. Partiamo da chi fa comunemente acquisti online. Secondo un sondaggio realizzato dal portale Idealo, il 70% dei clienti eCommerce ha ha dichiarato di essere disponibile a spendere di più per acquistare un prodotto eco-sostenibile. Per lo più si è attenti alla sostenibilità nell’acquisto di prodotti nel settore cibi, bevande ed elettronica ma anche giocattoli e sport. Un intervistato su tre ha dichiarato che arriverebbe a spendere anche il 20% in più per avere un prodotto rispettoso dell’ambiente. Questa attenzione è altissima tra i giovani: ben il 78% degli intervistati tra i 18 e i 24 anni è propenso a scegliere la strada “green” anche se più costosa.

Ma non è solo una questione di clienti: anche i mercati considerano più sicure le aziende eco-sostenibili, cioè quelle che applicano i 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile inseriti dall’Onu nell’agenda da qui al 2030. Secondo l’indice Ecpi global che monitora le cosiddette aziende Esg (Environment Social Governance) cioè che investono responsabilmente, i titoli delle aziende green sono molto meno volatili ed hanno rendimenti annui maggiori. Stando a un rapporto di Alliance, l’ammontare degli investimenti su società sostenibili ha raggiunto i 23 mila miliardi di dollari, con l’Europa in testa per maggior numero di investimenti. I titoli di aziende green hanno avuto un boom trainato soprattutto dai millennials, i quali sia quando devono acquistare sia quando devono investire preferiscono aziende responsabili verso l’ambiente.

Così anche per le startup essere “eco” è un valore aggiunto. Lo dimostra il successo di alcune startup che lavorano per introdurre sistemi industriali più sostenibili, per ridurre gli sprechi o per depurare l’ambiente dall’inquinamento. Orange Fiber, ad esempio, ha brevettato un tessuto sostenibile prodotto dagli scarti dell’industria degli agrumi. Una stoffa fatta letteralmente con le bucce delle arance: il brevetto è stato depositato nel 2013 e l’azienda è stata costituita l’anno successivo, con due donne founder: Adriana Santanocito ed Enrica Arena, con sede a Catania. Orange Fiber ha già avuto modo di produrre una collezione di lusso in collaborazione con Salvatore Ferragamo, e di recente anche col colosso del fast fashion svedese H&M che ha scelto proprio la startup per produrre alcuni capi della sua collezione Conscious Exclusive (Orange Fiber si era fatta conoscere da H&M anche per aver vinto il Premio Global Change Award 2015, un concorso organizzato proprio dalla fondazione di H&M a sostegno di progetti innovativi nel campo della moda). L’azienda è ora in crowdfunding sulla piattaforma di equity crowdfunding CrowdFundMe: dopo aver aperto il primo impianto pilota per l’estrazione della cellulosa dagli agrumi nel 2015, Orange Fiber si trova ora a raccogliere fondi per aumentare la capacità produttiva e ottimizzare il processo industriale. “I passaggi fondamentali che andremo a realizzare con la campagna di crowdfunding consentiranno all’azienda di soddisfare le numerose richieste da parte dei brand di moda e contribuire attivamente alla salvaguardia delle risorse del pianeta” ha detto Enrica Arena. La campagna di equity crowdfunding durerà fino a metà giugno e punta a un obiettivo minimo di 250 mila euro, che consentirebbe di realizzare un impianto capace di estrarre 30 tonnellate di cellulosa l’anno; tonnellate che diventerebbero 60 qualora si raggiungesse l’obiettivo massimo di 600 mila euro di raccolta.

Da poco è sbarcata in Italia l’app di Too Good To Go, la startup danese che ha ideato un sistema che unisce il food eCommerce alla lotta agli sprechi alimentari nei ristoranti. Secondo la Fao, ogni anno sono circa 1,3 miliardi le tonnellate di cibo che vengono gettate nella pattumiera. Per ovviare a questo spreco, l’app nata nel 2015 in Danimarca, arriva in Italia per permettere a bar, ristoranti e supermercati (ma anche hotel e pasticcerie) di recuperare i pasti invenduti in “magic box” che gli utenti possono acquistare online a prezzi convenienti. Le scatole hanno una selezione di prodotti freschi che gli esercenti non potrebbero rivendere il giorno successivo: i consumatori possono scegliere la propria box ad un prezzo che non supera i 6 euro, pagarla online e ritirarla sul posto. A Milano hanno già aderito diversi punti vendita: i ristoranti biologici EXki, i negozi Carrefour e il punto vendita di Milano Smeraldo di Eataly.

Ripulire i mari dall’inquinamento è invece l’obiettivo di Seads (Sea Defence Solution), startup fondata dai due ingegneri italiani (ma residenti all’estero) Fabio Dalmonte e Mauro Nardocci, che hanno ideato un sistema relativamente semplice ma molto efficace per evitare che l’inquinamento arrivi al mare: fermarlo nei fiumi. Secondo i due ingegneri, dieci dei venti fiumi più lunghi del mondo sono responsabili dell’88% della plastica che finisce in mare. Per questo Seads ha progettato un sistema per prelevare la plastica a monte, lungo il corso dei fiumi, prima che arrivi al mare. Si tratta di barriere mobili che trattengono i rifiuti meccanicamente, per poi poterli prelevare e togliere dalle acque. Il sistema è replicabile in ogni parte del mondo, le barriere sono costituite da una struttura di acciaio unita a delle “tende” che vengono immerse in acqua in maniera obliqua, che incanalano i rifiuti verso il punto di raccolta.