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8 Giugno 2019

Le imprese scommettono poco sui manager

Fortune

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Aumentano le imprese, ma il numero dei manager resta lo stesso. Se si vuole guardare il bicchiere mezzo pieno: non diminuiscono. Qualcosa però non torna, vuol dire che il sistema industriale italiano scommette ancora troppo poco sulla propria dirigenza. A far luce sulla situazione è Federmanager che in occasione della sua assemblea annuale rende noto che nel 2018 si rileva solo una sostanziale stabilità della situazione occupazionale dei manager del settore industria: “sono 70.572, un dato omogeneo a quello registrato nel 2017 e in linea con i livelli del 2014, primo anno post-crisi in cui il Pil italiano è tornato positivo, con circa 71mila manager presenti”. Eppure, se si esamina la serie storica 2011-2018 analizzata da Federmanager su fonte Inps, si evidenzia una complessiva perdita di managerialità nelle imprese italiane: circa 5.000 posizioni in meno nel periodo considerato, con una flessione percentuale pari a -7%.

Dal quadro, che analizziamo sul nuovo numero di Fortune Italia, emerge una prima spiegazione: la presenza dei manager è per lo più concentrata nelle imprese di grandi dimensioni, e in Italia non sono certo la maggioranza. “Il 98% del nostro tessuto produttivo è fatto di Pmi: di queste moltissime hanno il management che è espressione della famiglia. Perfino le realtà più virtuose rischiano di sgretolarsi nei passaggi generazionali” avverte il presidente di Federmanager, Stefano Cuzzilla, indicando la soluzione: l’impresa si deve managerializzare, se non vuole essere estromessa dalla competizione globale. Il paradosso è che negli ultimi due anni le imprese in Italia sono aumentate, soprattutto grazie agli incentivi all’innovazione. Dal 2016, anno dell’entrata in vigore del Piano Impresa 4.0, il numero totale delle aziende industriali è infatti tornato a crescere, seppure lievemente, segnando nel 2018 294.205 imprese industriali, pari a un +0,8% rispetto al 2017 e a un +1,2% rispetto al 2016. Ad aver acquisito nuova managerialità però sono state soprattutto quelle di medio-grande dimensione. Lo dimostra il numero medio di manager nelle aziende con almeno un dirigente che è passato dai 4,04 del 2011 ai 4,52 del 2018. Le aziende di piccole dimensioni, invece, esprimono una domanda di competenze manageriali ancora insufficiente rispetto al trend. “Le imprese più strutturate sono quelle che hanno saputo approfittare degli incentivi 4.0 e che oggi sono competitive grazie anche all’investimento nella forza manageriale” fa notare Cuzzilla, indicando che ora la sfida vera devono affrontarla le Pmi che nonostante la vivacità industriale, sono più esposte ai rischi dell’innovazione digitale proprio perché prive delle competenze necessarie ad affrontare il cambiamento.

La versione completa di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di giugno.

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