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Il ‘manager della felicità’: cosa fa un Chief happiness officer

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manager felicità chief happiness officer

Le grandi aziende americane, a partire da Google, hanno istituito la figura del Chief happiness officer. La versione completa di questo articolo, a firma di Marco Barbieri (direttore wewelfare.it), è disponibile nell’inserto del numero di Fortune Italia di novembre 2020.

 

Dal welfare al wellbeing il passo è breve. Più ardito il volo verso la felicità. Eppure, oggi secondo il professor Stefano Zamagni – economista di lungo corso, presidente della Pontificia accademia delle scienze sociali – sono almeno una decina i Chief happiness officer (Cho) nelle aziende Usa: “Gli americani, che sono pragmatici, lo hanno capito prima. Le imprese più grandi e organizzate hanno istituito una funzione aziendale che da noi non esiste ancora: il Cho, il manager della felicità”.

 

In Google a Chade-Meng Tan venne dato il job title di Cho, dopo aver ricoperto l’incarico di Jolly good fellow, una sorta di funzione aziendale che ha preceduto la formalizzazione del Cho, in molte aziende Usa; c’è Jenn Lim, Cho di Delivering Happiness, spin-off aziendale di Zappos; Christine Jutard, che è stata Cho di Kiabi; c’è anche Ronald McDonald, Chief happiness officer di McDonald’s, tra i primi Cho negli Stati Uniti già nel 2003.

 

Alla parola ‘Chief happiness officer’ Google ci restituisce ad oggi 25 milioni di risultati. Facendo lo stesso esercizio su LinkedIn passiamo dai circa 600 risultati del 2016 ai 1.100 del dicembre 2019, che salgono a 1.200 se si elimina il chief, lasciando solo happiness officer. Questi sono gli esiti delle ricerche condotte in Italia dalla società 2BHappy Agency, che da società no profit si è trasformata in srl per sostenere la diffusione della ‘scienza della felicità’ in azienda. Dal settembre 2019 ha curato la formazione di 137 Cho nel nostro Paese.

 

Non è detto che la certificazione di Chief happiness officer corrisponda a un analogo incarico aziendale. “E questo può indurre a credere che stiamo parlando di fuffa-management”, ammette Veruscka Gennari, animatrice della società e autrice con Daniela Di Ciaccio del volume ‘Chief happiness officer. Il futuro è delle Organizzazioni Positive’ (Franco Angeli, 2020). La felicità è un vocabolo che evoca molto, ma che non è facile far calare nella banalità delle descrizioni economico-aziendali. Parafrasando la celebre frase di Goebbels, potrebbe esserci chi arrivi a pensare: “Quando sento la parola felicità metto mano alla pistola”.

 

Eccessivo anche per la cultura, cui si riferiva il criminale geniale nazista, ma basterebbe guardare qualche ciglio alzato con diffidenza all’evocazione della parola felicità negli aspetti dell’organizzazione aziendale. C’è pur sempre una considerazione che accomuna la visione di chi si prefigge il wellbeing a quella di chi azzarda l’orizzonte della felicità: il ‘benessere organizzativo’ è ormai una espressione sdoganata e ampiamente frequentata, in stretta correlazione con gli obiettivi di business. “Nessuno creda che ci immaginiamo un Cho che viaggia nei corridoi della sede aziendale, sui pattini a rotelle, distribuendo caramelle. Si tratta di costruire solide competenze manageriali che diventino azioni capaci di produrre nuovi modelli organizzativi, per generare benessere organizzativo per le persone, per le divisioni aziendali, per l’impresa nel suo complesso”.

 

Veruscka Gennari teme il pregiudizio, ma continua a erogare formazione per singoli manager che vogliano colmare qualche gap culturale: “Le business school – continua Gennari – non offrono questi contenuti. Eppure, oggi le organizzazioni positive sono un fatto. Abbiamo a disposizione numeri, ricerche empiriche e una vastissima fonte di contenuti a firma di uomini e donne di scienza che hanno indagato in modo solido il legame tra luoghi di relazione e lavoro, benessere individuale e organizzativo”. Per ora in Italia nessuna correlazione tra una funzione e una competenza, in relazione alla (vera o presunta) ‘scienza della felicità’. Prima che Google facesse da apripista sulla funzione del Cho, Andrew J. Oswald, Eugenio Proto e Daniel Sgroi (University of Warwick, 2008) avevano trovato che la felicità dei dipendenti aumenta in media la produttività del lavoro, e quindi il profitto, del 12%. Insomma, molto dibattito e qualche pregiudizio. È pur vero che la tassonomia delle funzioni aziendali dovrebbe essere aggiornata. Il welfare manager è oggi una realtà consolidata, anche se fino a dieci anni fa era inesistente e nell’operatività era annegata nel grande contenitore della Direzione Risorse umane.

 

La versione completa di questo articolo, a firma di Marco Barbieri (direttore wewelfare.it), è disponibile sul numero di Fortune Italia di novembre 2020.

 

L’inserto dedicato al welfare si può sfogliare online, gratuitamente.

 

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