24 Giugno 2019

In Italia 400mila ‘milionari’, come si fa wealth management

Maria Chiara Furlò

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In Italia, ad oggi, ci sono almeno 400mila milionari. Mentre ‘solo’ in 1.700 detengono un patrimonio superiore ai 100 milioni di dollari. Al mondo, con 5 mila miliardi di dollari di ricchezza finanziaria personale, la nostra nazione si piazza al nono posto dei Paperon de Paperoni. Ed entro il 2023, le stime prevedono che la ricchezza finanziaria personale degli italiani possa toccare i 5,6mila miliardi di dollari. Sempre nel 2023, i milionari nel mondo dovrebbero essere 27,6 milioni.  Numeri che sembrano strabilianti agli occhi di chiunque, ma che in realtà svelano come la crescita della ricchezza, a livello globale, stia subendo un rallentamento. Questi sono, infatti, solo alcuni dei risultati del nuovo rapporto di Boston Consulting Group dal titolo “Global Wealth 2019: Reigniting Radical Growth” dal quale emerge che, in realtà, nell’ultimo anno la corsa della crescita della ricchezza finanziaria personale ha subito una frenata. Si tratta di un elemento che pone i wealth manager, ossia chi per mestiere si occupa di gestire grandi patrimoni, davanti alla necessità di reinventare i propri modelli di business per avere successo in un mercato sempre più competitivo e in cui i nuovi attori lottano per servire una clientela sempre più ampia ed esigente.

“La sfida passa per un significativo miglioramento e differenziazione del modello di servizio sui diversi segmenti, non solo patrimoniali, di clientela e per l’utilizzo di dati e nuove tecnologie per personalizzare il dialogo con il cliente, la pianificazione dei bisogni, l’ottimizzazione del pricing e la gestione della retention” spiega Edoardo Palmisani di Bcg.

Gli effetti dell’andamento dei mercati sui patrimoni

L’andamento dei mercati azionari – in calo in particolare nell’ultimo trimestre del 2018 – ha avuto un forte impatto sull’andamento della ricchezza finanziaria e, di conseguenza, sulla reddittività dei wealth manager. Nello scorso anno, la ricchezza finanziaria complessiva è cresciuta, ma “solo” dell’1,6%, raggiungendo 205,9 trilioni di dollari. Un dato nettamente inferiore se confrontato con la crescita del 7,5% registrata l’anno precedente e comunque ben al di sotto del tasso di crescita storico al 6,2%, registrato dal 2013 al 2017.

Nel mondo, il numero di milionari – ossia tutte quelle persone che detengono più di un milione di dollari in ricchezza finanziaria personale – è cresciuto del 2,1% su base annua raggiungendo i 22,1 milioni nel 2018. Questo gruppo detiene attualmente il 50% delle attività finanziarie personali a livello globale. La maggiore concentrazione di questi super ricchi è in Nord America, ma si prevede che la tendenza al 2023 metta l’Asia (Giappone escluso) al primo posto come continente con la crescita più rapida, seguita dall’Africa e dall’America Latina. Nel 2023 i milionari nel mondo dovrebbero essere 27,6 milioni.

Su quale categoria di ricchi devono puntare i wealth manager

Guardando ai gestori patrimoniali, l’opportunità per il ritorno alla crescita, secondo lo studio di Boston Consulting Group, va cercata in nuovi segmenti, in particolare in quella degli “affluent”. Chi sono? Si tratta di tutte quelle persone che detengono una ricchezza finanziaria personale compresa tra i 250.000 e il milione di dollari e che rappresentano una delle maggiori aree di potenziale, ma anche una delle più trascurate. Per questo segmento, infatti, si prevede che i suoi asset investibili cresceranno a un tasso di crescita composto del 6,2% nei prossimi cinque anni. Solo in Italia, gli affluent sono 1,4 milioni.

In realtà, pare che i wealth manager, al momento, si ritrovino di fronte a un bivio.  “Ciò che ha funzionato per loro in passato non funzionerà necessariamente nel futuro. Eppure pochi si stanno muovendo in avanti abbastanza per affrontare le sfide che hanno di fronte. Se non riusciranno ad accelerare il ritmo, vedranno crescere sempre di più il gap con i top player abilitati dal digitale”. A farlo notare è Anna Zakrzewski, partner BCG di base a Zurigo, coautrice del rapporto e global leader del settore wealth management. Quella degli affluent – con 76 milioni di individui a livello globale, con una ricchezza compresa tra 250.000 e 1 milione di dollari, le cui risorse investibili sono destinate a crescere – è una delle aree più ampie per la potenziale espansione ma anche una delle più trascurate.

I wealth manager che vinceranno la sfida “saranno quelli che accelereranno l’innovazione di prodotto e svilupperanno offerte che soddisfino le esigenze e le preferenze specifiche dei sottosegmenti affluent – dice Anna Zakrzewski – Utilizzeranno modelli di business ibridi, combinando engagement digitale e umano per personalizzare e offrire un’esperienza one-stop-shopping più conveniente e navigabile, migliorando al tempo stesso l’efficienza e il costo del servizio di consulenza”.

L’importanza della cybersecurity

Un fattore da non sottovalutare mai, poi, è quello della sicurezza. Le società di servizi finanziari hanno una probabilità 300 volte superiore rispetto alle altre di essere colpite da un attacco informatico  – avverto lo studio di Bcg – e occuparsene comporta un costo più elevato per le banche e i gestori patrimoniali rispetto a qualsiasi altro settore.

Eppure, molte istituzioni finanziarie spesso non sono in grado di rispondere efficacemente a questo tipo di problematiche. Ecco perché il rapporto consiglia ai wealth manager di adottare un approccio composto da quattro fasi per rafforzare la sicurezza informatica: “eseguire una rigorosa valutazione della cyber-maturità; sviluppare un piano strategico basato sul rischio; adattare un modello operativo per strategia, governance, gestione del rischio e cultura e, infine, aumentare le capacità operative”.

“Fondamentalmente, i wealth manager dovrebbero proteggere meglio la riservatezza delle informazioni dei clienti, proteggersi dal rischio di furto dei dati e delle credenziali, migliorare la loro posizione nei confronti della normativa e difendere meglio i pagamenti sensibili e altre reti dagli aggressori esterni”, consiglia Tjun Tang, senior partner di BCG con sede a Hong Kong, coautore del rapporto e consulente strategico per la gestione patrimoniale.

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