5 Luglio 2019

Come è cambiato il lavoro negli ultimi 20 anni

Maria Chiara Furlò

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Un milione di occasioni di lavoro offerte in vent’anni d’attività. È  un anniversario importante, celebrato con una cifra tonda, quello raggiunto da Randstad – la multinazionale olandese attiva dal 1960 nella ricerca, selezione, formazione di risorse umane e somministrazione di lavoro – presente in Italia ormai dal 1999, anno in cui a la Legge Treu istituì le “agenzie interinali” diventate poi le odierne “agenzie per il lavoro”. In questi ultimi venti anni, il mercato del lavoro italiano ha subito diverse trasformazioni, superando il guado della crisi, cavalcando le sfide della trasformazione tecnologica e adattandosi alle nuove normative di settore. L’amministratore delegato di Ranstad Italia, Marco Ceresa, può essere considerato come il “decano della somministrazione di lavoro” in Italia. Ecco perché è la persona giusta per una chiacchierata sulla situazione occupazionale italiana, su come è cambiato il lavoro dal 1999 ad oggi e su come è destinato a cambiare nel futuro.

Fra crisi economica, innovazione digitale e nuove normative, come è cambiato il mercato del lavoro italiano in questi 20 anni?

Quando abbiamo iniziato la nostra attività, l’unica sfida era quella di mettere insieme domanda e offerta di lavoro. Tutto sommato, quello che facevamo era abbastanza semplice e monocromatico ma con il passare degli anni la questione si è fatta sempre più complessa, le aziende sono diventate più esigenti e lo stesso hanno fatto i lavoratori, perché si sono resti conto di avere molte più possibilità di scelta. Quello che abbiamo capito, grazie all’esperienza, è che non possiamo entrare in azione solo quando un’azienda ci chiede di trovarle delle persone, ma dobbiamo farlo molto prima. Perciò, adesso ci occupiamo anche di orientamento, e formazione, cose che hanno allargato di molto lo spettro del nostro lavoro. Altro aspetto che abbiamo notato è che se vent’anni anni fa c’era soprattutto molta curiosità attorno al nostro mondo – condita anche da qualche critica – oggi ci sono sempre più interesse e apprezzamento.

Come sono cambiati i settori e le offerte di lavoro negli anni? Quali sono state nel passato e quali sono oggi le più frequenti?

Sulla carta non è cambiato molto. Già nel 1999 le imprese ci chiedevano molti meccanici, ma le competenze richieste sono cambiate e si sono fatte più specifiche. Ad esempio, oggi si va più alla ricerca di esperti in meccatronica e mondo digitale. Stessa cosa per quanto riguarda infermieri e medici, così come nel mondo dell’informatica. Tutti settori molto richiesti e caratterizzati da un cambio di competenze e soprattutto da un aumento della specializzazione. Tuttora, il mondo dell’industria è sempre alla ricerca di persone, anzi il più grande gap tra domanda e offerta di lavoro credo che sia proprio in questo settore. In generale, però, manca ancora molto personale. Ecco perché il messaggio che cerchiamo di mandare ai ragazzi, ma anche a chi si deve reinventare una professione, è quello di capire quali attitudini si hanno e di conseguenza investire su se stessi per rendersi appetibili sul mercato. Il milione di occasioni di lavoro che abbiamo proposto in questi anni si deve quindi sia al bisogno continuo di ricerca di persone da parte delle aziende che alle potenzialità sviluppate dai candidati.

Gli ultimi dati Istat certificano una situazione del mercato del lavoro in netto miglioramento. A maggio, il tasso di disoccupazione è sceso al 9,9%, il più basso dal 2012, mentre quello di occupazione è arrivato al 59% ossia il più alto dal 1977. A cosa si deve questa situazione?

Credo che sia necessario tenere in considerazione gli aspetti demografici. Diverse persone stanno andando in pensione, ma ci sono anche molti meno giovani che entrano nel mercato del lavoro. Il miglioramento della situazione occupazionale si deve sicuramente a questo ma anche al fabbisogno importante di personale che le aziende hanno ricominciato ad avere. Il lavoro c’è, ma è necessario investire nella propria formazione e nel cambiamento della mentalità.

Questa situazione in miglioramento si deve anche agli effetti del Decreto Dignità?

Questa norma ha alcuni aspetti che non hanno favorito la creazione di lavoro, ma anche altri che invece l’hanno fatto. Come tutte le leggi, ha dei lati positivi e altri meno, ma non dobbiamo sempre pensare in negativo. L’aspirazione di tanti è sempre quella di avere un lavoro a tempo indeterminato e su questo il decreto Dignità ha dato qualche possibilità in più, facendo in modo che le aziende offrano questo tipo di contratti. Alla fine, però, nella realtà questi tempi indeterminati dipendono sempre dalle qualità delle persone e non dal contratto. Tutto sommato, a spiegare questi dati positivi sul mercato del lavoro è più l’andamento economico e il comportamento delle persone che l’effetto di una legge.

Come vede la possibilità di un ‘Decreto Dignità Bis’, proposto dalla Lega, con un alleggerimento sulle causali dei contratti a tempo determinato e l’inserimento di un pacchetto che favorisca l’occupazione femminile? Ce n’è bisogno?

Per quanto riguarda le famose causali, credo che siano abbastanza anacronistiche, per cui ben vengano tutte quelle leggi che permettono in qualche maniera di eliminarle, visto che spesso si ritorcono contro i lavoratori.  Non nego che tante aziende, per l’uso che spesso è stato fatto delle causali da parte degli stessi lavoratori, dopo un anno dall’assunzione preferiscono cambiare persona che correre un rischio di tipo processuale. Ben venga anche tutto quello che favorisce l’occupazione femminile, così come tutto ciò che può aiutare a rialzare il tasso di natalità in Italia.

Il rafforzamento dei Centri per l’impiego, fra assunzioni di personale de parte delle regioni e l’arrivo dei navigator, preoccupa le agenzie per il lavoro?

Da cittadino, sono preoccupato perché quest’operazione si fa con soldi pubblici e quindi spero che siano spesi nel migliore dei modi. Da amministratore delegato di Randstad, credo invece che la concorrenza, se fatta bene, sia interessante e crei stimoli a fare meglio da tutte le parti. La cosa più importante resta sempre quella di dar lavoro alle persone.  Il problema è che questo è un mestiere molto difficile, bisogna quindi fare molta formazione e non improvvisarsi mai.  Poi, ci sono dei mercati in cui Cpi e/o agenzie per il lavoro possono anche avere del personale fantastico, ma se il lavoro non c’è, trovarlo diventa difficile come vendere ghiaccioli agli eschimesi.

Cosa serve davvero per affrontare le sfide attuali e future nel mondo del lavoro?

Bisogna che le aziende capiscano che il personale richiede più attenzione, dall’altra parte poi le persone in cerca di occupazione devono avere chiaro che oggi il mondo del lavoro è sempre più complesso. Ecco perché, per rispondere alle richieste delle imprese, bisogna studiare molto, aggiornarsi e rendersi sempre appetibili sul mercato.

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