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Dall’allarme Germania alla guerra dei dazi: investitori pronti alla recessione

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Di Domenico Conti – Via dalle Borse, corsa ai titoli di Stato, anticipando una corsa delle banche centrali mondiali a tagliare i tassi. Gli investitori – è il segnale che arriva dal crollo dei rendimenti di Btp italiani, Bund tedeschi o treasuries americani – vedono aria di recessione e corrono ai ripari. In un’economia mondiale stremata dalla guerra dei dazi fra Usa e la Cina, si aggiunge la guerra valutaria con uno yuan fatto svalutare per rispondere alle minacce di Donald Trump.

E l’Europa, esposta com’è all’export, rischia di fare la fine del vaso di coccio: lo sanno bene a Berlino, dove arriva l’ultima tegola sulla crescita tedesca: la produzione industriale fa un tonfo (-1,5%) ben maggiore delle attese (-0,5%). Non cadeva così tanto da un decennio, dalla grande crisi finanziaria. È il segnale di una recessione del manifatturiero che rischia di cancellare la ripresa tedesca del primo trimestre (+0,4% del Pil dopo una fine 2018 negativa). E rischia di essere un anticipo dei mesi a venire, se l’istituto Ifo certifica oggi, nella sua Business Survey, che con un calo a -5,7 delle aspettative delle imprese sulla produzione “una fine della recessione dell’industria in Germania non è in vista”, come sintetizza Robert Lehmann dell’istituto di ricerca tedesco. Carsten Brezeski, capo economista per il paese di Ing, è categorico: dati “devastanti” che sottintendono a una caduta del Pil nel secondo trimestre. Che rischia di avere un trascinamento anche sulla seconda parte dell’anno per la manifattura italiana.

Gli investitori prendono nota: fra Brexit con il rischio di un mancato accordo fra Londra e la Ue, minacce di dazi dagli Usa anche all’Europa, la possibilità concreta di una rottura fra Washington e Pechino, le prospettive economiche rischiano di poter solo peggiorare. Il Bund tedesco, termometro della corsa verso il porto sicuro dei titoli governativi a tripla A, vede una corsa agli acquisti, e quindi un crollo degli interessi fino all’ennesimo minimo storico (-0,586%). La curva dei rendimenti tedesca comincia ad assomigliare a quella Usa, prossima a un’inversione (con i titoli a breve che pagano più di quelli a lungo) che presagisce recessione.

È l’anticipo di una nuova fase di interventismo della Bce, peraltro sottolineato dal taglio dei tassi di India, Nuova Zelanda e Thailandia sui timori della ‘botta’ che sta arrivando per l’economia globale. Mario Draghi si prepara a tagliare i tassi a settembre, e anche i Btp italiani festeggiano, con uno spread che resta sopra 200 punti ma con il tasso del decennale che finisce sotto l’1,50%, ai minimi da fine 2016. La scossa che pervade l’economia, però, se premia i titoli pubblici punisce le Borse: quelle europee reggono oggi dopo la forte correzione degli ultimi giorni, ma non Milano (-0,45%) e neanche Wall Street, dove si teme, da fine 2019 in poi, l’impatto dell’esaurirsi dello stimolo fiscale di Trump.

Il timore, poi, è che il braccio di ferro fra Trump e Xi Jinping sfugga di mano, fra le accuse di manipolare i cambi a cui Pechino risponde con un’ulteriore deprezzamento dello yuan a 7,09 sul dollaro. Anche i tresuries a dieci anni, nonostante la crescita tenga, si avvicinano allo zero anticipando nuovi tagli della Fed (stimano oltre un punto in meno da qui a fine 2020) e Trump stesso ci mette del suo: “il nostro problema è la Fed” che “deve tagliare i tassi molto e velocemente”. Il petrolio segna un calo di oltre il 2%, l’oro vola a oltre 1.500 dollari, segno che gli investitori cercano un appiglio sicuro per proteggersi da quella che, potenzialmente, è una tempesta perfetta.