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23 Agosto 2019

Per fare un governo deve finire la guerra per bande

Fabio Insenga

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Queste ore, quelle delle Consultazioni ufficiali e delle trattative sotto banco, quelle dei finti proclami e delle parole dure del Capo dello Stato Sergio Mattarella, descrivono un tessuto politico ormai liso, consumato. Si intrecciano una profonda crisi della rappresentanza e un abuso di ogni canale di comunicazione possibile. Il risultato è un continuo corto circuito dal quale è difficile far emergere soluzioni praticabili. Le comunicazioni del Presidente della Repubblica, che ha concesso cinque giorni per uscire da un’impasse imbarazzante, sono arrivate al termine di una giornata in cui, ancora una volta, gli interessi reali del Paese sono stati puntualmente sommersi da quelli di parte, da quelli personali, dalle beghe tra piccoli – soprattutto per spessore – gruppi di potere.

Le guerre nel Pd, i timori di scontentare le correnti interne al Movimento Cinquestelle, il maldestro tentativo della Lega di cancellare la responsabilità della crisi politica, la navigazione a vista delle altre forze politiche. Il quadro è questo. Difficile aspettarsi un improvviso ravvedimento generale. Ma, se possibile, ora dopo ora stanno emergendo nuove distorsioni.

Nell’audio dell’ex segretario del Pd Matteo Renzi, che si è premurato di spiegare nel dettaglio i complicati passaggi di ieri alla platea della sua scuola di politica, c’è la sintesi di un ulteriore upgrade. I giornalisti sono sempre stati il veicolo scelto per mandare messaggi, mettere in piedi piccoli e grandi ricatti. In genere, ogni notizia nasce perché qualcuno ha interesse a diffonderla. Non c’è da scandalizzarsi. Ma va registrato il salto di qualità. Quando è in corso una delicata trattativa tra Pd e Cinquestelle, arriva dall’interno dello stesso Partito Democratico, con la voce del leader di una corrente ‘di peso’, maggioritaria nei gruppi parlamentari, un segnale inequivocabile: se non vi muovete come diciamo noi, alle prossime elezioni un pezzo del Pd sarà fuori dal Pd. Ovvero, la premessa peggiore per ragionare di un governo di legislatura che possa contare su una solida maggioranza. Lo strumento scelto, quello di un file audio, rende il messaggio più forte: è vero, non smentibile, ma è sempre possibile gridare al sabotaggio di qualcun altro.

La sensazione è che non resterà un caso isolato. Arriveranno nuovi messaggi, da altre parti e con altre firme, a complicare ancora un confronto che dovrebbe rimettere al centro poche idee chiare per costruire un programma credibile. Servirebbe un livello accettabile di fiducia e di correttezza istituzionale. L’ha chiesto, anche con forza, il Presidente della Repubblica. Il timore di tornare alle urne, con Mattarella pronto a sciogliere le Camere senza una sostanziale svolta nei prossimi giorni, può essere un deterrente. Ma per governare sul serio, per iniziare a dare le risposte che servono, è necessario andare oltre. E iniziare a ragionare di soluzioni condivisibili. Per fare un governo, deve finire la guerra per bande. 

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