30 Agosto 2019

Entro il 2050 potrebbero esserci più pensionati che lavoratori

Fortune

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“Il fatto che le persone vivano più a lungo e in salute è un risultato da celebrare”, naturalmente, ma richiede anche che la politica si adatti. Che promuova un “invecchiamento attivo”, ha affermato Stefano Scarpetta, direttore Ocse per l’Occupazione, il lavoro e gli affari sociali: senza provvedimenti sulle pensioni ci saranno “conseguenze potenzialmente gravi per gli standard di vita e le finanze pubbliche”. Un avvertimento che arriva insieme al lancio, a Tokyo (capitale del Paese più ‘vecchio’ del mondo), del rapporto Ocse ‘Working Better with Age’. E al dato che fa capire la portata del problema invecchiamento, lavoro e pensioni, soprattutto per il nostro Paese: entro il 2050 potrebbero esserci più italiani in pensione che lavoratori.

Sulla base degli attuali schemi pensionistici, scrive l’organizzazione, il numero di persone over-50 inattive o pensionate che dovranno essere sostenute dai lavoratori potrebbe aumentare di circa il 40%, arrivando nell’aera Ocse a 58 su 100. In Italia, Grecia e Polonia, entro il 2050 il rischio è di un rapporto uno a uno o addirittura di più over-50 fuori dal mondo del lavoro che lavoratori.

Di fronte al rapido invecchiamento della popolazione, l’Ocse invita i governi a promuovere “maggiori e migliori opportunità di lavoro in età avanzata per proteggere gli standard di vita e la sostenibilità delle finanze pubbliche”. Ritardando l’età media in cui i lavoratori più anziani lasciano la forza lavoro e riducendo il divario di genere nella partecipazione della forza lavoro in età più giovane, l’aumento medio per l’area Ocse potrebbe infatti essere ridotto al 9%.

La relazione su invecchiamento, lavoro e pensioni sottolinea che sono stati compiuti molti progressi per incoraggiare i lavoratori più anziani a continuare a lavorare fino all’età di 65 anni. Tuttavia, praticamente in tutti i Paesi Ocse, l’età effettiva in cui gli anziani escono dal mercato del lavoro è ancora più bassa oggi rispetto a 30 anni fa, nonostante un numero maggiore di anni rimanenti di vita. Ciò è spiegato da una combinazione di scarsi incentivi a continuare a lavorare in età avanzata, riluttanza dei datori di lavoro ad assumere e trattenere lavoratori più anziani e investimenti insufficienti nell’occupabilità per tutta la vita lavorativa.

Il rapporto giudica necessarie una maggiore flessibilità nell’orario di lavoro e migliori condizioni di lavoro in generale per promuovere una maggiore partecipazione a tutte le età. Ad esempio, un lungo orario di lavoro può dissuadere alcune persone anziane dal lavorare più a lungo e impedire ad alcune donne, che tornano dalle pause di educazione dei figli, di perseguire carriere lavorative più lunghe. Cattive condizioni di lavoro in giovane età possono portare a cattive condizioni di salute e al pensionamento anticipato in età avanzata. È anche importante investire nelle competenze dei lavoratori più anziani. Molti mostrano infatti livelli più bassi di prontezza digitale rispetto ai loro figli e nipoti (l’Italia è agli ultimi posti) e partecipano molto meno alla formazione professionale rispetto ai lavoratori più giovani.

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