4 Ottobre 2019

La sfida al formaggio italiano ‘fake’ in Cina

Enrico Verga

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La guerra commerciale tra Cina e Usa costituisce un vantaggio competitivo per i produttori (italiani) di Parmigiano Reggiano e Grana Padano. Il perché giace tra il fenomeno della produzione di ‘Prodotti Italian sounding’ e il fatto che in Cina si trovano quasi esclusivamente formaggi ‘fake’ made in Usa. Mentre i nostri Dop, Docg, ecc… attraversano a stento i confini asiatici.

Prodotti Italian sounding
Cosa sono? In soldoni sono prodotti che vengono ‘spacciati’ come italiani ma che di italiano non hanno nulla tranne due cose: il nome (‘parmesan’ è uno dei più famosi) e il packaging che richiama l’Italia (foto di Vespa, Colosseo, bandiera italiana, ecc…). Il fenomeno italian sounding è un danno per il comparto enogastronomico italiano in tutto il mondo. È esploso negli ultimi 10 anni e la stessa Coldiretti ne traccia in modo dettagliato il danno per le nostre imprese. Si parla di circa 100 miliardi di mancato introito. Una cifra mostruosa a cui si aggiunge la ‘beffa’. Immaginate. Voi siete un ricco borghese di Xian Alta (quella lontana dal porto per intenderci). Arrivate in vacanza in Italia e assaggiate le nostre specialità; tornate al Paese e comprate il Parmesan… e rischiate anche di intossicarvi. Infatti, un tema spesso non discusso con le dovute cautele è che i processi per cui vengono assegnati i marchi Dop, Docg, e il recente marchio The Extraordinary Italian Taste, richiedono ai produttori una serie di presidi di produzione, macchinari, analisi organolettiche, che implicano uno standard qualitativo elevato da parte dei produttori che possono fregiarsi di questo marchio. Per questo il consumatore (italiano o straniero) può fidarsi di quello che compra. La pratica dell’italian sounding, oltre che recare un danno economico alle aziende agroalimentari italiane e relativa filiera, danneggiano anche la salute del mercato dove vengono vendute, inquinando l’esperienza del consumatore sino ai casi limite di intossicazione alimentare. Parlando di abuso di italian souding, e regole imposte dalla Ue agli Usa, dalle rubriche del prestigioso Wall Street Journal, Joe Quenaan rispondeva sarcastico “gli europei dovrebbero smetterla di punirci (togliendoci l’utilizzo di termini come parmesan ndr) solo perché noi siamo favolosamente ricchi e infinitamente pieni di risorse e abbiamo ragazzi come Mark Zuckerberg che giocano nella nostra squadra”. Ora mi piace pensare che Quenaan fosse in modalità ironica, ma di certo il suo pensiero, cosi schietto, non deve essere molto distante da quello degli allevatori della corn belt americana. Già nel 2014 si discuteva come questi falsi (nemmeno di autore) fossero presenti sul mercato a stelle strisce in quantità ben superiori al prodotto originale made in Italy. Il parmigiano reggiano e il grana padano, nel mondo dei formaggi, sono i prodotti caseari italiani più imitati. Dopo tutto noi italiani non riusciamo a immaginare quanto sia buono il famoso Parmesan della Sartori Cheese a Plymouth, Winsconsin provincia di Brescia…

Il formaggioso buco americano ‘italian sounding’ in Cina
La presenza in Cina di formaggi americani non è un segreto. Anzi a dirla tutta è la relativa assenza di prodotti italiani in Cina che dovrebbe preoccupare. Un’analisi del Usda parla chiaro. La presenza di prodotti caseari europei negli ultimi anni è stata pari a quella dei prodotti americani e surclassata per 5 a 1 (almeno) da quella dei prodotti della Nuova Zelanda. E in Europa a fare la voce grossa in quanto export in Cina ci sono prima di tutto i Paesi del nord e il nostro vicino francese. L’anno scorso il signor Trump e il signor Xi Jinping si sono scotrati di brutto. Risultato? Una guerra commerciale che, tra le altre vittime, ha visto i formaggiari americani. Allo stato attuale le tariffe di importazione in Cina per formaggi processati (nella definizione rientra il parmesan americano e il nostro Parmigiano e Grana) americani sono, come riporta Dairyherd, passate dall’8% pre-crisi al 33%. Se a queste tariffe aggiungiamo anche quelle di altri prodotti derivati dal latte che possono essere processati sul posto (in Cina), per produrre formaggio di varia tipologia (duro, molle, fresco ecc…), si arriva anche a tariffe totali post crisi del 45% (per esempio la Panna utilizzabile per fare il burro). È lo stesso sito Dairyherd a riportare che post nuove tariffe l’export globale di prodotti caseari americani verso la Cina è crollato in media del 43%. Per quanto le esportazioni di prodotti caseari americani in Cina siano varie, non è segreto per nessuno che tra i pezzi forti ci sono anche i famosi italian sounding. Il ‘nostro’ famoso Parmesan o Sarmesan e i suoi cugini ‘poveri’. Inteso che anche i bravi neozelandesi (famosi per pecore e hobbitville) non sono da meno quando si tratta di imitare l’Italia, come ci dimostrano gli sforzi della nostra rappresentanza italiana per combattere questo fenomeno di imitazione. Il buco lasciato dagli americani è, tuttavia, un’opportunità per noi italiani, se la vogliamo sfruttare.

China & Bella Ittallia
Ci sono però alcuni aspetti da considerare se vogliamo portare il grana Padano oltre la grande muraglia, con successo. Primo aspetto la conoscenza del grana italiano rispetto al ‘parmesan’ del Wisconsin… Per fare un esempio. Immaginatevi a fare un giro a Goa e assaggiare il pesce al curry. Curry (che significa mix di spezie, non è una spezia di suo) i cui singoli elementi sono tostati al momento davanti ai vostri occhi: curcuma, peperoncino, fieno greco, aglio ecc… una cosa da urlo. Poi tornate in Italia e vi comprate il curry al supermercato che, salvo miracoli, vi offrirà il curry giallastro in polvere. Ecco, se il bravo cinese della classe medio-alta è passato solo una volta a Roma, a farsi lo spago con grattugiato in cima il grana, comprenderemo quanto la sfida sia ardua per fargli comprendere cosa sia l’Italia. La presenza dei prodotti caseari italiani in Cina è riscontrabile nella ristorazione di lusso e, in generale nel settore Horeca (catene hotel, fast-food ecc…), molto meno nella vendita nel canale retail come i supermercati. La competizione è molto forte se ricordiamo che Paesi come la Nuova Zelanda presidiano con successo il segmento di mercato. Serve quindi una politica veloce e precisa del nostro corpo consolare, Ice e tutto il resto della carovana pubblica per organizzare seminari, corsi di cucina ecc… Insomma, la versione italiana dei Confucio Institute sparsi in Africa. Abbiamo la fortuna che chi può permettersi 11 euro al kg di grana padano abita di solito nelle grandi città. Il mercato cinese è ancora ignorante sui prodotti italiani. Il secondo aspetto è che le aziende italiane devono evitare di vendere grana falso in Cina. La cosa qui è molto più sottile e inquietante. La registrazione di un marchio, brevetto, nome, o processo produttivo in Cina non è una cosa scontata. “Il problema è molto serio”, spiega Simona Cazzaniga dello Studio Legale Sutti, esperta in materia che ha pubblicato numerosi studi sul tema. “Molto spesso le aziende straniere, in questo caso cinesi, effettuano regolarmente sono le missioni esplorative presso mercati europei. Queste missioni hanno di solito un duplice scopo. Trovare nuovi prodotti da importare e, nel caso di successo, registrare i marchi originali o quelli nella lingua locale. Se un importatore cinese ha registrato il nome traslato in lingua cinese, oppure alcuni dei processi di produzione o i macchinari, potrebbe essere un problema. Il felice esportatore italiano giunto in Cina affronterà un governo che è schierato a proteggere il suo prodotto fatto in Cina contro il falso esportato dall’Italia. Se l’azienda italiana vorrà aprire un caso legale è bene considerare alcuni aspetti operativi. Secondo la legislazione vigente l’esportatore italiano dovrà dimostrare la presenza o la conoscenza preesistente del suo prodotto”, poniamo il Grana, rispetto alla successiva registrazione da parte del gruppo cinese. “La dimostrazione avviene tramite eventuali fatture di vendita precedenti alla registrazione oppure analisi dei media cinesi che dimostrino la conoscenza dell’IP asset in questione nel mercato cinese, precedente alla registrazione da parte del gruppo cinese”, conclude Cazzaniga. Per dirla semplice un’operazione in salita, soprattutto se consideriamo che generalmente il governo cinese ha una certa predilezione per difendere i propri gruppi, e un gruppo italiano che vuole fare il mazzo a uno cinese si trova esposto a una serie di costi importanti. Un detto famoso in Cina (la cui interpretazione occidentale è sempre soggettiva) recita: “che tu possa vivere in un periodo interessante”. Ecco, in un modo o nell’altro i produttori di Grana e Parmigiano italiani hanno l’opportunità di vivere momenti interessanti. Sta a loro decidere come interpretare questa opportunità.

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