29 Ottobre 2019

Antitrust batte Agcom, ‘conserva’ vigilanza su clienti telco

Alberto Sisto

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Chiarezza è fatta. Sulle violazioni alle regole del codice del consumo vigilerà, accerterà e, se del caso, punirà l’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, anche quando si tratta di pratiche commerciali scorrette attuate dagli operatori telefonici. Lo ha stabilito il consiglio di Stato che con una sentenza pubblicata pochi giorni fa, che ha messo la parola fine, dopo 7 sette anni, allo scontro fra Antitrust, da un lato, che rivendicava la propria giurisdizione sulla materia e Wind, Telecom Italia e Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, dall’altro lato, che la contestavano.

Il caso nasce intorno ad una piccola vicenda di scaltrezza commerciale agita da Wind telecomunicazioni, che per un anno intero, fra il 2011 e il 2012, non informò adeguatamente i propri clienti dei costi nascosti nelle proprie proposte e offerte commerciali. Servizi extra a pagamento, attivati con il semplice acquisto della scheda telefonica, e senza richiedere il consenso da parte del cliente.

Una vicenda come ne accadono ogni giorno nel mercato dei servizi telefonici, e forse neanche la più grave. Se si pensa all’ultima trovata delle majors del settore che due anni fa decisero di aumentare, da 12 a 13, le mensilità dell’anno inventandosi la fatturazione calcolata sui 28 giorni del mese più corto, ci si accorge che la creatività commerciale sembra non avere limiti. Ma la multa a Wind è assurta a vicenda epocale, dopo che la società con il ricorso alla magistratura amministrativa ha tentato di scrollarsi di dosso e per sempre il controllo dell’Agcm, sulle pratiche commerciali dell’intero settore.

Wind si è rivolta al Tribunale amministrativo del Lazio, chiedendo di accertare l’incompetenza dell’Antitrust sulla materia. Ha, insomma, messo in discussione la stessa legittimità dell’Antitrust ad occuparsi della parte del codice del consumo relativo ai contratti e alle liti fra clienti e operatori di telefonia, come le leggi prevedono.

Riassumendo i termini della querelle il magistrato, Vincenzo Lopilato, scrive: “La questione posta all’esame della Sezione attiene alla individuazione dell’Autorità indipendente competente (Autorità garante della concorrenza e del mercato o Autorità per le Garanzie nelle comunicazioni) a sanzionare pratiche commerciali scorrette poste in essere da operatori economici nel settore delle comunicazioni elettroniche”.

La compagnia telefonica ha cercato in pratica di minare alla radice il potere dell’Antitrust, nella speranza di guadagnarsi un giudice più clemente. L’Agcom, quando affronta singoli controversi società/cliente li risolve imponendo al gestore telefonico di rimborsare i maggiori oneri, in genere poche centinaia o qualche migliaio di euro, sostenuti dai clienti sprovveduti senza arrivare alle multe a sei cifre.

In prima battuta Wind ha avuto il conforto della magistratura amministrativa. Nel febbraio del 2013 il Tar del Lazio ha accolto le regioni di Wind, provocando l’immediata reazione di Antitrust, che si è appellata contro la decisione “sbagliata del Tar”, che oltre alla competenza le avrebbe sottratto anche il frutto del proprio lavoro. Gli incassi delle ammende, da 5.000 a 5 milioni, che nel 2018 hanno fruttato   per l’aggregato comunicazioni finanza e poste 32 dei circa 61 milioni complessivi di entrate da sanzioni.

La complessità della legislazione, il sovrapporsi di leggi nazionali e comunitarie, come pure l’intrecciarsi delle legislazioni speciali e delle norme generali hanno fatto si che a dirimere la questione fosse chiamata anche la Corte di giustizia europea, che coinvolta nel 2017, in due anni è venuta a capo della propria parte del processo e ha deciso per la competenza dell’Antitrust.

A Wind, e Telecom Italia che si era unita in corsa nel processo, lo scontro finale è andato male. Al termine di un processo durato dal 2012 infatti il Consiglio di Stato, che nei giorni scorsi ha accolto le riserve dell’Antitrust, e inficiato la sentenza di primo grado.

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