5 Novembre 2019

La moda e il lusso secondo Gianni Tolentino

Giorgio Nadali

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Gianni Tolentino non produce vestiti, ma crea abiti che si fondono con la personalità e la figura di chi li indossa. Lavora con passione e competenza in più direzioni. Per il suo atelier di alta moda ama disegnare interpretando i desideri della donna, creando così sempre nuovi ed irripetibili modelli esclusivi. Stilista di alta moda femminile, figura di rilievo nazionale ed internazionale, le cui creazioni, per la loro raffinatezza, esclusività ed eleganza, vengono scelte dai nomi più rappresentativi dello spettacolo e del jet set milanese.

Come vede l’attuale situazione della moda italiana? 

Attualmente vedo un po’ di confusione, perché non c’è una tendenza definita fra gli stilisti e ognuno fa una sua linea. Le clienti vanno in confusione. Qualche anno fa c’era la gonna corta e lunga, pantalone largo e stretto. Invece adesso c’è tutto, quindi la donna è distratta da questo. Poi i tempi sono molto veloci perché, come quest’anno, a fine ottobre fa ancora caldo, parlando dell’inverno, la stagione non c’è quasi più, perché anche nei negozi gli abiti invernali sono fuori già da luglio e c’è un po’ di rallentamento. Non all’estero, dove la stagione si allunga di più perché loro mettono abiti eleganti tipo i miei anche durante serate in casa, alle feste, oppure alle prime dei teatri, vanno sempre in lungo. C’è una cultura diversa. Qui c’è solo al Teatro alla Scala la Prima, dove vanno in lungo. Le altre sere vanno come vogliono. Non c’è una regola. Una volta c’era. Adesso non c’è più.

Di quali tappe della sua carriera di stilista va più fiero?

Io cominciato negli anni ’80. Ho frequentato la scuola Marangoni, Brera. Ho fatto uno stage da Pucci e da Dior. Ho fatto una formazione importante anche da Mila Schon. Poi mi sono messo da solo con un po’ di coraggio.  Erano tempi più facili. Tu facevi una collezione e la vendevi velocemente. La prima sfilata l’ho fatta al Grand Hotel et de Milan, in via Manzoni. Poi all’hotel Principe di Savoia. Mi piace il bello e ho sempre puntato in alto. Negli anni ‘90 ho avuto grandi soddisfazioni perché ho vinto il Leone d’Oro a Venezia con i costumi del ’700. Ho vestito 40 donne alla Scala. 

Non ha pensato di fare i costumi per il cinema?

Chi vuol fare il costumista deve essere in contatto con gli autori dei testi dei film e dei registi. Io non ho mai fatto questo. Lo facevo perché mi divertivo. A Venezia andavamo a queste grandi serate con questi costumi. Recentemente alla Rai, a “Detto fatto” ho presentato sei abiti veneziani, tutti dipinti a mano 30 anni fa, però sono piaciuti ancora adesso.

Oggi la moda è più arte o più business?

Business. È un male perché l’arte ti insegna delle regole dal lato estetico, invece per il business devi fare i numeri per fare fatturato e allora i dettagli non li puoi curare. Devi fare delle cose che non costano molto per venderne un po’. Io penso più all’arte. 

Essere stilista richiede un talento innato?

Sì. Lo fanno in tanti, ma pochi hanno il talento. Dipingere mi ha aiutato. Lo faccio tuttora per passione. Mai pensare a quanto si guadagna, mentre oggi i ragazzi vogliono subito guadagnare. Poi devi avere l’umiltà di apprendere.

Perché alcuni stilisti sono arrivati a livelli stratosferici?

 Perché avevano alle spalle sicuramente dei grandi finanziatori. Io ho sempre fatto tutto da solo.

Cosa significano per lei queste 3 parole: lusso, eleganza, femminilità?

Il lusso vuol dire apparire con delle cose hai solo tu. Questi sono abiti di lusso. Le persone che amano lusso hanno anche delle case di lusso. L’eleganza è un’altra cosa. Fa parte della persona. È il modo di muoversi, di porsi, di parlare. Anche di indossare l’abito. Quella è più rara da trovare.

Le persone che comprano questi abiti non è detto che siano eleganti?

Certo, ma io li vendo lo stesso. L’eleganza è innata. Il lusso lo compri. Anche la femminilità è innata. Poi l’abito aiuta. 

Cosa consiglia ai giovani che vogliono intraprendere la carriera nella moda?

Se hanno molta passione e desiderio, di farlo. Se proprio ce l’hanno nel sangue, di farlo. Non pensare di arrivare in un attimo. Ci si arriva dopo tanti anni e ci vuole esperienza perché l’alta moda vuol dire anche come è cucito il vestito, il ricamo…ho fatto anche il pret-à-porter per un po’ di anni e poi  ho smesso perché non mi dava molta soddisfazione.

A quale tipo di donna lei si rivolge?

Deve avere questa immagine un po’ sofisticata. Queste donne manager si mettono il tailleur e vanno in ufficio. Poi alla sera vano a teatro, ma non si cambiano perché non hanno tempo. Questo l’errore, perché le donne dovrebbero cambiarsi sempre quando vanno a un evento. 

E’ possibile essere eleganti spendendo poco?

Sì, certo!  Bisogna avere il gusto di scegliere, anche con cose semplicissime.

Perché in giro si vede decisamente poca eleganza? E’ un fatto più culturale o economico?

Tutte e due. Io lo vedo. Sono qui in Montenapoleone e ci sono poche donne eleganti. Quelle troppo eleganti sono fuori tema rispetto a quello che c’è in giro. È una scelta, perché tante persone comunque avendo delle possibilità economiche non vogliono apparire e si vestono quasi dimesse. Vogliono passare inosservate. 

Yves Saint Laurent diceva: “Nel corso degli anni ho imparato che ciò che è importante in un vestito è la donna che lo indossa”. Lei è d’accordo?

Vero! Se metti lo stesso abito su due donne, l’effetto è diverso. 

Questi abiti sono per tutte le età e taglie?

L’età non conta. La base è la taglia 42 per la sfilata. Poi abbiamo delle clienti che magari hanno una taglia 46 o 48. Le consigliamo. Se una donna ha il portamento ed è sicura di sé può metterlo. Le modelle sono sempre giovani perché fa più scena per vendere.  

Cosa manca alla moda italiana oggi?

Dedicarsi di più ai giovani. Molti hanno le capacità di fare, la creatività, la bravura, però non sono aiutati. Se uno non ha i soldi del padre che paga non riesce a far niente perché all’inizio devi sempre investire.

Perché non apre una scuola di alta moda?

Potrebbe essere. Me lo hanno chiesto. Ci sono delle scuole, però più di tanto non ti insegnano. Se invece tu vai direttamente negli atelier impari meglio.

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