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3 Gennaio 2020

I nemici di Trump e la guerra

Fabio Insenga

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La tentazione di semplificare c’è sempre, soprattutto quando si parla di Donald Trump. Ma la versione “è fuori controllo, da lui ci si può aspettare qualunque cosa” rischia di portare fuori strada. Soprattutto oggi, soprattutto dopo un passo come quello che ha appena fatto, dando l’ordine di compiere il raid a Bagdad che ha ucciso il generale iraniano Qassem Soleimani.

Spetta agli analisti spiegare come e perché una decisione del genere arriva proprio in questo momento, all’inizio di un 2020 che doveva partire, come annunciato dallo stesso presidente Usa, con la firma della prima fase dell’accordo commerciale con la Cina, il prossimo 15 gennaio. Poteva esserci un accenno di distensione a livello globale, potevano beneficiarne i mercati e la crescita globale. Invece, si torna nella tensione e, anzi, si rischia una violenta crisi internazionale.

Escludendo che si possa spingere il tasto ‘fuoco’ come se ci si trovi alla cloche di un videogioco, resta una domanda tanto banale quanto difficile da gestire: perché? La risposta che arriva dal leader della Lega, Matteo Salvini, non lascia dubbi: “Donne e uomini liberi, alla faccia dei silenzi dei pavidi dell’Italia e dell’Unione Europea, devono ringraziare Trump e la democrazia americana per aver eliminato uno degli uomini più pericolosi e spietati al mondo, un terrorista islamico, un nemico dell’Occidente, di Israele, dei diritti e delle libertà”. È la versione condivisa, più o meno esplicitamente, da tutto il mondo filo Trump: un nemico è stato abbattuto.

La questione più rilevante sembra legata proprio al ruolo dei ‘nemici’. Passare da un nemico all’altro, anche mettendo in conto il costo da pagare a una guerra, è una strategia che sembra ormai consolidata nell’azione di Trump. Dal muro con il Messico, alla guerra dei dazi, fino all’escalation in Medio Oriente. Una strategia che paga in termini di consenso interno, con le elezioni americane che si avvicinano, e che può rafforzare la posizione del presidente degli Stati Uniti, nella versione di patriota e comandante delle forze armate.

Difficile, comunque la si voglia leggere, che non si sia messa in conto una ritorsione. Edward Luttwak, parlando all’Adnkronos, sintetizza: da parte di Teheran “ci sarà sicuramente una risposta, ma non credo sarà devastante. Se lo sarà, ci sarà un’altra azione per punirla”. Anche in questo caso, la logica è quella dell’escalation, dell’azione che insegue la ritorsione, e porta dritta al conflitto.

Un’ipotesi che colpirebbe, ancora una volta, prima le popolazioni coinvolte e poi l’economia globale. A partire dal petrolio e dalla borse, che già stanno reagendo. Il mondo, per dirla con il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, “non può permettersi” un’altra guerra nel Golfo Persico. Da qui, tutti gli appelli alla moderazione che si stanno rincorrendo in queste ore. Ma la domanda che arriva dopo offre ancora meno certezze: Trump pensa a quello che il mondo può permettersi? Oppure è già a caccia del prossimo nemico?

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