3 Gennaio 2020

Iran vs Usa, lo spettro della guerra sul mercato del petrolio

Alessandro Pulcini

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Dopo l’attacco statunitense, ordinato dal Presidente Donald Trump, che ha provocato la morte del generale iraniano Qassem Soleimani con un raid sull’aeroporto di Bagdad, in Iraq, le parole che si sentono ripetere più spesso sono due. La prima è “guerra” naturalmente, con molti tra analisti ed esponenti politici che vedono la mossa di Trump come una dichiarazione di guerra concreta (mentre l’hashtag WWIII invade le bacheche di Twitter).  La seconda è “petrolio”.

Nonostante le fonti ufficiali rassicurino sulla tranquillità della situazione nei giacimenti mediorentali, ci sono abbastanza elementi per preoccuparsi e per far prevedere conseguenze sul prezzo dei barili (e sui mercati). “Il ministero del Petrolio iracheno conferma che la situazione è normale nei giacimenti petroliferi in Iraq. Le operazioni di produzione ed esportazione non sono state influenzate” dalla situazione, ha detto un portavoce del ministero del Petrolio iracheno. Eppure i dipendenti delle compagnie petrolifere statunitensi che lavoravano nei giacimenti iracheni hanno lasciato il Paese alcune ore dopo il raid. La loro partenza arriva in risposta a una richiesta dello stesso governo americano. L’Ambasciata americana a Baghdad ha invitato i cittadini americani a “lasciare immediatamente l’Iraq”, citando le alte tensioni nel paese e nella regione.

Anche le parole degli esperti non fanno ben sperare. “Il raid statunitense su Baghdad che ha provocato
l’uccisione del generale Soleimani è il segnale evidente di una guerra per i giacimenti petroliferi della regione da parte degli Usa. La storia si ripete come ai tempi di Saddam Hussein, stesso copione”, ha detto ad Aki-Adnkronos International il presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, commentando l’uccisione in Iraq del comandante della Forza Quds (il corpo di elite dei Guardiani della Rivoluzione dell’Iran). “Se la focalizzazione principale è stata sulla Libia in questi ultimi mesi, con questo ultimo episodio si colpiscono ben due obiettivi geopolitici strategici del Medio Oriente: Iraq ed Iran, nonché i Paesi collegati alle fazioni politiche degli ayatollah iraniani”, prosegue Marsiglia. È anche da considerare il fatto che, teoricamente, all’Iran una guerra, economicamente, non conviene: bloccherebbe il Golfo Persico, e le sue esportazioni di petrolio, secondo l’esperto di geopolitica Stefano Silvestri.

Rassicurazioni arrivano dall’Eni, che è presente in Iraq dal 2009 con attività di sviluppo di idrocarburi su una superficie sviluppata di 1.074 chilometri quadrati (446 chilometri quadrati in quota Eni). Le attività di
produzione e sviluppo sono regolate da un technical service contract. La produzione è fornita dal giacimento Zubair (Eni 41,6%) che nel 2018 ha prodotto 34 mila barili/giorno in quota Eni. “Al momento, le attività a Zubair procedono regolarmente. Continuiamo tuttavia a monitorare molto attentamente l’evolversi della situazione nel Paese”, ha detto un portavoce dell’Eni, le cui attività irachene prevedono l’esecuzione di un’ulteriore fase di sviluppo dell’Erp (Enhanced Redevelopment Plan) per il progetto di Zubair, che consentirà di raggiungere il livello produttivo di plateau pari a 700 mila barili/giorno. Il programma prevede inoltre l’utilizzo del gas
associato per la generazione elettrica. La capacità produttiva e le principali facility per raggiungere il target produttivo sono state già installate; le riserve presenti nel giacimento saranno messe progressivamente in produzione attraverso la perforazione di pozzi produttivi addizionali nei prossimi anni.

Per il momento si possono solo guardare i numeri. Se è vero che non c’è stato un appesantimento particolarmente consistente dei mercati, l’impennata dei prezzi del petrolio si è verificata: il Wti è aumentato di 1,70 dollari a 62,82 dollari, per poi arrivare a 63,88: il massimo dal primo maggio scorso. Il Brent ha registrato un incremento di 1,93 dollari a 68,18 a barile, inizialmente, per poi arrivare a 69,29 dollari, ovvero a livelli che non si vedevano da metà settembre.

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