9 Gennaio 2020

Una gran voglia di partecipazioni statali

Natale D’Amico

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Il 2020 potrebbe essere l’anno della rinascita in grande stile delle società a partecipazione statale. Che per la verità non sono mai morte. È vero, negli anni ’90 – in una densa stagione di privatizzazioni – l’Italia incassò attraverso la vendita di imprese di Stato addirittura di più di quanto aveva realizzato Margaret Thatcher nel Regno Unito. Ma l’epoca delle vendite si chiuse presto. E lo Stato rimase proprietario, da solo o con altri, direttamente o attraverso soggetti a loro volta sotto il controllo statale, di un gran numero di imprese. Solo per ricordarne alcune: Eni, Enel, Rai, Finmeccanica (ora Leonardo), Fincantieri, Cassa Depositi e Prestiti, Ferrovie, Anas, Fintecna, Sace, Simest, Snam, Terna, Invitalia… Tutto ciò senza neanche provare a citare l’innumerevole elenco delle partecipate municipali che continuano a fornire, spesso in condizioni di monopolio, la gran parte dei servizi pubblici locali.

Ora sembriamo tornati ai primi anni ’30: con le motivazioni e le modalità più varie, lo Stato si appresta a recuperare il controllo su un gran numero di imprese, e in qualche caso ad acquisirne di nuove. Negli anni ’90, la privatizzazione del gestore dei servizi telefonici e della relativa rete di comunicazione venne chiamata “la madre di tutte le privatizzazioni”. Ora lo Stato, tramite proprie controllate, sta realizzando una propria rete telefonica in fibra ottica; prima o poi, attraverso una fusione con la rete in rame e fibra di Tim, potrebbe tornare ad essere monopolista di fatto. Le complesse vicende dell’Ilva finiranno per riportare sotto controllo pubblico l’unico produttore di acciaio a ciclo integrato italiano. Attraverso l’arzigogolo del finanziamento ponte prorogato e ampliato, di fatto lo Stato è già ridivenuto proprietario di Alitalia. Si discute della revoca della concessione alla società privata che è oggi il principale gestore della rete autostradale; ma non per fare una nuova gara, e affidare il servizio a un privato diverso, bensì per tornare alla gestione pubblica. 

Lo Stato, volente o nolente, è diventato il padrone del Monte dei Paschi di Siena. Non pago, si è di nuovo dotato di una propria banca, pomposamente intitolata al martoriato Mezzogiorno; la crisi della Banca Popolare di Bari sembra l’occasione che molti attendevano per ricominciare a mettere con più decisione le mani pubbliche nella gestione del credito, come se le esperienze passate non avessero fatto abbastanza danni. Non si tratta di singole vicende, ciascuna con le proprie specificità. Si tratta invece della ricaduta pratica di una ideologia, che diffida del mercato e della concorrenza, che rivendica alla politica un ruolo non già di regolatore ma di protagonista diretto nella produzione – più probabilmente nella distruzione – di ricchezza, che rimpiange i bei tempi andati nei quali i partiti potevano decidere quale imprenditore salvare e quale no, dove costruire uno stabilimento, a chi concedere credito, fino a scegliere chi assumere e a quale salario. 

Questa ideologia statalista appare egualmente presente lungo tutto l’arco delle forze politiche: di destra e di sinistra, vecchie e nuove, populiste e no. 

Forse non bisogna sorprendersi: è abbastanza naturale che i politici scelgano di accrescere il proprio potere, se i cittadini glielo consentono e se le regole che dovrebbero limitarlo si rivelano argini troppo deboli. E allora è bene che ciascuno, quando avremo la rete telefonica del monopolista pubblico, ricordi questi anni nei quali siamo fra coloro che per quel servizio pagano di meno al mondo. Ogni volta che prenderemo un aereo che non sarà Alitalia, dovremo ricordare che paghiamo una parte del prezzo del biglietto di chi ha scelto la ‘compagnia di bandiera’. E pagheranno anche coloro fra noi che un aereo non lo prendono affatto. 

Quando ci spiegheranno che occorre rifinanziare l’acciaieria di Stato, e quindi non si possono abbassare le tasse, ricorderemo che quello era un rubinetto dal quale i nostri soldi avevano smesso di esser dispersi, e che qualcuno lo ha voluto riaprire. 

Alla prossima crisi di una banca pubblica, dovremo sapere ricordare che se nella crisi precedente la si fosse lasciata morire non per quello avremmo avuto meno credito, anzi ci saremmo potuti tenere in tasca un po’ più dei nostri soldi. 

Solo se sapremo ricordare tutto ciò, forse riusciremo a piegare la politica, e costringerla ad abbandonare quel trasversale desiderio di ‘partecipazioni statali’ che la percorre.

 

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di gennaio.

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