16 Gennaio 2020

Giornalismo, comunicazione, verità

Fabio Insenga

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Raccontare, senza celebrare. E non perdere mai di vista la realtà, la verità. Su questo terreno buon giornalismo e buona comunicazione possono, e devono, confrontarsi. Con le potenzialità che sanno esprimere e anche con i rispettivi limiti e debolezze. Senza per questo rinunciare a gestire interessi diversi, spesso contrapposti: la ricerca di notizie e la priorità di informare, da una parte, la diffusione dei propri contenuti e la difesa della reputazione, dall’altra. Se ne è parlato in un nostro evento, organizzato in collaborazione con Eikon Strategic Consulting.

Quello che resta, dopo un confronto aperto e molto partecipato, è una presa di coscienza condivisa, e anche piuttosto solida, che comporta però un percorso ancora tutto da costruire. E una riflessione che non può che partire da una (auto)critica necessaria. Quanti dei buoni propositi e delle buone intenzioni di comunicatori e giornalisti finiscono soppiantate da compromessi, scorciatoie e cattive abitudini? Una quota variabile, a seconda della professionalità e della buona fede. Che sono essenzialmente doti personali.

Quanto invece la profonda trasformazione che negli ultimi anni ha rivoluzionato i codici dell’informazione pesa sul risultato finale, sul prodotto giornalistico sempre più multiforme e sulla comunicazione sempre più frammentata? Molto, anche in questo caso in misura variabile e proporzionale alla capacità di giornalisti e comunicatori di capire il cambiamento, di viverlo senza subirlo ineluttabilmente. In questo caso, alle inclinazioni personali si aggiungono le implicazioni di sistema e le responsabilità delle aziende. Di quelle editoriali, per i giornalisti, e di tutte le altre, nel caso dei comunicatori.

Ridare centralità al giornalismo e alla comunicazione vuol dire proprio ridare valore alla verità. Nel senso più banale del termine. Scrivere e comunicare cose vere. È l’unica opzione disponibile per permettere a giornalisti e comunicatori di rivendicare, e far pesare, il valore della propria professionalità. Esattamente come quella degli editori e dei manager che li pagano, che fino a prova contraria devono produrre risultati reali, veri, per far guadagnare le proprie aziende.

Quanto è lontano questo obiettivo? Anche a questa domanda è bene rispondere con realismo. Dipende. Dalle persone, giornalisti e comunicatori, e dalle imprese per cui lavorano. Ma se il giudizio, sulle persone e sulle aziende, iniziasse a formarsi partendo da qui, dalla distanza che resta da colmare fra racconto e realtà, faremmo tutti un passo avanti.

 

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