23 Gennaio 2020

Grom e il sogno italiano

Fabio Insenga

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Raramente una singola storia d’impresa, come quella di Grom, riesce a condensare tanti elementi ricorrenti nel capitalismo italiano di ultima generazione. La notizia di queste ore è la chiusura di altre gelaterie, Udine e Treviso, dopo quella storica di Torino, in via Cernaia, dove è partito, nel 2003, il sogno imprenditoriale del ‘gelato come una volta’. Cambia il modello di business e cambiano i canali di distribuzione: i negozi simbolo si piegano alle logiche del largo consumo, della grande distribuzione. Perché succede? Perché l’impresa fondata da Federico Grom e Guido Martinetti ha cambiato pelle già da tempo, da quando è passata nel 2015 sotto il controllo di Unilever, la multinazionale anglo-olandese che possiede anche Algida e Magnum.

Quello che porta le imprese di successo italiane nella pancia delle grandi multinazionali è un percorso fisiologico, che riguarda il ciclo di vita di tante startup. Non c’è nulla di strano e non c’è neanche troppo da recriminare. Quando la dimensione cresce e il prodotto funziona, la vendita a qualche ‘gigante’ è dietro l’angolo. Produce ricchezza per l’imprenditore che vende e genera nuovi profitti per chi le acquisisce.

Non si può tacere, però, che strada facendo si possa perdere l’identità del prodotto, nato artigianale e diventato industriale, e, soprattutto, si possano bruciare posti di lavoro. Ai dipendenti assunti a tempo indeterminato coinvolti dalle chiusure, nel caso di Grom, verrà data la possibilità di una ricollocazione in altre gelaterie. Per tanti, però, il nuovo corso potrebbe significare trasferimenti ‘forzati’.  E non è difficile ipotizzare, invece, che resteranno senza impiego tutti i dipendenti che hanno rapporti di lavoro temporanei.

Poi c’è da considerare la parabola personale degli imprenditori. Martinetti e Grom sono comunque ancora nel board della società, hanno guadagnato molto, ma hanno incarichi sempre meno operativi e stanno vedendo il loro ‘giocattolo’ cambiare rapidamente, fino a diventare qualcosa di molto diverso dall’intuizione che li ha fatti crescere e arricchire. Faranno sicuramente altro, troveranno altre opportunità. Presumibilmente fuori da Grom. Ma il dato certo è che sono lontani i tempi, era il 2012, in cui Martinetti veniva scelto da Berlusconi come potenziale candidato del suo schieramento per il suo ruolo di ‘giovane imprenditore che incarna il modello del sogno italiano’. E altrettanto lontano è l’agosto del 2014, quando un carretto con il gelato Grom varcò la soglia di Palazzo Chigi per soddisfare i ministri del governo Renzi impegnati nella riunione di un Consiglio dei ministri.

Quei giorni appartengono a un’altra storia e quel modello non c’è più, è finito sullo scaffale di un supermercato.

 

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