16 Febbraio 2020

Le nomine e i cannoni del Risiko

Fabio Insenga

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Quando si parla di potere, della capacità di influire sui dossier che contano, c’è un terreno che va considerato più di qualunque altro, quello delle nomine. Insieme ai vertici delle controllate pubbliche, dalle big four Eni, Enel, Poste e Leonardo a tutte le altre, si muovono più di 300 caselle. Più o meno prestigiose, ma tutte funzionali all’esercizio del potere vero, quello che muove milioni di euro e tiene insieme le logiche e le dinamiche della politica con quelle dell’economia. 

È un rito che si ripete, da sempre. Ma questa volta il valzer delle nomine è complicato da un quadro politico più instabile del solito, con una maggioranza in equilibrio precario e un sistema di potere, quello abbozzato dai mesi giallo-verdi, ancora da smontare. Questa volta, l’etichetta da attribuire alle persone e alle poltrone è scritta a matita, pronta a essere cancellata o corretta secondo appartenenze variabili e ordini di scuderia ancora più imprevedibili rispetto al passato. 

Sono settimane di incontri, di telefonate e di riunioni. Si muovono gli amici, e gli amici degli amici, per perorare la causa di un manager e, soprattutto, per difendere uno spazio di influenza. Contare in questa fase vuol dire piazzare i propri nomi, o almeno una parte della propria rosa ideale, misurando il peso specifico delle scelte che si suggeriscono. Si rincorrono indiscrezioni, spesso fatte circolare ad arte, e le redazioni sono invase da suggerimenti, veline e suggestioni. Sarà così fino al momento delle decisioni. 

Come tutti, abbiamo raccolto le informazioni disponibili, abbiamo riempito le caselle secondo le indicazioni: la fetta in quota Pd, quella che spetta ai Cinquestelle, la riserva indiana di Leu e le pretese di Renzi e di Italia Viva. Un quadro fatto di supposizioni incrociate, di affondi negoziali. 

Per ora, pensiamo che sia inutile partecipare al gioco del totonomine. L’impressione che resta, finito il giro delle telefonate, è che per fare nomine adeguate servirebbe una politica capace, almeno una volta, di valutare il lavoro che è stato fatto, di pesare l’opportunità di una conferma o di un avvicendamento, mettendo da parte, o almeno ridimensionando, la tentazione di sedersi al tavolo del Risiko contando esclusivamente il numero dei cannoni. 

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