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Covid19, Usa impreparati: il racconto da Princeton

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Sono 189.663 i casi confermati, 4.801 decessi e 7.136 i ricoverati da Covid19 negli Stati Uniti secondo i numeri aggiornati al 1 aprile dal Csse, Center for System Science and Engineering della Johns Hopkins Univeristy. Statistiche che rispondono a metodologie di acquisizione dei dati differenti tra i paesi del mondo colpiti dal coronavirus e che, perciò, possono non esprimere la vera fotografia della situazione ma che tuttavia offrono una qualche misura dell’andamento del contagio. Che negli Usa è drammaticamente grave. Per vari ordini di motivi che hanno a che fare con il sistema sanitario , con la riorganizzazione della quotidianità degli individui, con il ritardo con il quale le istituzioni si sono mosse.

Elisa Dossena, lecturer di Italiano alla Princeton University che con il marito, docente di East Asian Studies and History, nella medesima università, vive da anni negli Usa, spiega che “è una leggenda che Stati Uniti, in generale, siano organizzati. Anzi, la situazione sta andando verso il peggio. Nonostante abbiano avuto l’esempio della Cina prima e dell’Italia poi, e tutto il tempo per potersi attrezzare, in realtà assistiamo a un disastro totale. Sono convinta che qui sarà il caos, peggio di qualsiasi altro posto”. Considerazioni che non arrivano da un qualche recondito angolo degli States, ma da una ricca cittadina del News Jersey che ospita una delle più importanti Università al mondo. Da questa prospettiva risulta chiaro che “manca tutto: ci sono medici che lavorano senza guanti e senza mascherine”. Insomma, “è esattamente come l’Italia di qualche mese fa. Con l’aggravante che qui gli esempi erano davanti agli occhi di tutti e che, dunque, non ci sono giustificazioni. Nessuno può affermare di essere stato preso alla sprovvista, come si potrebbe dire per l’Italia, che non è comunque giustificabile perché aveva essa stessa l’esempio della Cina”.

Meglio dei singoli Stati si sono comportate le Università: “Princeton ha reagito benissimo. Tutte le Ivy League, da Harvard a Yale a Princeton, si sono mosse con anticipo. Hanno fatto tutto il possibile. Inizialmente – eravamo pochi giorni dagli esami di metà semestre – abbiamo assistito a un rincorrersi di informazioni. Poi la decisione di chiudere il campus e di garantire lezioni online anche dopo lo spring break. Gli studenti sono stati avvisati e hanno dovuto abbandonare il campus in una settimana”. Con l’eccezione di circa 300 studenti che sono rimasti, per i quali l’Università, in relazione alla loro situazione, hanno fatto una eccezione. “Qui gli studenti vengono da tutto il mondo: ci sono tantissimi europei e asiatici. Per altro, essendo una università prestigiosa e costosa, molte sono le borse di studio offerte a giovani che appartengono a classi sociali in difficoltà. A loro è stato concesso di rimanere, o perché non avevano una casa, o perché non avevano i soldi, o perché provenivano da aree contaminate. Quanti sono rimasti non possono avere contatti tra loro, la mensa è ovviamente chiusa. Viene consegnato loro quotidianamente un contenitore con il cibo”. Intanto le lezioni “proseguono online con le difficoltà del caso”. I professori si sono dovuti attrezzare in corsa: “ci è stata data la possibilità, per quanto riguarda il voto, di passare a una modalità ‘pass feal’, cioè promosso o bocciato, che in realtà è quello che in Italia definiremmo un ‘sei politico’. Siamo tutti consapevoli che in tanti non hanno linee internet o la disponibilità di reperire materiale didattico”.

La vita intanto prosegue “in casa. La spesa dobbiamo farcela, perché di tutti i sistemi online, che dovrebbero essere avanzatissimi, non ne funziona nessuno, anche ad attendere un mese per ricevere a casa la spesa. Vengono offerti tre o quattro giorni di slot, ma sono comunque sempre pieni. Il risultato è che si esce a fare la spesa. Va detto che viviamo un un’area privilegiata: Princeton è una bella cittadina, le case sono distanziate, si può uscire a fare una passeggiata senza intercettare altre persone”.

Ma il vero dramma che si potrebbe consumare a breve è legato al funzionamento del sistema sanitario, con 29 milioni di americani che non hanno l’assicurazione, per i quali i costi di una eventuale ospedalizzazione sono insostenibili. “E non si sa cosa succederà. Non è chiaro se cureranno tutti o solo alcuni. Nessuno lo spiega o lo vuole chiarire. Di sicuro c’è il fatto che qui tanti hanno il terrore ad avvicinarsi all’ospedale perché sono costi immensi per chi non se li può permettere. I finanziamenti stanziati per la sanità sono per l’equipment, ma come funzionerà il sistema sanitario non si sa e questa è la grande preoccupazione. E’ di pochi giorni fa il caso del giovane di 17 anni che è morto in California, dopo essere stato rifiutato da un Pronto Soccorso poiché senza assicurazione. Quello che posso ipotizzare è che le azioni saranno locali. Ci saranno Stati probabilmente più aperti ad accettare chiunque ed altri di meno. Poi, per i pagamenti, si vedrà”.

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