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19 Giugno 2020

Rubin (Josas Immobiliare): “Così il retail può ripartire dopo il lockdown”

Caterina D'Ambrosio

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Raffaele Rubin, partner e co-founder di Josas Immobiliare (specializzata nel retail in Italia e Europa) è stato uno dei protagonisti  della Fase 2 nella Capitale, lanciando l’iniziativa #iononriapro in aperta protesta contro i provvedimenti del Governo, considerati insufficienti per il mondo del commercio.

 

Perché questa iniziativa?
A maggio abbiamo manifestato in Piazza di Spagna con centinaia di commercianti e player del sistema produttivo per segnalare al Governo che la fase di ripresa dopo il Covid-19 si preannunciava drammatica. Stiamo parlando della spina produttiva della città, persone e imprenditori che investono milioni di euro, e soprattutto tempo ed energie, per costruire una Capitale ricca, attrattiva, competitiva. Al Governo abbiamo presentato delle richieste semplici ma esaustive: prima di tutto un intervento netto sulla decontribuzione per i dipendenti del settore retail; garanzie sul rapido decorso delle pratiche di finanziamento bancarie con reali investimenti a tasso agevolato o addirittura a tasso zero per almeno 10 anni attraverso entità statali dirette, spazzando via tutta la burocrazia e le pratiche bancarie senza fine. Penso ai moduli fatti dieci volte e buttati, che hanno comportato appesantimenti e pratiche lentissime. Per ripartire davvero e tutti con le stesse possibilità.

 

Possiamo fare un primo bilancio della riapertura?

Ci avviamo a un ritorno alla normalità ma i centri storici rischiano di pagare un prezzo enorme in fatto di volume di affari. Secondo i dati che abbiamo elaborato a pochi giorni dalla riapertura, il 70% delle relazioni commerciali relative alla zona di Roma centro – parliamo di strade con valori di affitto pre-covid da 6mila euro al mq per via del Corso, 6.500 euro al mq per piazza di Spagna e oltre 11.500 al mq per via dei Condotti – all’indomani della riapertura abbiamo osservato un crollo dei fatturati nell’ordine dell’85-90% rispetto allo scorso anno. Dati che ci fanno intravedere una ripresa lenta ma soprattutto lontana. Stimiamo che da qui a settembre chiuderanno il 20-25% delle attività del tessile con una ricaduta occupazionale pari a circa il 20%. Va meglio per il business sulle strade consolari e nelle periferie: secondo le nostre previsioni i fatturati delle periferie fino a dicembre 2020 saranno addirittura superiori rispetto alle attività commerciali dei centri storici.

 

E rispetto altre città, ad esempio a Milano, come sta andando?

Credo, e mi auguro fortemente, che l’emergenza sanitaria abbia solo temporaneamente fermato il dinamismo e la vivacità di Milano. Attualmente il capoluogo lombardo, rispetto allo scorso anno, ha un calo dei consumi dell’80%. Siamo confidenti che entro il primo trimestre 2021 si ritornerà ai consumi di un anno fa. Per quanto riguarda Roma, i cittadini stanno gradualmente riscoprendo il centro storico ma la mancanza dei milioni di turisti che lo visitano ogni anno rendono insostenibili i conti economici. La previsione è che Roma torni alla normalità già entro la fine del 2020.

 

Avete un confronto con il mercato europeo?

Il retail in Europa è molto diverso, ciascun paese ha le sue peculiarità. Sicuramente i concetti di fashion district londinesi sono da replicare, come anche la riqualificazioni urbane parigine. Il calo dei fatturati – ormai da qualche anno – del comparto retail in Germania è un indicatore di come il mix merceologico e la struttura architettonica delle principali vie dello shopping tedesche siano da rivedere.

 

A proposito di rigenerazione urbana, Roma negli ultimi anni ha fornito esempi vincenti…

Un’apertura commerciale mirata, che sia moda, food retail o ristorazione, può stravolgere l’identità di un intero quartiere. Il retail ha la capacità di riattivare il tessuto urbano di zone della città altrimenti poco vitali e recettive, creando un effetto virtuoso a catena, fatto di emulazione. Si azionano così  trend positivi da cavalcare collettivamente e quindi conseguente crescita del valore immobiliare e maggior dinamismo economico. Il caso Ostiense a Roma è emblematico: le aperture Eataly e Porto Fluviale hanno rivoluzionato l’anima di un quartiere, oggi paragonabile a quelli più all’avanguardia di Berlino e Londra. Un museo street art a cielo aperto, vari esempi di riqualificazione riuscita, il fascino post industriale di cui il gasometro è simbolo inconfondibile. Lo stesso vale per via del Babuino: il valore degli immobili oggi rispetto a dieci anni fa è impennato e questo grazie a una serie di aperture moda mirate che l’hanno resa una valida alternativa a via del corso. L’aumento di valore, rispetto a 10 anni fa, con la pedonalizzazione è intorno al 300% in più.

 

Dal suo osservatorio, cosa si può mettere in campo per spingere la ripresa?
In questo lockdown mi è venuta un’idea, visionaria, un po’ folle ma di certo concepita per amore profondo e viscerale verso il nostro paese. Vorrei lanciare una sfida: un’esposizione tutta italiana che valorizzi i nostri monumenti (i principali ma anche i secondari) delle grandi città e dei piccoli borghi, da nord a sud, facendoli divenire location suggestive di sfilate, performance, cooking show, in un’alternanza di nomi celebri e persone comuni, all’insegna della qualità e del made in Italy. Siamo conosciuti e apprezzati per  la cura dei dettagli, tutta nostra, e della tradizione che da secoli si rinnova e ci ispira. Uno dei grandi insegnamenti di questa drammatica pandemia è che la globalizzazione è in crisi, e il 75% delle aziende ha subito dall’emergenza Covid-19 un duro colpo nella filiera di approvvigionamento. Una prima mossa? Il reshoring, almeno in parte, di alcune catene produttive unito a nuove alleanze con operatori locali. Quale miglior inaugurazione per un piano di rimpatrio che non un Expo italiano in cui Piazza Venezia è palcoscenico di una sfilata di moda giovani promesse e magari Ponte Vecchio una galleria cittadina di panificatori e pastai all’opera?

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