Advertisement

15 Luglio 2020

Cos’è il carbon capture, la grande speranza delle big del petrolio 

Fortune

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin
Condividi su whatsapp

Le aziende petrolifere stanno  scommettendo  sul ‘carbon capture’  per assorbire i gas serra rilasciati dalle ciminiere e presenti nell’aria. La tecnologia  potrebbe aiutare un’industria particolarmente inquinante a ripulire la propria immagine. Ma sarà  sufficiente?Articolo di Jeffrey Ball apparso sul numero di Fortune Italia di maggio 2020.

 

Il giacimento petrolifero West Seminole, un appezzamento di terreno di oltre 30 km quadrati che costeggia la parte occidentale del Texas, arranca da anni. Ma non si ferma. Grazie a un elisir, continua a scalciare come un vecchio cavallo da corsa sotto le scudisciate del suo fantino.

 

Un pomeriggio di poco tempo fa, mentre le nuvole si addensavano sui campi e ululava il vento invernale, dozzine di pompe arrugginite oscillavano su e giù, gemendo ad ogni giro, mentre succhiavano altro oro nero. L’elisir che il gestore del terreno, Occidental Petroleum, inietta a West Seminole, scioglie gli idrocarburi imprigionati nelle rocce sotto la prateria, forzandone la fuoriuscita attraverso i pori della terra. La medicina magica è un vecchio gas industriale con un nuovo problema di immagine: l’anidride carbonica.

 

Per decenni, Occidental ha pompato enormi quantità di CO2 nel terreno, spremendo il flusso di idrocarburi in vecchi campi che oramai hanno perso l’energia che la natura aveva originariamente conferito loro. La CO2 permette di portare in superficie una maggiore quantità di greggio, che può essere venduto e bruciato. L’industria petrolifera ha utilizzato questa tecnica di turbocompressione, anche ribattezzata ‘enhanced oil recovery’, anche in altre aree. Ma Occidental, con base a Houston, è un esperto a livello globale. Attraverso migliaia di chilometri quadrati nel New Mexico orientale e nel Texas occidentale, sull’iconico lembo di terra chiamato Permian Basin, il bacino permiano, la società soprannominata Oxy ha costruito una rete multimiliardaria di infrastrutture per gestire grandi quantità di CO2. La composizione delle rocce del Permian le rende particolarmente ricche di greggio quando i loro fori spugnosi vengono iniettati con CO2 in forma liquida.

 

Oxy compra CO2 che viene estratta da formazioni naturali in Colorado e nel New Mexico, e inviata a centinaia di migliaia di chilometri di distanza attraverso appositi gasdotti, grazie a gigantesche stazioni di pompaggio. Una volta giunta a destinazione, l’azienda la divide tra migliaia di pozzi sparsi come soldatini giocattolo nel territorio del Permian, una zona fiorente dell’America occidentale dove trova casa circa il 5% della produzione mondiale di petrolio. Quella di Oxy è una linea di assemblaggio per gli idrocarburi estremamente efficiente. Ora, tra la crescente rabbia dei consumatori per il riscaldamento globale e l’aumento dei sussidi governativi per le aziende che lavorano per risolverlo, Oxy sta tentando un incredibile cambio di passo sulla CO2. Spera di smettere di pompare nei suoi campi CO2 estratta dalla terra, e invece utilizzare CO2 aspirata da fonti artificiali: da centrali elettriche, da fabbriche, e anche dall’aria.

 

L’ambizione dell’azienda è quella di costruire all’interno del proprio core business un processo che è stato a lungo poco più di un progetto sperimentale: il ‘carbon capture and storage’, o Ccs. Consiste nell’asportare chimicamente CO2, di solito mentre esce dalle ciminiere, ma anche dalla stessa aria che respiriamo, e poi iniettarla nelle rocce sotterranee. L’obiettivo: piuttosto che continuare a scaricare CO2 nell’atmosfera, dove si sta addensando una coperta chimica che sta riscaldando la terra, l’umanità potrà seppellirla sottoterra, apparentemente per sempre.

 

Innumerevoli difficoltà mettono a repentaglio il sogno di un sistema Ccs. Importanti ambientalisti si oppongono, sostenendo che la tecnologia distolga solo l’attenzione dalle energie rinnovabili. E al di là di ogni principio, si profilano dilemmi tecnici. Uno di questi, che sta alimentando una corsa tecnologica, è come ridurre i costi legati alla cattura della CO2, un processo che rimane troppo dispendioso per funzionare senza sovvenzioni. Un altro dilemma, che ora si sta trasformando in una vera e propria lotta di lobbying ad alta quota, è quanto in là dovrebbero spingersi i regolatori per costringere le compagnie petrolifere a dimostrare che la CO2 che stanno iniettando nella roccia rimanga al sicuro dove viene lasciata.

west seminole petrolio carbon capture
I campi petroliferi di West Seminole, in Texas

 

Tra le Big Oil, Oxy è quella che più di tutte sta puntando sul Ccs. Ancora prima che le preoccupazioni per il Coronavirus, e la guerra globale dei prezzi del petrolio, mandassero le azioni delle compagnie petrolifere a rotoli, il titolo Oxy era scambiato al prezzo più basso degli ultimi 15 anni, gravato dal debito di una recente acquisizione. E il suo ruolo di fornitore di CO2 del Permian è fondamentale per la sopravvivenza dell’azienda. Quindi dal suo quartier generale di Houston, le cui pareti sono adornate da affascinanti scatti di piattaforme petrolifere, Oxy sta facendo una serie di coraggiose scommesse sul Ccs. Una è su un marchingegno costituito da enormi ventilatori che risucchiano CO2 dall’aria. Un’altra consiste nel tentativo di creare una sorta di club di inquinatori dalla mentalità green: una rete in cui alcuni dei più grandi inquinatori industriali americani catturerebbero e venderebbero CO2 ad Oxy, consegnandola attraverso un gasdotto non ancora costruito, finanziato con l’aiuto dei contribuenti americani. 

 

Se i progetti andassero in porto, spiega Oxy, l’azienda sarebbe in grado di dire con precisione che gran parte del suo petrolio è ‘carbon negative’, ovvero un bene per il pianeta, perché l’estrazione comporterebbe lo smaltimento sicuro di più CO2 di quanta non ne venga prodotta tramite la combustione dello stesso petrolio. Questa mossa porterebbe ad un immediato incremento del bilancio di Oxy: l’azienda aumenterebbe le sue vendite di petrolio, accaparrandosi anche le sovvenzioni che i governi stanno mettendo a disposizione delle imprese che possono dimostrare che stanno catturando CO2 “antropogenica”, ovvero artificiale. Per Oxy, un tale colpo da maestro permetterebbe di ridipingere di verde la sua nera immagine aziendale. E potrebbe anche preparare l’azienda ad un futuro in cui, come sostengono molti dirigenti delle grandi imprese petrolifere, arriveranno a pensare di dover necessariamente neutralizzare le emissioni dei loro idrocarburi in qualche modo, per poter continuare a venderli. 

 

Vicki Hollub, Ceo di Oxy, mi ha detto di essere arrivata alla conclusione che la ‘licenza sociale di operare’ della sua azienda – quel consenso da parte di politica e consumatori necessario a chiunque voglia vendere i propri prodotti – dipende dal “fare tutto il possibile per affrontare il cambiamento climatico”. Il trucco sarà soddisfare anche gli azionisti. Hollub sostiene che l’expertise di Oxy sulla CO2 sia un vantaggio competitivo in un’industria sempre più preoccupata per il riscaldamento del pianeta. “L’allontanamento dai combustibili fossili nel mondo ci sarà, ma ci vorrà un bel po’ di tempo”, afferma. E alla fine di questo percorso, “l’ultimo barile di petrolio del mondo” non dovrebbe provenire da un nuovo pozzo, ma da un vecchio campo petrolifero, con l’aiuto della CO2. “Il carbon footprint è minore”, dice, “ed è più efficiente per il pianeta”. Naturalmente, questa argomentazione ‘ecologica’ è comunque basata sul portafoglio dell’azienda. Anthony Cottone, senior director per lo sviluppo strategico della Oxy Low Carbon Ventures, un’unità creata dall’azienda per progettare questo cambiamento, è ancora più diretto. Sballottate dalla transizione verso l’energia a basse emissioni di carbonio, “le compagnie petrolifere hanno bisogno di una ragion d’essere”, dice Cottone, che sostiene che questa ‘ragione’ dovrebbe essere l’utilizzo del Ccs. “È una seconda chance”.

 

La Carbon capture and sequestration (CCS) sembrerebbe essere una promettente arma contro il cambiamento climatico, ma l’impiego della tecnologia è agli esordi. Ecco alcune cose da tenere a mente:
UNA FETTA DI TORTA SEMPRE PIù GRANDE – Contrastare il cambiamento climatico, per l’Onu, richiederebbe un abbattimento delle emissioni globali di CO2 nel settore energetico, ora circa 33 miliardi di tonnellate l’anno, per portarle al di sotto di 10 miliardi di tonnellate entro il 2050. Il Ccs dovrebbe eliminare il 9% della CO2 che deve essere abbattuta, per arrivare nel 2050 a tagliare il 23% delle emissioni annuali, secondo l’Iea
POCHI PROGRESSI – Nel 2018, gli Stati Uniti hanno prodotto 5,3 miliardi di tonnellate di CO2 nel settore energetico. Ma hanno sviluppato una capacità di stoccaggio solo per 25 milioni di tonnellate di CO2, secondo uno studio pubblicato a dicembre dal National Petroleum Council, un gruppo consultivo governativo, una quantità sufficiente a seppellire meno dello metà dell’1% di queste emissioni
UN SACCO DI SPAZIO – Secondo un report del National Petroleum Council, gli Stati Uniti avrebbero abbastanza spazio nelle formazioni geologiche per immagazzinare centinaia di anni di emissioni da centrali e industrie. I pozzi di petrolio più vecchi forniscono la capacità maggiore. Ma il maggior potenziale ce l’hanno le rocce che contengono acqua marina
IL PROGETTO AUSTRALIANO – Il Ccs ha debuttato nel 2019 a Gorgon, un progetto australiano guidato da Chevron che cattura CO2 da un campo di gas naturale sottomarino e lo inietta in una formazione rocciosa sotto un isola. Diventerà uno dei progetti Ccs più grandi al mondo con 4 milioni di tonnellate di CO2 iniettati ogni anno

 

MENTRE SOTTO LO SGUARDO dei consumatori scorre un torrente di disastri naturali, prove di un pianeta in preda al riscaldamento globale, gli scienziati affermano che un contenimento delle emissioni sufficiente a evitare le peggiori conseguenze del cambiamento climatico si potrebbe ottenere solo se l’introduzione di tecnologie Ccs fosse su larga scala. Secondo l’Intergovernmental panel on climate change, o Ipcc, un organismo scientifico che inquadra l’intero stato dell’arte sul riscaldamento globale, il compito imprescindibile che abbiamo davanti è quello di arrivare a emissioni ‘net zero’ entro il 2050. Il che significa che le emissioni rimanenti dovrebbero essere compensate estraendo CO2 dall’aria. Finora le emissioni stanno continuando a crescere. Anche se l’utilizzo delle energie rinnovabili è in rapido aumento, la International energy agency prevede che i combustibili fossili, che nel 2018 alimentavano l’81% dell’energia prodotta a livello globale, nel 2040 forniranno ancora il 74% dell’energia. Se esiste la possibilità di decarbonizzare l’economia in maniera significativa, sarà necessario sganciare l’emissione di gas serra dalla combustione di idrocarburi. E questo significherà catturare il più possibile dei circa 33 miliardi di tonnellate di CO2 che i combustibili fossili producono annualmente. Ecco perché le amministrazioni stanno facendo a gara per sostenere il Ccs, da Sacramento a Washington, dal Texas al North Dakota, dal Canada al Regno Unito, fino alla Norvegia e oltre. Alcuni vedono la tecnologia come un modo per sostenere le proprie economie alimentate dai combustibili fossili. Altri la vedono come un ponte verso un futuro in cui l’energia rinnovabile sarà abbastanza economica e robusta da alimentare, quasi da sola, il mondo. 

 

In breve, la cattura del carbonio, per l’industria pesante e per tutti coloro che ne traggono profitto, rappresenta la possibilità di passare, agli occhi della popolazione, da criminali a salvatori del clima. Il tutto senza abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili, e appoggiandosi in ogni caso sul settore pubblico. È una potenziale nuova prospettiva di vita in un momento in cui i mercati – molto più degli stessi politici – spingono gli inquinatori a ripulire le proprie industrie. A gennaio, BlackRock, il più grande asset manager al mondo, ha annunciato che orienterà i suoi investimenti in favore della riduzione del rischio climatico, e della riduzione dell’esposizione ai combustibili fossili. A febbraio il colosso petrolifero britannico BP, ha dichiarato che il suo obiettivo è raggiungere zero emissioni nette di carbonio entro il 2050, un piano che dipende in gran parte dal Ccs. 

 

Grazie all’improvviso ingresso in scena di soldi veri, la corsa allo sviluppo del Ccs è entrata in una fase spietata, il che significa molto concreta. La concorrenza costituisce uno dei segnali più certi che il capitalismo globale stia subendo una trasformazione fondamentale per adattarsi a un mondo che si surriscalda. La metamorfosi sarà sufficiente a controllare il cambiamento climatico? Questa, purtroppo, rimane una domanda senza risposta. 

 

TUTTE LE POTENZIALITÀ e le difficoltà di un sistema Ccs su larga scala si stagliano sottoforma di cemento e acciaio sulla periferia sud-occidentale di Houston. La W.A. Parish Generating Station è stato il settimo più grande emettitore di CO2 degli Stati Uniti nel 2018. Ed è anche la casa di uno dei più grandi progetti di carbon capture al mondo. Mentre mi avvicino a Parish in una piovosa mattinata invernale, faccio fatica a capacitarmi del fatto che il Ccs potrebbe essere il ponte verso un futuro green. Il primo scorcio della fabbrica che intravedo, da parecchi chilometri di distanza mentre sono in autostrada, sono quattro ciminiere che dominano il panorama. Si innalzano per circa 150 metri, facendo apparire molto più piccola qualsiasi altra cosa all’orizzonte. Quando raggiungo l’entrata dove un’insegna rossa, bianca e blu recita ‘Pride & Power’, vedo una montagna nera di carbone; talmente massiccia che le escavatrici gialle che lavorano, rombanti, sopra la collinetta, dalla mia visuale sembrano due camion giocattolo. Il carbone arriva dal Wyoming, solitamente due volte al giorno, su treni lunghi come 120 automobili. 

epa08530907 (FILE) – An aerial view made with a drone shows an oil drilling operation in the Bakken Formation near New Town, North Dakota, USA, 01 July 2020 (reissued 06 July 2020) Reports on 06 July 2020 state a judge has ordered the Dakota Access Pipeline be shut down and emptied. It carries oil from the Bakken Fields in North Dakota to Illinois. The shut down could possibly cause oil delivery disruptions and job losses. Hydraulic fracturing and horizontal drilling has made it possible to extract oil in the area since 2000. EPA/TANNEN MAURY *** Local Caption *** 56190020

 

Il progetto di cattura del carbonio soprannominato Petra Nova, una ‘nuova roccia’ in latino, inizia con una conduttura di 4,5 metri di diametro che succhia, dalla ciminiera di una delle quattro unità di generazione di energia a carbone di Parish, parte del gas di scarico che viene emesso. La CO2 costituisce circa il 13% di quel gas di scarico, che passa attraverso la conduttura e finisce in una torre alta 90 metri. Quella torre è un labirinto verticale di tubi, all’interno dei quali il gas si mescola con una sostanza chimica, l’ammina, che sequestra la CO2. Mentre il resto del gas si dirige verso il cielo, l’ammina, attraverso un’altra reazione chimica, rilascia la CO2, che scorre in enormi compressori. Pressurizzata, la CO2 entra in un gasdotto, viaggia per 130 chilometri verso un giacimento petrolifero vicino a Vanderbilt, in Texas, e viene iniettata nella terra con lo scopo di aiutare a produrre grandi quantità di petrolio. 

 

La macchina cattura-carbonio sta lavorando come previsto, dice Nrg, il produttore di energia che ha contribuito a lanciare il progetto e possiede Parish. Nel 2017 e nel 2018, i primi due anni di attività di Petra Nova, ha catturato circa l’8% dei 32 milioni di tonnellate di CO2 prodotte dallo stabilimento di Parish. Il resto è stato rilasciato nell’atmosfera. Ma quella piccola vittoria era l’obiettivo, mi dice Judith Lagano, senior vice president of asset management di Nrg, durante il tour dello stabilimento: “Sta facendo quello che doveva fare”. Dal punto di vista finanziario, tuttavia, Petra Nova, il cui costo di 1 mld di dollari è stato finanziato con 195 mln in sovvenzioni federali, ha performato meno del previsto. Sia il prezzo globale del petrolio, sia la quantità di petrolio estratta con la CO2 a Vanderbilt, hanno deluso le aspettative, e hanno causato alla Nrg “perdite da svalutazione” pari a 209 mln di dollari nel 2016 e nel 2017. 

 

Oggi, afferma Lagano, Ngr nutre nuove speranze sulla profittabilità di Petra Nova. Una spiegazione sta nel know-how del Texas: Ngr e i suoi partner si aspettano di incrementare la produzione mano a mano che acquisiscono familiarità con il giacimento petrolifero. Una ragione più immediata arriva da Washington: sta per arrivare una nuova generosa riduzione delle tasse sulla cattura del carbonio. 

 

 

ccs carbon capture petrolio texas permian basin
epa08348369 Pump jacks operate in the oil fields near Midland, Texas, USA, at sunrise 07 April 2020. Midland, Texas is a city in western Texas, part of the Permian Basin area. Low oil prices are reportedly causing also the gas prices to drop dramatically. EPA/LARRY W. SMITH

 

IL CREDITO D’IMPOSTA approvato nel 2018 si sostituisce a una precedente versione, molto più ridotta. È il risultato di sei anni di lobbying da parte dell’industria petrolifera, in gran parte di Oxy. Quando chiedo a Hollub di Oxy se quella azione fosse difensiva, per assicurarsi che la sua industria non perdesse terreno a favore delle rinnovabili, o offensiva, per conquistare quote di mercato rispetto alle rivali del petrolio, la risposta è netta. “Era, senza dubbio, una mossa offensiva”, dice. 

Grazie al sussidio, chi lavora a progetti Ccs, per 12 anni può detrarre fiscalmente fino a 35 dollari per ogni tonnellata di CO2 catturata e utilizzata per aumentare la produzione di petrolio. E fino a 50 dollari per ogni tonnellata catturata e iniettata in qualsiasi tipo di terreno che non contenga idrocarburi, ma acqua salata. Alcuni studi suggeriscono che le falde acquifere saline sotterranee potrebbero essere riempite con quantità di CO2 che fanno apparire quelle dei giacimenti petroliferi irrisorie, e potrebbero seppellire le emissioni globali fino alla fine del secolo. Una volta che Oxy ha vinto il sussidio, si è mossa velocemente per trarre il maggior vantaggio possibile. Nel 2018, ha creato la Oxy Low Carbon Ventures, essenzialmente un piccolo centro sperimentale a basse emissioni di carbonio. L’obiettivo era “sostituire la CO2 naturale con la CO2 antropogenica” nel Permian Basin, dice Robert Zeller, ingegnere chimico veterano di Oxy che è stato scelto come vice presidente dell’unità tecnologica. Io e Zeller parliamo nel quartier generale di Oxy, in una sala conferenze senza finestre e senza allegria. Oxy non mi lascia incontrare Zeller nel suo ufficio, in parte per paura, spiega la portavoce che supervisiona la discussione, che vedrò qualcosa di troppo rivelatore appeso sui muri della stanza. 

 

In parole povere, dice Zeller, il mandato della sua unità era: “Avete carta bianca. Cercate di venirne a capo”. E il team di fatto ne è venuto a capo grazie ad alcuni calcoli. La combustione di un barile di petrolio di solito produce circa 225 metri cubi di CO2, spiega Zeller. Il team si rese conto che, nel Permian, Oxy utilizzava la stessa quantità di CO2 per produrre un barile di greggio. Ciò significava che se Oxy avesse potuto catturare abbastanza CO2 da rimpiazzare la CO2 naturale che stava utilizzando, avrebbe potuto definire quel greggio come a emissioni ‘net zero’. L’equazione sarebbe ancora più attraente in alcune regioni in cui la geologia richiede più CO2 per spingere fuori ogni barile. Il greggio prodotto con Ccs da queste formazioni rocciose potrebbe non essere solo a zero emissioni nette di carbonio, ma addirittura ‘carbon negative’. “Quella”, dice Zeller “era la vera eureka”. Per catturare CO2, Oxy sta portando avanti due percorsi paralleli. Quello più attraente aspira a catturare il gas dall’aria che respiriamo. Gli studi hanno concluso che se potesse essere aspirata dal cielo abbastanza CO2 in maniera economica, il clima potrebbe beneficiarne. Ci sono una manciata di startup cattura-carbonio che sono diventate le ‘beniamine’ degli investitori. Bill Gates è stato uno dei primi finanziatori di una società canadese, la Carbon Engineering, che ha costruito un impianto pilota nella British Columbia. Oxy ha investito nella Carbon Engineering nel mese di gennaio 2019, dopo essere arrivata alla conclusione che la sua tecnologia fosse particolarmente scalabile nei giacimenti petroliferi. Anche Chevron, un colosso del petrolio con base negli Stati Uniti, ha investito nella società. Nessuno dei due giganti ha rivelato l’ammontare complessivo dell’investimento. 

 

La sfida è ridurre il costo della tecnologia. Zeller dice che il primo impianto commerciale della Carbon Engineering sarà attivo nel Permian Basin entro il 2023. Sarà in grado di catturare dal cielo 1 milione di tonnellate di CO2 all’anno, l’equivalente di quanto viene rilasciato da 216mila automobili. L’impianto costerà, probabilmente, un miliardo di dollari. “È il primo nel suo genere. È normale che costi tanto”, dice Zeller, ma Oxy intende potenzialmente posizionare altre decine di strutture di questo tipo nella regione. A quel punto Zeller si aspetta che il costo di ciascuna scenderà almeno del 30%. 

 

La strategia meno accattivante di Oxy consiste nell’isolare una fornitura di CO2 prodotta dall’uomo direttamente dalle ciminiere, sullo stile di Petra Nova. Ha mappato le aree nelle quali si concentrano i più grandi inquinatori americani: centrali elettriche, acciaierie, impianti petrolchimici e altro ancora. I dirigenti di Oxy non vogliono mostrarmi la mappa. Ma i dati sulle emissioni sono pubblicamente accessibili, e con il diffondersi dell’entusiasmo sul Ccs, queste mappe rivestono le pareti di un numero crescente di uffici nel giacimento petrolifero. Mostrano punti caldi nel Midwest, in Texas e in Louisiana. Oxy si sta sforzando di preparare gli accordi sulla CO2 che questi inquinatori stanno rilasciando nell’atmosfera. Sta anche facendo pressione a Washington per ottenere un altro sussidio, questa volta per un gasdotto per trasportare nel Permian la CO2 prodotta dall’uomo. Nel caso in cui il governo non volesse partecipare, mi dice Hollub, Oxy sta corteggiando i fondi infrastrutturali di investimento.  

 

Il suo obiettivo finale: CO2 più economica, perché quella e l’elettricità costituiscono i costi maggiori nell’operazione di Oxy nel Permian. Entro “la metà o l’ultima parte del decennio”, dice Hollub, il passaggio alla CO2 prodotta dall’uomo dovrebbe tradursi in una riduzione dei costi della CO2 di Oxy dal 20% al 30%. Consulenti e banchieri mi dicono che ci sono anche molte altre grandi compagnie petrolifere che sono alla ricerca di incentivi per gasdotti per la CO2. “Non possono far sapere a nessuno che sono in lizza”, spiega un consulente ben inserito nel settore che non vuole essere identificato, “perché allora la gente saprebbe che non lo stanno facendo per uno scopo sociale, lo stanno facendo per sé stessi”. 

 

PER MONETIZZARE il Ccs, le aziende hanno bisogno dell’autorizzazione dei regolatori a sparare CO2 sottoterra. Le norme che disciplinano questa procedura sono recenti, differiscono tra giurisdizioni e devono ancora essere testate. In questo momento sono in corso diverse attività di lobbying a Washington, dove l’Internal Revenue Service sta formulando delle leggi per regolamentare le azioni di chi si qualifica per la detrazione fiscale federale, e in California, dove il contributo finanziario potrebbe essere più consistente. Nei depositi naturali di CO2, la roccia intrappola il gas così come, in altre aree, intrappola il petrolio. L’Ipcc afferma che è probabile che più del 99% della CO2 iniettata rimarrà lì 1.000 anni se il progetto viene implementato e gestito correttamente. In più, dice l’Ipcc, la CO2 diventa sempre più “immobile” col passare del tempo, tanto che i tempi potrebbero allungarsi a “milioni di anni”. 

 

La questione è come garantire che il Ccs venga fatto a dovere. I regolatori vogliono impedire che la CO2 penetri in altre aree sotterranee, sia nella proprietà di qualcun altro, sia negli strati geologici, come le fonti di acqua potabile, dove potrebbe causare danni. Vogliono anche assicurarsi che non venga nuovamente liberata dalle rocce, anni o anche secoli dopo. Se la CO2 sequestrata fuoriuscisse nel cielo, il suo valore in termini di ‘risparmio climatico’ sarebbe pari a zero, e l’inquinatore che intasca i sussidi per catturarla e iniettarla nelle rocce non avrebbe contribuito a ottenere benefici duraturi. Una possibile soluzione è l’introduzione di un terzo attore indipendente che verifichi che le compagnie petrolifere immagazzinino in modo sicuro tutta la CO2 che sostengono di aver ‘smaltito’. Un gruppo industriale di cui Oxy è uno dei fondatori, la Carbon Capture Coalition, che include anche la Shell, ha recentemente scritto all’Irs che tale verifica è di vitale importanza per la concessione di credito. Questo li mette in contrasto con un altro gruppo, l’Energy Advance Center, nel quale figurano colossi come Exxonmobil e Denbury Resources che stanno portando avanti attività di Ccs; questo secondo gruppo si oppone alla verifica obbligatoria da parte di terzi. La BP ha recentemente abbandonato il gruppo, appoggiando la procedura della verifica obbligatoria. 

 

Fuori da Washington, tuttavia, Oxy sta cercando di allentare alcune regole. Ancora più interessante della riduzione fiscale federale, è l’aiuto che sta lanciando la California. Quando le aziende possono dimostrare di aver utilizzato processi a basse emissioni di carbonio per produrre carburante per il trasporto che poi viene venduto in California, lo Stato concede loro dei ‘carbon credits’ che possono essere venduti ad altri produttori ‘meno green’ di combustibili. Un credito, pari a una tonnellata di CO2 risparmiata, attualmente viene venduto a circa 200 dollari. E questi sono veri e propri contanti, non si tratta solo di una detrazione dalle tasse. Oxy si è scontrata con la California su cosa vada fatto per monitorare la CO2 prodotta dall’uomo che l’azienda vuole iniettare a West Seminole. La fonte di quel gas: due fabbriche di etanolo nel Texas Panhandle, la punta Nord del Texas. Plainview, sempre in Texas, si trova tra Lubbock e Amarillo, su un’autostrada il cui limite di velocità è 75 miglia l’ora, anche se la cosa non sembra importare a nessuno. Al mattino presto visito il territorio pianeggiante della città, sul quale si staglia un vasto cielo arancione, che offre alla vista quello che sembra essere un paesaggio senza fine. A dominare l’orizzonte sul bordo orientale della città ci sono sette serbatoi di fermentazione di etanolo da 807mila galloni l’uno, parte dell’impianto di proprietà della White Energy, con base a Frisco, in Texas.  

 

L’etanolo, prodotto negli Stati Uniti principalmente dal mais, è stato per molto tempo commercializzato come combustibile pulito. Ma la sua produzione, un processo di fermentazione che somiglia – e dall’odore ricorda anche – la fabbricazione della birra, produce CO2. Subito dopo l’alba, visito la fabbrica con Brian Steenhard, l’amministratore delegato di White Energy. Mentre ci attardiamo presso i serbatoi di etanolo, indica una ciminiera posta in cima ad uno di questi. Rilascia fino a 350mila tonnellate di CO2 all’anno. La centrale White Energy di Hereford, a un’ora di distanza, rilascia la stessa quantità di emissioni. White Energy e Oxy hanno chiesto al California Air Resources Board, noto come Carb, di ricevere crediti per catturare la CO2 che fuoriesce da quelle ciminiere e inviarla al campo petrolifero di West Seminole per sotterrarla. Steenhard stima che se i regolatori approvassero il tutto, e se la White Energy trovasse un modo per spedire in California tutto l’etanolo prodotto a Plainview e Hereford, i crediti genererebbero tra i 360 e i 720 mln di dollari in 12 anni. Il progetto, nello stesso periodo, potrebbe ricevere incentivi federali, compensando potenzialmente circa 275 mln di dollari di tasse. I progetti Ccs nati altrove sarebbero molto, molto più grandi. L’ostacolo: per garantire che la CO2 iniettata rimanga dove deve stare, i requisiti della California sono molto più severi di quelli federali. Ma queste norme sono ancora in via di definizione. Originariamente, per esempio, il Carb voleva che Oxy inserisse dei ‘geofoni’ in fibra ottica in ogni sito in cui veniva fatta un’iniezione di CO2 a West Seminole, in modo da poter ascoltare eventuali segnali indicatori di imminenti terremoti, mi dice Bill Raatz, capo geologo di Oxy. Per Oxy sarebbe stato un “disastro dal punto di vista dei costi”, spiega Raatz, così Oxy ha chiesto al Carb di permettergli di inserire un geofono in fondo a una manciata di pozzi e utilizzare monitor sismici esterni, più economici, nelle altre aree. I funzionari del Carb non hanno voluto rilasciare commenti sui loro accordi con Oxy e potrebbero legiferare su West Seminole in primavera avanzata. Nel mese di marzo, Carb stava revisionando un documento di 520 pagine in cui Oxy sostiene che le operazioni di rilascio della CO2 possono essere effettuate in sicurezza in quell’area. Quando ho chiesto di vederlo, sia Oxy che il Carb si sono rifiutati di darmelo. Solo dopo che Fortune ha presentato una richiesta open-record al Carb l’agenzia ha ceduto. E solo dopo ciò Oxy ha consegnato una versione pesantemente censurata del documento che aveva presentato al Carb. In questa versione vengono oscurate gran parte delle informazioni che l’azienda ha definito ‘confidenziali’. Ciò che non è stato censurato si riduce concettualmente a quattro parole che Zeller, technology executive di Oxy, mi aveva lanciato a Houston. Gli avevo chiesto quali fossero le probabilità che la CO2 prodotta dall’uomo potesse fuoriuscire dai terreni del Permian. L’ingegnere ha risposto: “Non uscirà”. 

 

UN’ENTRATA LATERALE del terreno di West Seminole è contrassegnata da un cartello usurato e arrugginito, pieno di quelli che sembrano essere fori di proiettile. Sulle diverse sezioni del terreno, tra le pompe in funzione, si intravedono qua e là vecchi pezzi di macchinari. La scena sembra un cimitero, macchiato di oro nero. Se questa superficie diventerà o meno un cimitero di tipo diverso, un luogo per l’eterno riposo della CO2, dipenderà da quanto l’umanità combatterà contro le crudeli complessità del riscaldamento globale.
Se si andrà avanti significherà che una tecnologia ampiamente considerata cruciale per affrontare il cambiamento climatico può finalmente diventare scalabile. Se ci saranno dei ritardi il futuro di quella tecnologia rimarrà rarefatto come l’aria attraversata da un uccello solitario in volo su West Seminole. La stessa aria e lo stesso cielo dove, ogni giorno, viene liberata sempre più CO2. 

 

 

 

 

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di maggio 2020. Ci si può abbonare al magazine mensile di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

 

 

 

A portata di click

Acquista Fortune in formato digitale per leggere i nostri contenuti su qualsiasi dispositivo.

In ufficio o a casa tua

Abbonati per ricevere dove preferisci ogni nuova uscita della versione cartacea di Fortune.

Rimani aggiornato

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere la migliore selezione degli articoli di Fortune.