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17 Luglio 2020

Energia, le startup aumentano ma sono ancora troppo piccole

Fortune

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In Italia il numero di startup innovative continua a crescere: attualmente sono 11.089 mentre a fine 2019 erano 10.711. In sostanza dal 2015 – quando erano 1.590 – sono cresciute a un tasso medio annuo del 73%. Percentuale solo di poco superiore a quella delle startup attive nel settore dell’energia: che ammontano a 1.474 con un tasso di crescita medio annuo del 61,1%. Un ecosistema che nel suo insieme vale poco più di 4 miliardi di euro, mentre alle sole startup energetiche è associabile un impatto economico tra i 200 e gli oltre 660 milioni di euro: il 16% dell’importo complessivo stimato. I dati emergono dal rapporto sull’innovazione energetica dell’Istituto per la competitività (I-Com) presieduto dall’economista Stefano da Empoli.

 

 

Lo studio – dal titolo “La ripresa sostenibile. L’innovazione energetica, chiave dello sviluppo” – è stato presentato nel corso di un webinar a Palazzo Colonna al quale hanno preso parte oltre 50 relatori tra accademici, esperti e rappresentanti delle istituzioni, della politica e del mondo imprenditoriale. Il rapporto è stato curato da Antonio Sileo e sviluppato in partnership con Acea, Acquirente Unico, Anigas, Assogasmetano, Cnh Industrial, e2i energie speciali, Elettricità Futura, Enel, Gruppo Api, Unione Petrolifera e Utilitalia.

 

 

Il Nord si conferma l’area del Paese di gran lunga preferita dagli innovatori con il 52% delle startup energetiche attive in questo momento in Italia. Seguono il Sud con il 28% e il Centro con il restante 20. Se si guarda alle regioni, a fare la parte del leone è la Lombardia nella quale trovano sede 354 startup energetiche, pari al 22% di quelle esistenti nel complesso nel nostro Paese. Il secondo gradino del podio lo occupa, invece, la Campania con 175 piccole imprese specializzate nel campo dell’energia mentre il terzo il Lazio con il 10% del totale. Numeri che dipendono in larga misura dal peso preponderante di Milano, Napoli e Roma. La situazione però cambia se si considerano le province con il maggior numero di start-up energetiche pro-capite: quella che ottiene i risultati in assoluto migliori è Trento, cui seguono Milano, Bologna, Verona e Bergamo. La provincia di Roma è solo ottava, quella di Napoli nona.

 

Ma quali sono i settori di attività delle start-up energetiche italiane? Il 91% – pari a 1.468 piccole imprese innovative – è specializzato nella ricerca scientifica e nello sviluppo mentre le altre si occupano per lo più della fabbricazione di apparecchiature elettriche ed elettroniche, di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi.

 

Il rapporto evidenzia, inoltre, i punti di debolezza che ancora caratterizzano il sistema italiano dell’innovazione nel settore dell’energia. “Solo il 5% delle start-up energetiche ha un capitale superiore a 250.000 euro e anche quelle con un valore della produzione considerevole – superiore a 500.000 euro – sono poche, pari al 11,3% al Nord e al Centro e al 7,7 al Sud”, ha sottolineato il presidente dell’Istituto per la Competitività (I-Com), Stefano da Empoli. Che poi ha rincarato: “La maggioranza delle start-up energetiche ha una dimensione d’impresa molto contenuta, con un impatto ancora assai ridotto in termini occupazionali. Va innanzitutto considerato che solo il 28,1% di quelle energetiche ha comunicato il dato: di queste, il 13,2% dichiara un numero di dipendenti pari almeno a 5 e il 3,1% tra 10 e 19 addetti. Se però si alza l’asticella a 20 lavoratori, la supera solo lo 0,9%. In totale l’impatto occupazionale associabile alle start-up energetiche è stimato in un intervallo che va da circa 2.000 unità ad un massimo di quasi 9.600 posti di lavoro, pari a circa il 13-14% del dato complessivo”.

 

 

Lo studio fa inoltre il punto della situazione sui brevetti – uno dei principali indicatori della capacità di innovare degli Stati e dei loro sistemi produttivi – a proposito dei quali l’Italia risulta ancora molto indietro a livello internazionale. Nel 2018 le domande di brevetto in campo energetico provenienti dal nostro Paese sono state appena 879, lo 0,8% del totale a livello globale. In Europa peggio di noi fa la Spagna con 254 brevetti concessi mentre Francia e Germania decisamente meglio (rispettivamente 3.206 e 8.288). In generale la Cina ha conquistato il primato mondiale con 28.679 brevetti concessi in campo energetico, scalzando definitivamente il Giappone, seppure di pochissimo, che si è fermato a 28.619.

 

“Il Paese del Dragone continua a crescere a ritmi che non hanno eguali rispetto al complesso dei competitor internazionali, e in misura maggiore rispetto all’attività brevettuale generale nel complesso delle aree tecnologiche”, ha affermato Antonio Sileo. “Viste le tendenze in atto giù da diversi anni” – ha aggiunto – “era inevitabile che, anche nel settore energia, si arrivasse al sorpasso ai danni del Giappone, che si è puntualmente verificato, benché di stretta misura”. Tuttavia – ha rilevato ancora Sileo – “si deve ricordare come la Cina conti per la quasi totalità brevetti domestici, sovente caratterizzati da modesto valore. Senza contare che si contraddistingue tra gli altri player per un regime di protezione dei diritti di proprietà intellettuali in cui la brevettazione è soggetta a incentivi di natura monetaria”.

 

In ogni caso, la forbice cinese si amplia anche rispetto agli Stati Uniti e alla Corea del Sud, che attualmente occupano la terza e la quarta piazza. Negli Usa sono state rilevate 13.269 domande di brevetto nel settore energetico, pari al 12,7% del totale contro il 27,4% della Cina e il 27,3% del Giappone. La Corea del Sud, invece, detiene l’11% del complesso delle domande. Tornando all’Italia, dal rapporto emerge come l’81,1% dei brevetti energetici provenga dalle imprese mentre il 15,4% da persone fisiche e la quota rimanente da istituti universitari, fondazioni ed enti di ricerca pubblici. Quanto alla distribuzione geografica, la Lombardia rimane leader con 49 brevetti concessi nel 2018, pari al 30,2% del totale. In seconda posizione si trova il Lazio con 35 brevetti energetici, seguito da Piemonte (22) e Veneto (12). “Dati che evidenziano come l’attività brevettuale sia appannaggio quasi esclusivo delle regioni del Nord”, ha chiosato Sileo.

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