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3 Agosto 2020

Riciclo vizioso: viaggio nella crisi globale della plastica

Fortune

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Il mondo annega nella plastica. La necessità di riciclare è sempre più urgente. Ma l’industria dei rifiuti è sull’orlo della catastrofe. Articolo di Vivienne Walt in partnership con il Pulitzer Center on Crisis Reporting apparso sul numero di Fortune Italia di maggio 2020.

 

INCASTONATO SU UNA COLLINA nel nord della Malesia, tra palme e alberi della gomma, si staglia un grande deposito a cielo aperto. È l’impianto di riciclo della BioGreen Frontier, aperto lo scorso novembre nel paesino di Bukit Selambau. In un rovente pomeriggio di gennaio, Shahid Ali è nel pieno della sua prima settimana di lavoro. Con i piedi ben piantati davanti a uno degli scivoli dell’impianto, è immerso fino al ginocchio in piccoli pezzi di plastica bianca zuppa d’acqua. Attorno a lui si accumulano altri frammenti bianchi, sparati dallo scivolo come fiocchi di neve. 

 

Ora dopo ora, Ali setaccia il cumulo di plastica uscito dal nastro trasportatore, alla ricerca dei coriandoli che gli sembrano sporchi o di colore diverso, gli scarti del processo di riciclo. Anche se sembra un lavoro spacca-schiena, Ali dice che è comunque meglio della sua occupazione precedente: piegare lenzuola in una fabbrica tessile poco distante, per una paga molto più bassa. Adesso, se mangia nella maniera più frugale possibile, riesce a risparmiare abbastanza (dalla sua paga di un dollaro l’ora) da mandare 250 dollari al mese ai suoi genitori (e 6 fratelli) a Peshawar, in Pakistan, a 4300 km di distanza. “Appena ho sentito di questo posto, sono venuto a chiedere lavoro”, dice il 24enne, tozzo e barbuto, con gli occhiali e il sorriso facile. Eppure, lavora 12 ore al giorno, 7 giorni a settimana. “Se mi prendo un giorno di vacanza, perdo un giorno di stipendio”, dice. Nel deposito, centinaia di balle vengono impilate in colonne alte 20 metri, piene di confezioni e buste di plastica gettate via settimane prima dai loro utilizzatori originali. Ancora ci sono indizi sulla loro provenienza. Etichette dalla California o imballaggi dal Texas, pellicole di plastica dalla sede della RedBull di Santa Monica. Per questi detriti, le fabbriche come quella di Ali sono la fine di un’Odissea lunga 8mila km. Il fatto che i rifiuti abbiano viaggiato in questo piccolo angolo di mondo già mostra quanto l’economia mondiale del riciclo abbia fallito nel rimediare alla dipendenza umana dalla plastica. Un ecosistema altamente disfunzionale, se non sull’orlo del collasso. Circa il 90% dei milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno nel mondo finiscono per non essere riciclati. Finiscono invece bruciati, sotterrati, scaricati. 

 

Il riciclo della plastica conta su un sempre maggiore sostegno da parte dei consumatori: mettere contenitori di yogurt e bottiglie di succo nel cestino giusto è un atto di fede ecologico comune a milioni di famiglie. Ma la fede non basta. La marea di nuovi prodotti di plastica che ogni anno entra nel flusso del riciclo ha sempre più probabilità di esserne immediatamente espulsa, vittima di un sistema inceppato. Molti dei prodotti che i consumatori credono essere ‘riciclabili’ (come pubblicizzano le aziende), in realtà non lo sono, per ragioni puramente economiche. Con i prezzi di petrolio e gas ai minimi degli ultimi 20 anni (grazie in parte alla rivoluzione del fracking), la plastica vergine prodotta dal petrolio è adesso più economica e facile da ottenere rispetto ai materiali riciclati. Un cambiamento imprevisto che ha tolto copertura finanziaria a un mercato, quello del riciclo, considerato fino a poco tempo fa conveniente. “Il mercato mondiale dei rifiuti è essenzialmente rotto”, dice Graham Forbes, capo della campagna per la plastica di Greenpeace. “Sediamo su una gigantesca quantità di plastica, senza un posto dove mandarla o un modo per usarla”. 

 

Un sovraccarico enorme che sta creando un conflitto che industria e governo non possono ignorare: il conflitto della plastica tra convenienza, da un lato, e i danni che provoca sulla salute e l’ambiente dall’altro. Ci sono pochi posti dove questo conflitto è evidente come in Malesia. Qui ci sono salari poverissimi, terreni a due soldi e leggi poco stringenti: fattori che hanno spinto centinaia di imprenditori ad aprire impianti su impianti, alla ricerca del profitto. I costi economici e ambientali del riciclo della plastica sono evidenti, e in bella mostra; ne ho avuto la prova viaggiando per tutto il Paese con il fotografo Sebastian Meyer. In 10 giorni, abbiamo visitato 10 impianti per il riciclo (alcuni di questi, compresa la BioGreen Frontier, operano senza licenza ufficiale, continuamente sotto minaccia di chiusura) alle prese con la gestione di rifiuti spediti con bastimenti provenienti da tutto il mondo. Abbiamo anche visto le conseguenze della malandata economia della plastica rovesciarsi sulle discariche, sui cantieri navali pieni di container, sulle case dei cittadini, nell’oceano. 

 

RIFIUTI RICICLO PLASTICA
epa07607027 Members of the media take pictures of plastic waste inside cargo containers before sending back to the country of origin in Port Klang, Selangor, Malaysia, 28 May 2019. Malaysia will ship 450 metric tons of contaminated plastic waste back to the countries of origin said Yeo Bee Yin today on 28 May. The waste came from Australia, US, Canada, Saudi Arabia, Japan, China, Spain and Bangladesh. EPA/FAZRY ISMAIL

 

PER MEZZO SECOLO, la crescita della plastica è stata esponenziale, e per buone ragioni: è economica, leggera, virtualmente indistruttibile. “C’è un grande futuro nella plastica”, si sente dire un giovane Benjamin Braddock (interpretato da Dustin Hoffman) nel film del 1967 ‘Il Laureato’. Aver seguito quel consiglio lo avrebbe portato a incassi spettacolari. La produzione globale è passata da 25 milioni di tonnellate all’anno nel 1970 a più di 400 milioni di tonnellate nel 2018. Dietro questo diluvio di polietilene si nasconde un’economia gigantesca. Il mercato globale della plastica vale circa 1 trilione di dollari all’anno, secondo i data analyst britannici del Business research center. La richiesta di plastica è raddoppiata dal 2000 e potrebbe raddoppiare ancora entro il 2050. “Abbiamo una classe media in crescita, in tutto il mondo, che ha bisogno di migliorare la qualità della propria vita”, dice Keith Christman, managing director del mercato della plastica dell’American chemistry council, un’organizzazione industriale i cui membri includono importanti produttori come Dow, DuPont, Chevron e Exxon Mobil. “E la plastica fa parte del discorso”. La plastica si trova non solo nelle bottiglie e nelle confezioni del cibo, ma anche nelle magliette e nelle salviette bagnate, nei pannelli per l’isolamento termico, nelle gomme, nelle bustine di tè, e un’infinità di altri oggetti. 

 

Le preoccupazioni sulla plastica vengono spesso eclissate dal dibattito sulle emissioni di diossido di carbonio. Me le due cose sono strettamente collegate, con la produzione di plastica colpevole dell’emissione di grandi quantità di gas serra. Adesso, il mondo si è accorto della crisi della plastica. Le immagini di tartarughe soffocate da cannucce e balene morte con lo stomaco pieno di rifiuti di plastica sono diventate virali: testimonianze degli 8 milioni di tonnellate di plastica riversati nei mari ogni anno. L’Environment program delle Nazioni Unite stima che per il 2050 gli oceani conterranno più plastica che pesci. Il peso sugli esseri umani è ugualmente preoccupante. Secondo uno studio commissionato dal World Wildlife Fund, l’americano medio mangia un cucchiaino di plastica a settimana attraverso il cibo (più o meno la quantità che c’è in una carta di credito) con conseguenze sanitarie imprevedibili. 

 

La durabilità che fa della plastica un bene così conveniente, si è scoperto, la rende anche una bomba a orologeria ambientale. Circa il 90,5% di tutta la plastica prodotta dal 1950 esiste ancora, secondo un’analisi di Roland Geyer, professore di ecologia industriale dell’università della California e della Bren School of environmental science & management di Santa Barbara. Solo l’8,4% della plastica statunitense è stata riciclata nel 2017, secondo l’Environmental protection agency. Un altro 15,8% è stato bruciato per ricavarne energia. Il resto si accumula nelle discariche. La percentuale di riciclo è anche più bassa in alcune regioni asiatiche e africane. Anche l’Europa, con le sue stringenti legge ambientali, ricicla solo il 30% della sua plastica. Per decenni, i produttori di plastica e i loro più grandi clienti (giganti dei beni di consumo come Coca Cola, Nestlé, PepsiCo, e Procter & Gamble) hanno detto che incrementare i numeri del riciclo sia la soluzione alla crisi della plastica. Lo inquadrano come un problema di comportamento – il nostro. “Dire che il problema è la plastica è una reazione impulsiva”, dice il presidente e Ceo della Plastic industry association, Tony Radoszewski. “Il colpevole è il consumatore che non getta correttamente il rifiuto”. 

 

È vero, la percentuale di riciclo è bassa. Ma incolpare del tutto i consumatori è ipocrita. Il problema più grande è la grossa transizione dei mercati energetici. I prezzi di petrolio e gas sono precipitati negli ultimi dieci anni. Questo ha reso molto più economica la produzione di plastica vergine da parte delle aziende petrolchimiche, rispetto alla creazione di plastica riciclata. E con l’obiettivo di incrementare i profitti, le aziende hanno aumentato la produzione di plastica vergine, portando ancora più giù i prezzi. Riciclare la plastica significa forza lavoro (un lavoro intenso, e quindi costoso) e questo cambiamento industriale ha frenato l’economia del riciclo globale. Nel 2018 è arrivata un’altra brutta notizia: la Cina ha interrotto l’importazione di quasi tutti i rifiuti di plastica, dicendo che la stessa industria del riciclo cinese si stava trasformando in una minaccia per l’ambiente. La decisione ha sconvolto l’economia della plastica mondiale. Fino a quel momento, per esempio, gli Stati Uniti spedivano in Cina il 70% dei loro rifiuti in platica. Adesso, “il riciclo è in fin di vita”, dice Mike Engelmann supervisore della gestione rifiuti di Smithtown, nello Stato di New York, una città da 120mila persone a Long Island. “Spero che le cose cambieranno. Ma non so come”. 

 

Una delle opzioni principali per arrivare a una svolta, ovvero ridurre la produzione e il consumo di plastica vergine, ha di fronte a sé una strada lunga e difficile, dato il peso politico dell’industria energetica e petrolchimica. In effetti, un solido mercato della plastica ha permesso al settore energetico di prosperare. Con le case automobilistiche che passano all’elettrico, e le rinnovabili che prendono piede, sarà la plastica a dare una mano al settore petrolifero, secondo l’International Energy Agency. L’agenzia stima che le materie prime del petrolchimico, che servono principalmente a produrre plastica, saliranno dal 12% odierno della richiesta globale di petrolio al 22% nel 2040: a quel punto, dice l’Iea, quello del petrolchimico potrebbe essere l’unico segmento in crescita dell’intera industria. Non è una sorpresa quindi che le risposte delle grandi aziende alle preoccupazioni dei consumatori non si concentrino sulla produzione. A gennaio, grandi attori come Dow, DuPont, Chevron, P&G e altri, hanno lanciato la ‘Alliance to end plastic waste’. La crisi della plastica richiede “un’azione tempestiva da tutti noi”, ha detto il Ceo di P&G David Taylor alla stampa. 

Ma per ‘azione tempestiva’ non si intendeva andare a tagliare la produzione. Invece, le aziende si sono impegnate a spendere 1,5 mld di dollari in cinque anni su progetti per il riciclo dei rifiuti. Christman, dell’American Chemistry Council, cita l’esempio del progetto Renew Oceans, che punta alla riduzione dell’inquinamento da plastica del Gange, in India. Dice che l’alleanza mira a rendere gli imballaggi di plastica “riciclabili al 100%” nel 2030 e a immetterli per intero nel flusso del riciclo entro il 2040. Ma quando chiedo chi si accollerà l’enorme costo del riciclo di una così gigantesca quantità di plastica, Christman esita: “Serviranno fondi. Parte di questi dall’industria, parte dai governi”. Gli ambientalisti dicono che già la semplice longevità della plastica è un ostacolo a proposte del genere. In più, come sottolinea la ricerca di Geyer, la maggior parte della plastica non può essere riciclata più di una volta. Potremmo metterla così: quasi tutti I nuovi pezzi di plastica che mandiamo in giro per il mondo resteranno con noi per sempre, insieme a tutti quelli vecchi. 

 

Durante un afoso pomeriggio, il commerciante di plastica Steve Wong siede in una piccola tavola calda su una delle strade della città di Ipoh, nella Malesia centrale. È lì per incontrare un vecchio cliente, Saikey Yeong, Ceo dell’azienda di riciclo locale AZ Plastikar. Sotto una ventola, i due parlano di affari tra piatti di ravioli al vapore e involtini di maiale, mandando giù il tutto con un po’ di tè al gelsomino. Il loro tavolo è di plastica, e di plastica sono le sedie gialle che stanno usando. Wong tira fuori diverse buste e mostra il contenuto a Yeong. In una ci sono pezzi di appendiabiti di alcune case di moda di Parigi. In un’altra c’è una corda di plastica aggrovigliata, rimasuglio di una rete da pesca di polipropilene, acquistata da Wong in Olanda. Piegati sul tavolo, i due uomini smembrano la corda per controllarne i polimeri; a un certo punto usano la fiamma di un accendino (di plastica) per annusare il fumo e determinare la composizione chimica della corda. “Guarda, è roba buona, la possiamo riciclare, e ce n’è un sacco” dice Wong a Yeong. “I pescatori di solito scaricano roba come questa sul fondo del mare”. 

Wong è il Ceo di Fukutomi Recycling, autorevole marchio dell’industria della plastica, che ha fondato nel 1984 a Hong Kong. Ha l’atteggiamento spiccio e diretto di un venditore porta a porta, e in un certo senso lo è. Passa la maggior parte del suo tempo a viaggiare tra Stati Uniti, Europa e Asia, cercando di far incontrare centinaia di diversi polimeri di plastica con gli impianti in grado di processarli. È in scenari come questo (pranzi da 5 dollari e fiumi di tè, invece di raffinate sale conferenze) che si concludono gli accordi più importanti del settore del riciclo. In un’altra riunione pomeridiana, il proprietario di una fabbrica cinese ha rimpinzato Wong di sake. Mentre la moglie cucinava per noi vari piatti tipici, lui e Wong esaminavano pezzi di plastica con l’aiuto di un forno elettrico. Nella riunione di Ipoh, Yeong accetta di comprare circa 600 tonnellate di polipropilene al mese, spendendo 228mila dollari ogni 30 giorni. Ma ha paura di ritrovarsi con merce deprezzata, un’esperienza diventata sempre più frequente. “Produrre nuova plastica è così conveniente rispetto al riciclo”, dice Yeong. “Per noi è un grosso problema”.

 

Negli impianti di tutta la Malesia la storia è sempre la stessa. “Se venissi da me e mi dicessi di entrare in questo business adesso, faresti prima a uccidermi”, dice Yap Koon Fatt, 59enne managing director di YB Enterprise, puntandosi un’immaginaria pistola alla tempia. L’impianto da 4 ettari di Yap si trova tra le palme della sua città natale, Padang Serai, dove ha iniziato a riciclare a 17 anni. Adesso ricicla circa 1000 tonnellate di plastica al mese. Ma i prezzi dei suoi prodotti sono diminuti del 20% negli scorsi sei mesi, e gli ordini dalla Cina si sono dimezzati. Nell’impianto Fizlestari, a Nilai, poco più a Sud di Koala Lumpur, enormi balle di bottiglie di plastica usate dall’Australia, dagli Stati Uniti e dal Regno Unito vengono impilate fino ad arrivare al soffitto. L’impianto ha incassato 10 mln di dollari lo scorso anno, ma il prodotto finito si vende al 25% in meno rispetto al 2017, quando l’impianto ha aperto. “I prezzi sono crollati”, dice il Ceo Cecil Chan. “E non credo che torneranno mai allo stesso livello di prima”. 

 

Il 62enne Wong sente cose del genere in continuazione, e anche lui ha subito qualche conseguenza. Ha cominciato da ragazzo a Hong Kong (“ero ancora un bambino, facevo le elementari”, dice) raccogliendo l’immondizia per la piccola impresa di riciclo del padre. Alla fine ne ha fatto un business di successo, e nel 2000 si è trasferito con la moglie e 6 bambini a Diamond Park, in California. Allora Wong aveva più di 20 impianti sparsi per il mondo, in Germania, Regno Unito, Sud Africa e Australia. Dice che la maggior parte degli anni guadagnava 10 mln di dollari solo dall’impianto di Hong Kong. Come la maggior parte dei suoi colleghi, il suo più grande mercato era la Cina. 

 

È crollato tutto nel 2018, quando la Cina ha lanciato l’operazione National Sword. Il Paese aveva per lungo tempo consentito l’import di enormi quantità di plastica. Ma l’industria che ha proliferato grazie alla necessità di processare tutta quella plastica alla fine ha subito le proteste legate all’inquinamento generato. Oggi, la Cina accetta rifiuti che siano quasi completamente incontaminati: uno standard rispettato solo dall’1% degli oggetti. Globalmente, circa 111 mln di tonnellate di plastica dovranno trovare una nuova destinazione entro i prossimi dieci anni, secondo il College of Engineering dell’università della Georgia. La decisione della Cina ha interrotto la fonte di ricchezza di Wong. Stima che i suoi affari siano diminuiti del 90% dal National Sword, e ha chiuso tutte le sue fabbriche tranne 5. Adesso si guadagna il pane come intermediario, portando i rifiuti ai centinaia di impianti aperti dopo la svolta cinese. Molti si sono trasferiti dalla Cina in Tailandia, Vietnam e Malesia, attratti da terre economiche e forza lavoro ancora più conveniente: immigrati dal Bangladesh, dal Pakistan e dal Myanmar. Visitare le fabbriche dei clienti di Wong fa capire quanto sia faticoso il lavoro e perché le comunità non voglia questi impianti nei paraggi. 

Dentro, i dipendenti setacciano container interi di rifiuti. Si avventurano nella plastica usata, separando materiali come il Pet (polietilene tereftalato), ampiamente usato in bottiglie e imballaggi, e lo Ldpe (polietilene a bassa densità), la plastica delle buste della spesa. Ognuno dei centinaia di polimeri ha bisogno di processi diversi. Una volta separati, i rifiuti vengono lavati e trasformati in filamenti. Questi vengono poi tritati e trasformati in coriandoli della dimensione di un chicco di riso. Vengono chiamati ‘nurdles’. Questo pellet viene imballato e venduto ai produttori come materiale grezzo. Molti di questi rifornimenti vanno a fabbriche cinesi, dove rientrano nel sistema circolatorio del consumismo sotto forma di parti di auto, giocattoli, bottiglie d’acqua e migliaia di altri prodotti. 

 

Il processo è impressionante, ma non è mai andato neanche vicino a un’efficienza del 100%. Molti dei polimeri che i consumatori provano a riciclare sono di qualità troppo bassa per essere riciclati. La plastica macchiata o danneggiata spesso non può essere riutilizzata. E la pressione creata dal prezzo della plastica vergine ha sconvolto ulteriormente le cose. “Al momento, questo riciclo non ha valore economico”, dice Muralindran Kovindasamy, direttore delle operazioni a Ipoh per la ResourceCo Asia, un’azienda australiana. Compra parte della plastica che gli impianti malesi non possono usare e la vende alle aziende di cemento per la pavimentazione delle strade. Molti altri semplicemente la bruciano o la scaricano. “Ci sono pochi controlli”, dice, “ed è più conveniente sotterrare tutto in una discarica”. Yeo Bee Yin, a quel tempo ministro dell’Ambiente della Malesia, è sembrata rattristata quando le ho chiesto quanto velocemente stesse crescendo il mercato dei rifiuti di plastica del Paese. Seduta nel suo ufficio all’ultimo piano nel centro amministrativo della Malesia, Putrajaya, Yeo ha stimato che il mercato valga solo 1 miliardo di dollari all’anno. E ha proclamato il suo impegno nella guerra contro i ‘riciclatori’ malesi, che hanno bisogno di 19 diversi permessi ambientali per operare; Yeo ha chiuso più di 200 fabbriche solo lo scorso anno per mancanza della documentazione. Se fosse necessario, mi ha detto, il governo dovrebbe “tagliar loro elettricità, acqua, tutto il possibile. Sono dei gangster”. Ora la guerra di Yeo ha bisogno di un nuovo generale. Qualche settimana dopo la nostra chiacchierata, si è dimessa insieme al resto del governo malese a seguito di una crisi parlamentare. Chiunque sia il suo successore potrà contare su tanti alleati tra esperti di salute e cittadini comuni, per ragioni evidenti anche a un osservatore casuale. 

 

Nella nostra prima mattina in Malesia, io e Sebastian Meyer abbiamo scalato una montagna di plastica alta 15 metri nel cuore di Sungai Petani, una cittadina di 200mila persone vicino l’isola di Penang. Questa discarica di plastica contiene gli scarti ritenuti non riciclabili dagli impianti vicini. È il termine ultimo della supply chain della plastica. Bruciarla sembra l’unica soluzione possibile, e qualcuno lo sta già facendo. Tneoh Shen Jen, un medico che dirige il Metro Hospital della città, dice che i residenti sono affetti da problemi respiratori, mentre le fabbriche continuano a bruciare illegalmente i rifiuti; si respira “plastica bruciata quasi tutte le notti”, dice. Poco lontano, la 40enne Tei Jean siede nel suo salotto con sua figlia di 6 anni. Le finestre sono sigillate, e la casa è stata svuotata da giochi, coperte e tende. È il disperato tentativo di Tei di fermare le infezioni respiratorie della bambina che, dice, sono cominciate poco dopo l’apertura degli impianti di riciclo della zona, lo scorso anno. La bambina è stata in ospedale tre volte da allora, e l’anno scorso non è andata a scuola per 6 mesi. “Continuava a stare peggio”, dice Tei. “Ogni volta che usciva di casa, gli occhi le diventavano rossi”. Adesso la bambina sta tutto il giorno nel suo buio salotto, disegnando su un piccolo tavolo rosa. Dopo le proteste degli attivisti a Singai Petani, i proprietari delle fabbriche hanno smesso di bruciare plastica, lo scorso autunno. Ma ci sono ancora tensioni. Ad aprile 2019, due fabbriche sono state bruciate in un raid notturno. I proprietari accusano i gruppi ambientalisti. Quando abbiamo visitato la discarica cittadina, una guardia di sicurezza ci ha fatto una foto con il telefono, e l’ha inviata a fabbriche sparse in tutta la Malesia per avvertirli della nostra presenza. Per giorni, dopo, i proprietari degli impianti ci hanno guardato con sospetto, chiedendo “siete ambientalisti?”.

 

La lotta alla plastica 

 

Il nostro appetito per la plastica è senza limiti; la capacità del pianeta di assorbirla non lo è. Neanche il 9% della plastica mondiale viene riciclato, e circa 8 milioni di tonnellate vengono scaricati in mare ogni anno. Una crescente onda di risentimento popolare sui rifiuti sta spingendo le aziende a fare scelte coraggiose per risolvere il problema. Ecco tre degli approcci più promettenti. 

 

Riciclo ‘chimico’ 

L’industria della plastica punta molto su questa strategia. Il metodo prevede la scomposizione chimica di tipi di plastica normalmente bruciati o sotterrati, come gli imballaggi, le pellicole, le capsule di caffè. Poi vengono mischiati con resine vergini per produrre materiali che abbiano la stessa qualità di plastica vergine. Ci sono degli svantaggi, però. Il processo genera emissioni importanti, ad esempio, limitando il suo beneficio al clima. 

 

Bioplastiche 

A differenza delle plastiche tradizionali, create dal petrolio, le bioplastiche vengono prodotte estraendo lo zucchero del mais o della canna da zucchero e trasformandolo in acido polilattico o poliidrossialcanoati. Quei materiali assomigliano alle normali plastiche, senza il consumo di combustibili fossili. I critici notano che le coltivazioni per le bioplastiche richiedono pesticidi e terra che potrebbe essere usata per il cibo normale. E riciclare le bioplastiche richiede un grande calore negli impianti di compostaggio, aumentando il rischio che gli oggetti usati possano essere sotterrati. 

 

Pay-per-package 

Un modo di reagire a un mercato del riciclo malandato: chiedere alle aziende di pagare le città per riciclare i loro imballaggi di plastica. Nella maggior parte dell’Ue e in qualche Paese asiatico, alcune di queste leggi già esistono. Negli Stati Uniti, il Maine sta considerando qualcosa del genere. I produttori di plastica dicono che preferirebbero aumentare la percentuale di riciclo invece che sopportarne il peso. Ma in Europa queste leggi hanno aiutato a limitare gli imballaggi e a ripensare l’uso della plastica da parte delle aziende.  

 

In un’occasione, lo eravamo. Un giorno, vicino a Sungai Petani, due attivisti ci hanno guidato su una strada malandata lungo il fiume Mudah, fonte d’acqua delle fattorie locali. Lì, a pochi metri da un asilo nido, è nata una discarica illegale. Un fiumiciattolo chimico fuoriusciva da pozzanghere di acqua arancione, piene di plastica di chiara provenienza occidentale: bottiglie di detergente Tide, bottiglie Poland Spring, pacchetti di piselli Green Giant. I locali ci hanno spiegato che i riciclatori avevano lasciato i loro scarti lì, in violazione delle leggi malesi. Quando l’autista di un camion ci ha visto, è subito scappato. Due giorni dopo, il posto ha preso fuoco. I giornali locali mostravano le foto della nube di fumo nero sopra gli alberi. I malesi sperano di difendersi con l’aiuto della convenzione di Basilea sui rifiuti tossici, che entrerà in vigore il prossimo gennaio. La convenzione vieta la spedizione di plastica contaminata con qualsiasi tipo di rifiuto, ed è stata sottoscritta da quasi tutti i Paesi del mondo, tranne alcuni come gli Stati Uniti.  funzionari malesi hanno già cominciato a bloccare i container sospetti. Durante una ventosa domenica, le autorità doganali ci hanno guidato nel porto di Penand, mostrandoci quali container sono destinati a tornare negli Stati Uniti, in Francia e nel Regno Unito, tutto a spese dei mittenti originali. Resi che possono facilmente entrare in un labirinto burocratico, però. Un container di Oakland, contrassegnato per la restituzione, riposa nel porto di Penang dal giugno del 2018. Yeo, l’ex ministro, crede che gli import di rifiuti di plastica dovrebbero essere limitati fino all’implementazione certa delle nuove regole di Basilea, non solo in Malesia ma anche negli hub del riciclo vicini, come Filippine e Indonesia. La gente è sempre più irritata, dice. “Perché dobbiamo scaricare sulle nostre terre? Solo perché conviene a voi?”, mi chiede. “La sensazione è che ci sia una grande ingiustizia”. 

  

In realtà, poche persone si preoccupano di dove vada a finire la loro immondizia. I più pensano che dopo aver buttato i propri rifiuti nei cassonetti, l’onere passi a un sistema di riciclo ben oliato. A gennaio abbiamo seguito i camion dell’immondizia di Smithtown nel loro giro mattutino, prova concreta di come quella speranza sia lontana dalla realtà. Nel primo giorno di riciclo del 2020, i camion hanno scaricato 103 tonnellate di plastica in un’isola ecologica, ex impianto di riciclo a tempo pieno. Nel 2014, Smithtown ha guadagnato circa 878mila di dollari vendendo i suoi rifiuti ai riciclatori. Adesso deve pagare 80mila dollari all’anno per convincere le aziende di smaltimento a prenderseli. Le difficoltà di Smithtown esemplificano quelle di tutti gli Stati Uniti, e precedono la serrata cinese. Quando i prezzi di petrolio e gas sono precipitati, il mercato della plastica usata si è prosciugato; la plastica vergine era semplicemente più economica. Così la cittadina ha tagliato il suo riciclo e ora accetta solo polimeri di alta qualità, chiamati ‘1’ e ‘2’, i numeri dentro la famosa icona triangolare. Plastiche di bassa qualità, numerate da 3 a 7, non hanno più mercato. Centinaia di cittadine negli Usa hanno preso decisioni simili, decine hanno semplicemente smesso il servizio di riciclaggio porta a porta. Adesso, un’azienda di trasporti prende i rifiuti di plastica di Smithtown e la consegna al Sims Municipal Recycling Center di Brooklyn. Visto che Long Island, dove si trova Smithtown, ha bandito le discariche di rifiuti solidi, molte plastiche di bassa qualità finiscono bruciate per l’elettricità in un impianto della vicina Huntington. Il vero riciclo non fa più parte del discorso, dice il supervisore sanitario di Smithtown, Neal Sheehan. “L’opzione più economica è ancora mandarla da qualche parte del mondo e farsela restituire sotto forma di qualcosa altro”, dice. 

 

Se i trend attuali continuano, la situazione non cambierà. Le aziende petrolifere stanno facendo grandi investimenti nel futuro boom della plastica vergine. La multinazionale Royal Dutch Shell sta costruendo un gigantesco complesso vicino Pittsburgh, uno degli epicentri del fracking americano: produrrà 1,5 milioni di tonnellate di polietilene all’anno. L’impianto ha rimediato, dallo Stato della Pennsylvania, un’esenzione fiscale di 25 anni, ovvero circa 1,6 mld di dollari risparmiati. A gennaio, il Formosa plastic group di Taiwan ha ricevuto il via libera per costruire un complesso da 9,4 mld di dollari per la produzione di plastica in Louisiana; dice che porterà a 1200 posti di lavoro. Questi impianti sono un problema per l’ambiente. Il Center for international environmental law dice che questa espansione industriale può rappresentare “una significativa ed enorme minaccia al clima della Terra”. Il centro calcola che nel 2050 i gas serra emessi nella produzione di plastica saranno uguali alle emissioni di 615 nuovi impianti a carbone. E Geyer, il professore di Santa Barbara, stima che per allora il mondo creerà più di 1 miliardo di tonnellate di plastica vergine ogni anno. 

 

Geyer dice che dopo anni di studio sui dati dell’industria, è arrivato a una conclusione. “C’è una cosa che dobbiamo assolutamente fare, ed è anche la più difficile”, dice. “Dobbiamo impegnarci a ridurre la produzione di plastica vergine”. Eppure la capacità dei produttori di plastica di opporsi a qualcosa del genere sembra insormontabile, soprattutto negli Stati Uniti. Un esempio calzante sono i divieti su buste e altri prodotti di plastica monouso. Dal 2021 queste plastiche saranno strettamente controllate nei 27 Paesi dell’Unione Europea, e le buste saranno bandite anche da tante città cinesi. Negli Stati Uniti le aziende petrolchimiche hanno ostacolato con successo proposte del genere. Solo 8 Stati hanno bandito la plastica monouso. A livello nazionale, una misura introdotta a febbraio da due Senatori democratici imporrebbe alle aziende il peso del riciclo e istituirebbe una moratoria sulla plastica vergine. Ma Radoszewski, Ceo della Plastics industry association, crede che la seconda misura sia infattibile. Il Ceo dice che le proposte per il bando della plastica sono solo un modo di mettersi in mostra dei politici, e dice che le alternative come vetro, metallo e carta sono più inquinanti. L’associazione spinge incessantemente per far arrivare messaggi del genere ai legislatori. “”Non lasciate che i bastian contrario dettino la storia della plastica”, ha detto il gruppo ai suoi membri nell’annunciare la sua conferenza nazionale. “Educate la gente di Capitol Hill su quello che noi sappiamo già: la plastica migliora la vita delle persone”. Nonostante la strada sia ancora lunga, ci sono indizi su come alcuni business stiano ripensando il rapporto con la plastica, in parte a causa della pressione di clienti preoccupati. 

 

Alcune aziende di abbigliamento hanno provato che la plastica riciclata può diventare un prodotto premium. Nel 2017 l’Adidas ha iniziato a vendere sneakers di alta gamma fatte di rifiuti di plastica raccolti al largo delle Maldive. Queste scarpe da 200 dollari sono state un successo, e l’Adidas ne ha prodotti 11 milioni di paia lo scorso anno. L’azienda dice di mirare a eliminare completamente la plastica vergine dalla sua produzione. Nike ha progettato abbigliamento sportivo di poliestere riciclato e sembra volerci puntare sempre di più. Cambiamenti nel mondo dell’imballaggio potrebbero avere un impatto ancora maggiore. Il Ceo di Unilever Alan Jope ha detto lo scorso ottobre che l’azienda avrebbe “profondamente ripensato” i suoi imballaggi (la sua plastica supera le 700mila tonnellate all’anno) e dimezzato l’uso di plastica vergine entro il 2025. Gli avanzamenti tecnologici del riciclo inoltre fanno ben sperare. Unilever sta lavorando con Sabic, un’azienda di Saudi Aramco, per la creazione di imballaggi attraverso il riciclo ‘chimico’, un procedimento che scompone la plastica usata e la converte in un materiale che, secondo l’azienda, è della stessa qualità della plastica vergine. E Ibm lo scorso anno ha detto di aver creato un processo chimico che scompone il Pet in ‘nurdles’; secondo l’azienda, una modalità molto più efficiente e replicabile rispetto al lavaggio e alla separazione che avvengono negli impianti che abbiamo visitato in Malesia. 

 

Molti dei proprietari di quelle fabbriche vedono delle potenzialità in queste novità, e la speranza che i loro ‘nurdles’ possano tornare ad essere prodotti ambiti. “Nike e Adidas vogliono dire ai clienti che tengono alla Terra e che utilizzeranno plastica riciclata al 100%”, dice Adu Wu, chief operatong officer di Grey Matter Industries, azienda di riciclo di Taiwan. Gli ultimi segnali potrebbero preannunciare una svolta, dice. “Noi ne vogliamo fare parte”. Da BioGreen Frontier, il 56enne direttore Engboon Ooi dice che anche lui spera che un cambiamento tra le multinazionali possa aiutarlo a mettere a segno nuovi accordi. Nel frattempo è preoccupato dai problemi a breve termine. Ooi sta ancora aspettando i permessi ufficiali per la sua fabbrica e rischia la chiusura. E a fine gennaio BioGreen e altre aziende, come tutta l’economia mondiale, sono stati colpiti dall’epidemia di coronavirus. In poche settimane, la Cina ha chiuso fabbriche e porti e cancellato gli ordini delle balle di plastica riciclata. Per telefono, a metà febbraio, Ooi mi ha detto che ha cominciato ad accumulare ‘nurdles’ in magazzino, mentre continua la caccia a nuovi clienti. “Non voglio mandare i dipendenti a casa”, dice. Quei lavoratori continuano ad invadere la Malesia da alcuni dei Paesi più poveri al mondo, pronti a riciclare la plastica di quelli ricchi. Per loro, l’industria dei rifiuti di plastica, anche nell’attuale condizione, rappresenta un passo in avanti dal punto di vista economico. “Sono qui da due mesi”, dice Aung Aung, 25 anni, da Yangon, in Myanmar, mentre lavora davanti ai nastri trasportatori di BioGreen. Dice che il riciclo paga più del suo lavoro precedente, in un ristorante di Penang. “Devo pensare alla mia famiglia”, dice.  

 

Shahid Ali, intanto, ha piani importanti. Dice che lavorerà da BioGreen per altri due anni prima di tornare a Peshawar. “Mi sposerò”, dice, in piedi in mezzo alla marea di plastica. “Ho già scelto una ragazza”. Fino ad allora, è disposto a spendere 84 ore a settimana a lavoro, puntando a una casa costruita sulla plastica.  

 

Con il contributo di Selvanaban Mariappen  e Sebastian Meyer.

 

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