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31 Agosto 2020

Draghi non è l’uomo buono per tutti

Fabio Insenga

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Chiunque voglia creare ulteriori problemi al governo Conte sta usando, impropriamente, il nome di Mario Draghi. Dentro la maggioranza, evocare il governo di unità nazionale guidato dall’ex presidente della Bce è il modo migliore per mettere pressione alla propria controparte. Succede con alcuni esponenti Pd insofferenti alla convivenza con i Cinquestelle, succede perfino dentro il sempre più complicato universo grillino. Come dimostra anche la sguaiata, e preoccupata, reazione di Alessandro Di Battista. Se si vuole mettere in discussione il premier Giuseppe Conte, a prescindere dalla posizione di partenza, è a Draghi che si guarda. Stessa dinamica nell’opposizione. Se il piano A, quello ‘pubblico’, è ovviamente la richiesta di elezioni anticipate, ci sono diverse anime nel centrodestra che pensano al piano B, il passaggio per una nuova esperienza istituzionale sul modello Monti, per arrivare a fine legislatura rafforzando la propria posizione, anche in relazione alla leadership e al peso delle singole forze politiche all’interno dello schieramento.

 

Il fronte trasversale pro Draghi c’è. Rispetto a quanto sia ampio e quanto sia sincero, e non strumentale, restano dubbi fondati. Ma il tema, rovesciando il punto di vista, può essere un altro. A prescindere da chi lo invoca e da chi alimenta la suggestione di un suo intervento, a quali condizioni l’ex presidente della Bce potrebbe realmente diventare l’ultima risorsa spendibile per arginare la crisi innescata dal Covid-19?

 

La domanda può trovare risposte diverse, declinate secondo la sensibilità e l’estrazione di chi prova a rispondere. Ma c’è un aspetto che evidenza chi conosce bene Draghi e le sue presunte valutazioni: non è Monti e, soprattutto, ha l’esperienza di Monti come monito. L’ex presidente della Bce non ha nessuna intenzione di contrattare il sostegno di una ipotetica maggioranza allargata e litigiosa per assecondare un’ambizione politica personale che non ha.

 

Un altro aspetto significativo si può rintracciare nella stessa storia di Draghi alla guida della Bce. Ha preso decisioni dirompenti, ha creduto nelle scelte fatte difendendole da qualsiasi assalto. A partire da quelli della potente e aggressiva Bundesbank. Quando è servito, lo ha fatto portando dalla sua parte la maggioranza del Consiglio direttivo. Per poi mettere la faccia e la sua personalità ingombrante a schermare le conseguenze, anche sul piano mediatico e su quello politico, delle misure adottate.

 

Il discorso al meeting di Rimini è coerente con questa interpretazione. Se non si può escludere a priori che di fronte al precipitare della situazione, e alla ‘chiamata’ istituzionale, possa anche accettare di impegnarsi per il suo Paese, resta il fatto che Draghi non può essere l’uomo giusto per tutti. Nel senso che potrebbe interpretare il ruolo del premier solo alla condizione, irrealistica con le caratteristiche dell’attuale Parlamento italiano, di poter avere carta bianca rispetto alle priorità, all’indirizzo e all’efficacia dell’azione di governo. E anche nel senso che non ha nessuna intenzione di farsi strattonare da una parte e dall’altra per interpretare un ruolo di ‘salvatore della patria’ in cui ha mostrato, quando ha potuto, di non credere.

 

 

 

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