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Slot machine e videopoker, sui fondi decide Corte Ue

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Per ora hanno tratto un sospiro di sollievo i sette concessionari di slot machine e videopoker che in prima battuta, al Tar del Lazio, nell’ottobre del 2019, si erano visti respingere i loro ricorsi contro la decisione del governo di Matteo Renzi di tagliare di 500 milioni i fondi destinati al pagamento delle loro attività.

 

Il consiglio di Stato il 31 agosto, con diversi provvedimenti, ha stabilito che le ragioni di Snai, Cirsa Italia, Codere Network, Gamenet, NTS Network, Sisal Entertainment meritano la valutazione della giustizia europea e quindi ha inviato alla corte di Strasburgo gli atti di tutti i procedimenti facendo rivivere la speranza per il corposo rimborso da svariate centinaia di milioni di compensi tagliati dal governo con la legge di stabilità per il 2015, firmata dall’allora ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan.

 

Secondo i ricorrenti, quell’anno il governo dopo aver annunciato di voler riformare il sistema di leggi sui giochi, anche a causa di alcuni scandali venuti alla luce sui pagamenti fatti da alcuni gestori, in realtà si era limitato a passare il controllo all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli e introdurre una sforbiciata sui compensi dei concessionari di videogiochi. Taglio, inizialmente stabilito in 500 milioni all’anno, poi limitato al solo 2015 per evitare la censura della Corte costituzionale a cui si erano rivolti i concessionari. Che vista l’entità delle somme in ballo non si sono dati per vinti. Dopo i ricorsi al Tar e poi ancora, dopo la bocciatura, sono andati a Palazzo dei Marescialli dove ha sede la Corte di appello amministrativa. E qui le loro rimostranze non sono rimaste inascoltate. Con una serie di ordinanze il collegio presieduto da Oberdan Forlenza, il 31 agosto, ha stabilito che sarà la Corte costituzionale europea a dirimere la questione.

 

Come si legge nel provvedimento che riguarda Snai, scritto dal giudice Francesco Gambato Spisani, il Consiglio ha deciso che la Corte di Giustizia dovrà rispondere a due quesiti. In primo luogo, stabilire se sia compatibile con il diritto comunitario “una normativa, la quale riduca aggi e compensi solo nei confronti di una limitata e specifica categoria di operatori, ovvero solo nei confronti degli operatori del gioco con apparecchi da intrattenimento, e non nei confronti di tutti gli operatori del settore del gioco”. A Strasburgo, dovranno anche valutare se “sia compatibile con il principio di diritto europeo della tutela del legittimo affidamento l’introduzione di una normativa la quale per sole ragioni economiche ha ridotto nel corso della durata della stessa il compenso pattuito in una convenzione di concessione stipulata tra una società ed un’amministrazione dello Stato Italiano”. Insomma, se uno stato europeo possa tagliare unilateralmente il compenso previsto da una pattuizione che ha sottoscritto.

 

Negli esposti si lamentava anche la retroattività degli effetti della decisione di ridurre i compensi derivanti da slot machine e video poker, ma anche il fatto che, non si ravvisavano i “motivi imperativi di interesse generale che la renderebbero legittima”, in caso di necessità estrema. Più semplicemente secondo il punto di vista degli operatori, fatto proprio dai magistrati amministrativi, il governo si è mosso per mere esigenze di cassa, ma “la giurisprudenza della Corte ha più volte affermato che fra i motivi imperativi citati non si ricomprendono le semplici esigenze dello Stato membro di incrementare il proprio gettito fiscale, senza che con ciò si raggiungano obiettivi diversi ed ulteriori”.

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