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Quando i soldi della cig non arrivano

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cig cassa integrazione lavoro lockdown

Cig, storie di lavoratori lasciati soli e senza un euro. In Lombardia, secondo i sindacati, sono il 30% di quelli che hanno avuto accesso alla Cassa. Articolo di Chiara Baldi apparso sul numero di Fortune Italia di luglio 2020.

Si chiamano Sondra, Antonio, Giulia, Marino, lavorano in aeroporti, ristoranti, negozi di abbigliamento, negli hotel. Hanno figli, figlie, mariti, moglie, oppure sono single e devono trovare da soli un modo per uscirne: i genitori, i nonni, magari qualche amico che presta loro cinquanta euro per fare la spesa. Vivono perlopiù nella bergamasca, una delle zone più colpite d’Italia dall’emergenza Coronavirus.

 

Le loro giornate sono state scandite dalle sirene delle ambulanze e dal suono delle campane delle chiese che suonavano a morto: oltre seimila i morti per Covid in soli due mesi, una strage, in una delle province più benestanti d’Italia. Sono persone che dal lockdown di marzo alla riapertura di metà maggio hanno passato gran parte del loro tempo in casa, cercando di mettere via i pochi soldi che arrivavano, centellinando sapientemente quello che avevano. Sondra, Antonio, Giulia e Marino sono lavoratori del commercio in attesa della cassa integrazione in deroga.

 

In Lombardia, una delle regioni più ricche d’Italia ma anche quella in cui il Covid ha colpito più duramente, un ammortizzatore sociale come la cig – che si applica alle categorie del commercio, grande distribuzione organizzata, turismo, logistica e altre – riguarda circa 430mila lavoratori, secondo la stima della Filcams Cgil regionale. Di questi, circa 200mila lavoratori sono stati messi in cassa in deroga e lo sono tutt’ora: “Ma è una stima prudenziale, la nostra”, spiega Mario Colleoni, 38 anni, da sei segretario regionale della Filcams di Bergamo e da un anno e mezzo membro della segreteria regionale del sindacato. “Circa 12mila lavoratori hanno usato la cassa ordinaria, ma per quanto riguarda il settore del commercio e affini il numero di procedure attivate è stato superiore alle 25mila nella sola Lombardia.

 

Nei settori sopra citati, nella sola Bergamo i lavoratori che hanno o stanno ancora utilizzando gli ammortizzatori sociali sono più di 7mila. E in base all’interlocuzione avuta in questi giorni, possiamo dire che ancora circa il 30% dei lavoratori non si è ancora visto liquidare i soldi che gli spettano”, aggiunge il sindacalista, che ricorda come il sistema degli ammortizzatori sociali sia particolarmente complesso. Per questo motivo i sindacati hanno presentato al Governo un piano per arrivare a un unico strumento che rimpiazzi tutte le tipologie oggi presenti di ammortizzatori sociali. “Questa è una riforma che deve essere prioritaria, al d là della situazione emergenziale in cui ci troviamo da mesi. È inammissibile che i lavoratori rimangano senza soldi, come è successo in questa condizione”, commenta sul tema cig. E avverte: “Non dimentichiamo che stiamo parlando di persone con medie salariali molto basse, che già in condizioni di normalità fanno spesso fatica ad arrivare a fine mese. E che con il ritardo accumulato dalle Regioni nel liquidare la cassa in deroga, non vedono un euro da oltre due mesi”.

 

Il flash mob dei sindacati milanesi, sotto palazzo Lombardia, per protesta contro i ritardi della cig Milano 28 Maggio 2020.
ANSA / MATTEO BAZZI

 

 

Sondra Leone ha 57 anni, dal 2005 lavora come guardia giurata della Italpol all’aeroporto di Orio al Serio in provincia di Bergamo. Rimasta vedova un paio di anni fa, vive a Bergamo con la figlia, 33 anni, commessa in un centro commerciale: durante il lockdown la figlia non ha lavorato, perché il negozio per cui lavora è rimasto chiuso, e ha ripreso a ritmi più leggeri dal 18 maggio, quando in Lombardia la riapertura delle attività è stata più concreta rispetto a quella del 4 maggio. Sondra invece nei due mesi di lockdown è stata messa in cassa integrazione (in deroga) ed è riuscita a lavorare solo otto giorni al mese. “E sono anche stata fortunata”, ammette, “visto che alcuni miei colleghi non hanno fatto neanche un giorno di lavoro”. Eppure, nonostante l’azienda abbia richiesto la cassa in deroga per tutti i suoi cento dipendenti di Orio Al Serio, Sondra non ha ancora visto un euro. “Non è stato facile vivere così. Considerato anche che mia figlia non aveva un lavoro né uno stipendio, visto che avendo un contratto precario non le spettava nulla, abbiamo davvero dovuto fare attenzione a tutto”. Neanche la sospensione del mutuo è bastata: “La banca mi ha sospeso le rate di aprile e maggio ma senza avvertirmi poi che, una volta ripreso il pagamento, gli interessi sarebbero stati più alti. In più, mi aspettavo la sospensione o comunque un alleggerimento delle bollette, visto che il presidente Conte lo aveva annunciato, ma non è successo. Quindi ho dovuto pagare tutto”.

 

Come lei anche Antonio R., che di anni ne ha 43 e lavora in un ristorante della provincia bergamasca, si è trovato a fare i conti con la dura realtà dei soldi che non bastavano mai. E con due figli adolescenti e una moglie disoccupata, oggi Antonio spera che il saldo arrivi quanto prima. Lo stesso desiderio lo ha Marino A., 52 anni, da oltre 20 impiegato in un hotel. Dopo il dpcm dell’8 marzo, la sua struttura ha chiuso e così lui si è ritrovato a casa, da solo. “Non mi era mai successo di non lavorare per così tanto tempo, è una situazione frustrante”. Per Giulia, in questo caso il nome è di fantasia visto che ha preferito tutelare la sua privacy, “la sensazione di non ricevere un euro a fine mese è stata a dir poco sgradevole. Con un figlio e un marito libero professionista che con l’emergenza Coronavirus ha lavorato molto meno rispetto a prima, non è stato facile”. Giulia, 38 anni, da oltre venti lavora come commessa in una grande catena di negozi di abbigliamento. Che però, come è successo a molte altre realtà, è stata costretta a chiudere a causa del lockdown. “E dal 2 marzo hanno anche deciso di metterci in cig fino al 5 luglio. Peccato che fino al 18 maggio, giorno della riapertura, non abbiamo visto un euro e ora viviamo solo con i soldi dello stipendio di questo mese”. Che estate si aspettano questi lavoratori in cassa? La risposta è unanime: “Di vacanze non se ne parla neanche”. E non solo perché i soldi scarseggiano: in molti sono anche stati costretti a usare le ferie durante la pandemia, sempre perché l’azienda lo ha loro richiesto. Chi ha figli piccoli come Giulia non può neanche sperare di mandarli al centro estivo. “Ci hanno chiesto 160 euro al mese ma per noi è una cifra troppo alta. Proveremo a vedere se ci possono aiutare i nonni”. Che restano pur sempre il migliore ammortizzatore sociale di questo Paese.

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