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7 Ottobre 2020

Il costo (a carico dei lavoratori) dello smart working fatto male

Chiara Baldi

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La storia di Martina è quella di tanti altri: con lo smart working sono saltati gli straordinari. La versione completa di questo articolo, a firma di Chiara Baldi, è disponibile sul numero di Fortune Italia di ottobre 2020.

 

Il 24 febbraio è una data che molti lavoratori – soprattutto lombardi – ricorderanno a lungo. È il giorno in cui la maggior parte delle aziende della regione più produttiva d’Italia – e anche la più colpita dal Covid-19 con quasi 17mila morti – ha deciso di mettere in smart working i propri dipendenti. Una pratica, quella del lavoro ‘smart’, cioè intelligente, che tante realtà produttive del nostro Paese non erano soliti utilizzare e che, nell’immaginario collettivo, rimandava al modello americano o del Nord Europa: quello fatto di aziende così avanzate da lasciare a casa i propri dipendenti per uno o più giorni a settimana, permettendo loro di lavorare dalla propria abitazione senza dover rinunciare a parti dello stipendio e, anzi, ottenendo bonus per farlo. Una pratica che, purtroppo, neanche dal 24 febbraio in Italia si è stati in grado di replicare.

 

Quella mattina del 24 febbraio Martina, 38 anni, originaria di Legnano, alle porte di Milano, se la ricorda benissimo, pur essendo trascorsi ormai più di sette mesi. Era la mattina del suo primo giorno – in 17 anni di lavoro nell’azienda del terziario di cui è dipendente in part-time – in cui le era permesso lavorare da casa. Certo, non perché improvvisamente i suoi datori di lavoro fossero diventati degli illuminati imprenditori dall’accento svedese, ma perché da tre giorni la Lombardia stava – prima in Italia e in Europa – affrontando un mostro fino a quel momento sconosciuto, o quasi: il Coronavirus. Il 21 febbraio, infatti, la piccola comunità di Codogno, che da Legnano dista circa 90 chilometri, si era svegliata con la notizia che un concittadino della stessa età di Martina era il primo caso italiano di Covid. Ed era finito intubato all’ospedale Sacco di Milano. A pochi chilometri da quell’uomo, anche Martina affrontava per la prima volta una nuova modalità di lavoro: lo smart working, appunto. Certo, confessa Martina, che durante la pandemia ha dovuto affrontare, insieme al marito, la gestione delle due figlie, “chiamarlo lavoro intelligente è davvero generosa come definizione. Almeno per come l’abbiamo fatto io e i miei colleghi”.

 

La versione completa di questo articolo, a firma di Chiara Baldi, è disponibile sul numero di Fortune Italia di ottobre 2020. Ci si può abbonare al magazine mensile di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

 

 

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