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7 Ottobre 2020

Raggi e Zingaretti, i conti non tornano

Alberto Sisto

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La Corte dei Conti ha trovato riscontro nei bilanci di partite irrisolte per alcune centinaia di milioni fra il Comune di Roma di Virginia Raggi e la Regione Lazio di Nicola Zingaretti. Questo articolo, a firma di Alberto Sisto, è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2020.

 

I due non si amano. E non lo nascondono neanche in pubblico. Il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti ha detto apertamente che non sosterrà mai una ricandidatura del sindaco di Roma, Virginia Raggi, per un nuovo mandato come prima cittadina di Roma. La diffidenza è reciproca e la Corte dei Conti ha trovato riscontro nei bilanci della Regione, per il 2020, dal quale emergono partite irrisolte per alcune centinaia di milioni fra i due enti. Debiti e crediti reciproci in essere da anni, che pure avrebbero dovuto trovare una facile composizione fra due enti fisicamente vicini.

 

E invece Campidoglio e Regione Lazio stentano anche a parlarsi e quando lo fanno non si capiscono, confondono le carte e arrivano anche a sottrarsi beni per non pagare locazioni milionarie o rimborsare crediti in sospeso. Le vicende sono ancora in sospeso ed è difficile capire se l’impegno alla creazione di un tavolo di confronto davanti ai magistrati contabili a fine luglio sarà mantenuto. Certo è che a rimetterci, nella partita economica, sarà la Regione che dei due contraenti è quella che vanta i maggiori crediti. Va anche detto che fra i due la Regione Lazio sembra quella che ha il controllo più efficace dei propri bilanci. Mentre sul versante di Roma Capitale, le carte sembrano ancora un po’ pasticciate. Come ha rilevato ancora la Corte, a oltre dieci anni dall’avvio della gestione commissariale, avviata nel 2008 quando il Comune andò in dissesto, ancora non si sa con chiarezza quali fra la montagna di debiti e crediti ultradecennali siano ancora esigibili.

 

Il primo dossier si apre tre anni fa. Estate del 2017, l’Ater di Roma versa in uno stato di dissesto profondo. Ha tassi di morosità dell’85%, malgrado il canone medio mensile sia di 141 euro, ma soprattutto, con gli anni, ha accumulato un debito fiscale mostruoso che supera i 430 mln. Per questo motivo è sotto attacco da parte dell’Agenzia delle Entrate che gli ha spedito cartelle esattoriali per 120 milioni. L’istituto che gestisce l’edilizia convenzionata e le case popolari decide di sfruttare il concordato fiscale per ridurre il proprio indebitamento con lo Stato al minor costo possibile. Ma anche perché nel frattempo l’Agenzia è passata alle vie di fatto minacciando di bloccare l’operatività dell’Ater, mettendo pegni su beni e conti correnti. Davanti a questa situazione, l’Agenzia chiede un finanziamento ponte alla Regione Lazio, il suo ente controllante, per 60 mln, proponendo di pagare cedendo dei crediti vantati nei confronti del Comune di Roma, a vario titolo, per un pari importo. Zingaretti, con la logica del buon padre di famiglia, ma anche perché sa che l’affondamento di Ater non sarebbe senza conseguenze per la Regione, decide di accettare lo scambio. Che tuttavia, anche a prima vista, tanto equo non è.

 

L’ente Regione mette le sei decine di milioni in contanti. In cambio riceve un ammontare di crediti frutto di sentenze che Ater ha intentato al comune di Roma. Insomma, si scambia il certo con l’incerto. Ma tant’è: evidentemente Zingaretti non ha altre possibilità. Quando la Regione passa all’incasso scopre però che alcune di quelle partite, per oltre 46 mln, sono precedenti al 2008, e sono in mano alla Gestione commissariale. In quell’anno il comune di Roma dichiarò dissesto. Fu l’ultimo atto del sindaco di allora Walter Veltroni, prima di passare la mano. Così, come prevede la legge, fu attivata la gestione commissariale con il compito di incassare i crediti e pagare i creditori, separandola dall’attività ordinaria. La gestione è un’entità diversa dal Comune e soprattutto come ricorda la Corte dei Conti nella relazione, si comporta con le tecniche del liquidatore. E il tentativo di recupero dei soldi della Regione Lazio si imbatte in un primo, non piccolo, intoppo. Il creditore che vuole l’immediata estinzione del credito vantato (euro 46.423.572,00) deve accettare una percentuale di sconto pari al 20%. Zingaretti se vuole rientrare in fretta dei soldi prestati all’Ater deve lasciare al commissario la bellezza di 9.284.714,40. In banca sarebbe stato considerato un tasso usuraio, ma qui vige un’altra legge.

 

Per avere indietro l’intera somma Zingaretti deve accettare il 50% subito e il rimanente a babbo morto, ovvero “al momento dell’estinzione di tutte le obbligazioni di competenza della Gestione Commissariale”, ad oggi prevista nel 2022, salvo altre proroghe. La Regione ovviamente non può più tirarsi indietro avendo deciso di accettare in cambio il pagherò. E quindi accetta la tosatura e chiede di incassare a vista i restanti 37.138.857,6 euro, di cui rivendica il pronto pagamento al commissario. Ma nasce un nuovo intoppo. Secondo Alessandro Beltrami, il commissario liquidatore, l’ente presieduto da Zingaretti deve alla gestione commissariale 70 mln. E quindi Beltrami non paga. Anzi dice che porterà il credito in compensazione, ovvero a parziale estinzione di quanto dovuto da Zingaretti. La Regione, secondo quanto riferisce la Corte dei Conti, avrebbe dimostrato con ulteriori pezze di appoggio di aver già estinto i propri debiti con il commissario. Scrivono i magistrati contabili che a giugno “il contro credito eccepito in compensazione dalla Gestione Commissariale sembra, almeno allo stato degli atti, essere non più sussistente, alla luce delle erogazioni già effettuate dalla Regione”.

 

Tutto a posto, quindi, dopo tre anni la Regione può sperare di rientrare dei propri soldi. Forse, ma non subito. Il commissario infatti, il 14 luglio di quest’anno ha fatto sapere che lui non può estinguere il credito perché “la competenza alla cancellazione dello stesso è intestata al Comune di Roma”, gestione ordinaria, e quindi continua a non pagare. Comune e Regione, a metà luglio, hanno deciso di sedersi ad un tavolo per rifare i conti, anche perché nelle partite di dare avere fra i due Enti ci sono conti in sospeso da anni. Come hanno evidenziato i magistrati contabili, per una riconciliazione del dare e avere ballano altri 40 mln dovuti dal primo alla seconda. E in questa partita ad avere ancora le idee poco chiare sembra più il ragioniere della sindaca Virginia Raggi che il contabile di Zingaretti. Richiesti di chiarire l’entità delle somme dovute alla Regione gli uffici del Campidoglio hanno inserito in una rendicontazione un presunto debito, per Irap incassata di 18,9 mln che bonariamente i magistrati contabili spiegano essere stati “verosimilmente inclusi dal Comune nel proprio elenco dei residui verso la Regione solo per ragioni descrittive e atecniche, essendo indubbio che il debito Irap è nei confronti dello Stato che, solo successivamente, trasferisce le risorse alla Regione (che lo contabilizza come un credito vs Stato e non vs Comune)”.

 

Ma la vicenda più singolare riguarda un immobile della periferia della Capitale che la Regione ha affittato al Comune per un canone di un milione l’anno. Pigione che Roma Capitale si rifiuta di pagare rivendicando la proprietà dello stesso. Così i magistrati contabili chiedono che sia fatta “adeguata e sollecita chiarezza sulla questione giuridica di fondo, rappresentata dalla individuazione del soggetto proprietario di tale compendio immobiliare che, da quanto riferito dalla Regione in sede istruttoria, sembra essere stata contestata da parte del Comune di Roma, almeno sino ad un recente passato”.

 

Questo articolo, a firma di Alberto Sisto, è stato pubblicato sul numero di Fortune Italia di ottobre 2020.

 

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