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Lavoro, i rischi per le donne nel post-Covid

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Il sacrificio delle donne, colpite più duramente dall’emergenza Covid-19, tra l’abbandono del lavoro per scelta familiare e la gestione di figli e anziani, sempre meno condivisa dagli uomini. Sono i problemi più rilevanti sull’osservatorio femminile che sono stati rilevati, poche ore dopo la fine della giornata sulla violenza sulle donne, dallo studio Il post lockdown: i rischi della transizione in chiave di genere, a opera dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), basato su 689 interviste con un questionario, strutturato in cinque sezioni, che ha toccato tutti gli aspetti della transizione: profilo personale, condizione lavorativa, caratteristiche della transizione dal periodo di lockdown dalla fase 1 (4 marzo-3 maggio) alla fase 2 (dal 4 maggio in poi). Emerge il quadro, poco rassicurante, della donna compressa dalla cura di bambini e genitori non autosufficienti, con un reddito meno alto del partner.

 

“Se si volesse definire con uno slogan la caratteristica del periodo che va dal 4 maggio in poi, in ottica di genere, potrebbe essere men first – si legge nel report INAPP -, dopo il lockdown, infatti, a rientrare al lavoro fuori casa sono prima, ed in misura maggiore, gli uomini, sia nel caso del lavoro dipendente che del lavoro autonomo o indipendente. Il rientro al lavoro è legato essenzialmente a tre elementi: prima di tutto alla normativa (che ha definito il calendario di riapertura delle attività produttive), poi alla richiesta specifica dei datori di lavoro e infine a una sorta di accordo familiare. E proprio l’accordo familiare ha evidenziato le differenza delle condizioni tra uomini e donne: il 15% delle intervistate ha evitato di tornare sul posto di lavoro, anche potendo, per sobbarcarsi le esigenze familiari, per motivazioni organizzative, culturali ed economiche. Ovvero, che il reddito maschile è più alto e quindi la donna è quasi costretta a privilegiare la famiglia al lavoro. E il congedo Covid19 non ha migliorato la situazione: il 90% delle donne lo ha utilizzato interamente, solo 8% ha diviso i giorni con il partner.

 

“Dall’indagine svolta dai ricercatori del nostro Istituto emerge che il care burden incide fortemente sulle dinamiche della transizione tra la fase del lockdown e la fase della graduale ripresa delle attività lavorative – ha spiegato il presidente dell’INAPP, Sebastiano Fadda -, acutizzando la diseguaglianza di genere e intralciando una più robusta ripresa economica. Ciò suggerisce due importanti considerazioni. La prima è che i provvedimenti di emergenza dovrebbero assumere una più forte calibratura compensatrice di questa asimmetria di genere. La seconda è che questo, tuttavia, non è sufficiente: è necessario che la funzione di caretaker venga per quanto possibile trasposta a livello di prestazioni professionali qualificate e retribuite nell’ambito di una ristrutturazione dei sistemi di welfare. Ciò produrrebbe un effetto immediato di innalzamento del livello di attività economica e consentirebbe una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro”.

 

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