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Energia, Margheri (Wec Italia): Abbiamo l’occasione di ripartire

rinnovabili sostenibilità

Lo stop forzato della pandemia ha mostrato la resilienza del settore energetico e la forza delle rinnovabili. Ma saranno le policy dei governi, dice Marco Margheri, presidente di Wec Italia, a determinare la direzione che prenderemo nel post-Covid. La versione originale di questo articolo, a firma di Alessandro Pulcini, è disponibile sul numero di Fortune Italia di dicembre 2020.

 

Dal 2010 il World Energy Council pubblica ogni anno un rapporto sui sistemi energetici mondiali, elencati in ordine di sostenibilità, sicurezza e accesso all’energia. L’Energy Trilemma Index del 2020 contiene i dati aggiornati al 2019: un punto di partenza sul quale misurare l’effetto della pandemia e di un anno che, anche per l’irruzione della lotta ai cambiamenti climatici nelle agende dei governi, ha con ogni probabilità cambiato per sempre il panorama e le prospettive energetiche mondiali, legandole ancora di più allo sviluppo delle fonti rinnovabili.

 

“La pandemia ha portato con sé due grandi sfide del settore energetico”, dice Marco Margheri, presidente di WEC Italia. “Una è quella di breve termine, del calo della domanda e dell’incertezza, e quindi della solidità del settore energetico (che, dice Margheri, nonostante l’impatto della pandemia ha tenuto grazie all’impegno di tutti gli operatori). La seconda sfida riguarda la direzione da prendere per ripartire.“Ci sono questi due grandi trend: la resilienza nel breve periodo (e il fatto che i sistemi energetici debbano preservare il loro ruolo), e la partecipazione del settore in una ripresa che abbia una nuova linea di evoluzione, in direzione di una maggior coerenza rispetto agli obiettivi dell’Accordo di Parigi e al processo di decarbonizzazione”.

 

Per prendere questa seconda strada dovrà essere coinvolto l’intero settore energetico: ci sono i grandi player delle rinnovabili e le utility, certo, ma resta essenziale capire come evolverà il ruolo dell’Oil & Gas, dice Margheri, con investimenti che saranno fondamentali nella transizione, così come sarà fondamentale lo sviluppo di nuova tecnologia. Serve un maggior “tasso di innovazione dal punto di vista di tutte le fonti energetiche. Quindi non solo quello che abbiamo vissuto sino a oggi, dallo sviluppo delle rinnovabili all’elettrificazione, ma anche nuovi metodi per decarbonizzare i gas e i liquidi. Oggi ci può essere da subito il passaggio della generazione elettrica dal carbone a gas, che offre un contributo sostanziale alla riduzione delle emissioni, ma domani potremo arrivare allo sviluppo della filiera dell’idrogeno blu (attraverso anche lo stoccaggio della CO2) e verde (da rinnovabili)”.

 

Marco Margheri, presidente Wec Italia e Head of US Relations, Eni Public Affairs. Courtesy Wec Italia.

 

 

Il rapporto Energy Trilemma Index del Wec tiene in considerazione tre fattori, ognuno dei quali misurato con un punteggio da 0 a 100: sicurezza, ovvero l’affidabilità del sistema energetico e la capacità di andare incontro alla domanda presente e futura d’energia; accesso e competitività, ovvero la capacità di fornire energia sufficiente e a prezzi accessibili a tutti; sostenibilità, che naturalmente misura l’impatto sull’ambiente. Il rapporto ha registrato un risultato molto positivo, per l’Italia. Ci siamo posizionati all’11esimo posto: in 10 anni di storia del Trilemma siamo risaliti dalle posizioni di metà classifica fino ad arrivare a sfiorare la top 10. Un risultato dovuto alle politiche degli ultimi anni, agli investimenti degli operatori energetici e all’avanzamento della quota di rinnovabili nel mix energetico italiano, accompagnate dal miglioramento dell’efficienza delle reti e da una mobilità più sostenibile.

 

Se guardiamo all’ampiezza di sviluppi nel panorama dell’energia, dice Margheri, “ci accorgiamo perché l’Italia è un Paese così interessante e così apprezzato nell’evoluzione del suo settore energetico. È pronta alle grandi sfide, ha uno sguardo molto chiaro, e non da oggi, su un processo di decarbonizzazione in cui tutti gli attori devono essere coinvolti, ed è uno dei Paesi in cui l’innovazione e lo slancio verso nuovi modelli di produzione e consumo è tra i più forti in Europa, ad esempio sull’efficienza energetica e sullo sviluppo degli strumenti digitali”.

 

L’Italia, però, dal punto di vista della transizione può ancora fare molto. “Il Paese ha un grande problema: rendere agile e veloce il percorso autorizzativo e di messa a terra degli investimenti”, dice Margheri. Un problema che “ha a che vedere con la necessità di far lavorare insieme tanti livelli istituzionali e che dobbiamo risolvere necessariamente nel post Covid. Gli attori pubblici italiani devono trovare il modo di fornire velocità e certezza sul quadro autorizzativo. Non esiste una priorità più grande di questa”.

 

 

Perché nella transizione energetica sono così determinanti le policy e gli strumenti di regolazione? Secondo Margheri bisogna considerare uno dei dati forniti dall’Iea, l’Agenzia internazionale per l’energia: “Più del 50% della riduzione di emissioni che dobbiamo conseguire si può conseguire solo con tecnologie che oggi non sono sul mercato”. La trasformazione, quindi, “non può avvenire senza che gli attori pubblici stabiliscano da un lato il quadro di stimolo all’innovazione e dall’altro il quadro per far evolvere i modelli di consumo”.

 

Per far capire meglio questo punto, Margheri fa un esempio: “Quando parliamo dell’idrogeno, non parliamo solo dei meccanismi con cui offrirlo al mercato. Stiamo anche parlando della costruzione dello spazio di mercato di quell’idrogeno. Dovremo anche cambiare la nostra modalità di consumo e le nostre applicazioni industriali e commerciali, uno sforzo su cui gli attori pubblici devono organizzare l’intera catena. Quindi la policy, a partire dagli obiettivi della decarbonizzazione per arrivare alle nuove filiere, diventa un elemento qualificante della transizione energetica”.

 

Posto il ruolo fondamentale dei governi nella composizione del mix energetico globale, un tema imprescindibile è naturalmente quello della politica statunitense, e delle differenze tra l’amministrazione uscente di Donald Trump e quella del presidente eletto Joe Biden. Margheri fa notare (in videoconferenza dall’Ufficio Eni di Washington di cui è responsabile) come ci sia stata una resistenza repubblicana forte “in aree importanti per l’economia e per il sistema energetico statunitense”. Detto questo, “l’aspettativa che possiamo avere sulla presidenza Biden è certamente quella di un cambio di passo sul clima, ma dipende fortemente dal tipo di condivisione politica che si formerà”: per capire la portata dell’azione di Biden, in altre parole, bisognerà capire quanto potrà contare sul Congresso americano, e aspettare le elezioni della Georgia per il Senato, che si terranno a gennaio. C’è sicuramente da considerare l’impegno di Biden, prima ancora che il risultato elettorale fosse deciso, a tornare nell’Accordo sul clima di Parigi. “Anche se il Presidente non avrà una maggioranza congressuale molto robusta per proporre politiche particolarmente avanzate, piano piano anche in campo repubblicano, in modo diverso rispetto ai democratici, stanno emergendo le posizioni di chi spinge per un’agenda di transizione”.

 

Il clima e l’energia quindi “saranno delle priorità”. E il rientro degli Stati Uniti negli accordi di Parigi “produrrà una lunga serie di misure. Nei primi 100 giorni ci sarà certamente una luna di miele nel ritorno dell’America nel dibattito climatico internazionale. Ma quando arriveremo ai dettagli, quando si toccheranno temi come il commercio internazionale, lì naturalmente bisognerà trovare compromessi”. Dialogare con Joe Biden non significherà “parlare con un America che ha abbandonato i suoi obiettivi strategici”.

 

 

Anche l’ultimo rapporto dell’Iea sulle rinnovabili mette al centro l’azione del settore pubblico. E testimonia la resilienza dell’energia pulita. “Le rinnovabili resistono alla crisi del Covid-19 ma non alle incertezze politiche”, scrive l’agenzia, secondo cui le rinnovabili, trainate da Cina e Usa, copriranno circa il 90% dell’aumento della capacità totale di generazione elettrica in tutto il mondo nel 2020; eolico, fotovoltaico o idroelettrico, faranno segnare una crescita del 7% rispetto allo scorso anno, e il valore di Borsa delle società del fotovoltaico intanto è raddoppiato. E nel 2021 a quella stessa capacità si aggiungeranno le iniziative europee, con i progetti fotovoltaici in Germania e Francia e il supporto del Recovery fund.

 

Secondo Margheri il rapporto conferma “lo sforzo che bisogna fare intorno alla crescita e all’innovazione nel settore delle rinnovabili. Una delle grandi sfide sulle rinnovabili è la costituzione di una industry con confini molto estesi: da un lato ci sono le utility, ma dall’altro ci sono tanti nuovi player, quelli nati con la transizione energetica, come il mondo delle startup e dell’open innovation, e i grandi player delle energie storiche, che stanno cominciando a giocare un ruolo fondamentale”. Secondo l’Iea, gli investimenti delle compagnie petrolifere nelle rinnovabili aumenteranno di dieci volte dal 2020 al 2025.

 

 

La versione originale di questo articolo è disponibile sul numero di Fortune Italia di dicembre 2020. Ci si può abbonare al magazine mensile di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

 

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