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De Masi: Ecco come lo smart working trasforma la città

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A chi sostiene che il telelavoro svuoti le città, risponde il sociologo Domenico De Masi: è il lavoro d’ufficio a creare una città che è sempre disabitata per metà. Con lo smart working, invece, si vive una nuova urbanità. La versione originale di questo articolo, a firma di Carlotta Balena, è disponibile sul numero di Fortune Italia di ottobre 2020.

 

Ripensare il lavoro significa ripensare la città. Un mondo che tiene gli impiegati a casa rende inutili i bar per la pausa pranzo, ed essenziali appartamenti più grandi, possibilmente con un affaccio su una macchia di verde. Un mondo senza uffici è un mondo dove non esiste più l’ora di punta in cui tutti si spostano nello stesso momento per timbrare il cartellino (più o meno) alla stessa ora, ma è invece un posto dove tutti sono connessi tramite Internet. “Senza lo smart working le città non sono una, ma due”. Domenico De Masi, sociologo e professore emerito dell’Università Sapienza di Roma, non ha dubbi.

 

Il lavoro d’ufficio come lo intendiamo tradizionalmente impone di vivere la città a metà: “Si vive una città di giorno e l’altra di notte. Quando usciamo di casa la mattina per andare a lavorare lasciamo le case vuote. Lo stesso facciamo la sera quando usciamo dagli uffici. Ogni giorno si creano due città: una è viva ed è abitata di giorno, l’altra di notte. Con grande gioia delle società immobiliari che si fanno pagare affitti doppi. Questo è uno spreco inaudito, come è uno spreco spostarsi tutti i giorni perdendo molto tempo e inquinando l’ambiente. Perché?”. De Masi si è impegnato a dimostrare i benefici del telelavoro fin dagli anni ’70, e oggi è in uscita per Marsilio il suo ultimo libro sul tema, dal titolo evocativo: ‘Smart working’. Il ‘perché’ di De Masi è un quesito che in molti hanno iniziato a porsi con l’avvento della pandemia e con il lockdown, che da un giorno all’altro ha imposto alle aziende di mettere tutti gli impiegati nelle condizioni di lavorare senza uscire di casa.

 

I numeri di questi ultimi mesi sono eloquenti sull’esperimento, riuscito: secondo l’Istat, il 90% delle grandi imprese e il 73,1% di quelle di media dimensione hanno introdotto o esteso il lavoro a distanza per l’emergenza. Alla maggior parte degli impiegati della Pubblica amministrazione è stato offerto di poter lavorare a distanza: secondo i dati del ministro della Pa, Fabiana Dadone, in alcune regioni si sono raggiunte punte di tutto rispetto di lavoro agile: a partire dal 100% raggiunto in Abruzzo, passando per il 98% della Lombardia, il 96% del Lazio e il 94% della Toscana.

 

In tutte le regioni è stato superato abbondantemente il 50% del totale del personale in smart working o telelavoro, ad eccezione della Calabria che si è fermata a quota 46%. Insomma, in questi mesi l’Italia ha avuto una spinta ad una nuova modalità lavorativa. Anche se i problemi non sono mancati e hanno riguardato per lo più la disponibilità di dispositivi con cui lavorare e la bassa alfabetizzazione digitale. “I capi del personale si sono fatti trovare del tutto impreparati: bisognerebbe essere molto più severi con loro. Sono i più pagati del mondo ma non erano assolutamente preparati a mettere i lavoratori nelle condizioni di lavorare. La transizione è avvenuta tutta sulle spalle dei lavoratori che spesso avevano pc inadeguati. Dietro a 8 milioni di lavoratori ci sono 800mila capi: perché non avevano mai fatto prima il telelavoro?”, chiede De Masi, secondo il quale “ormai le ricerche, ed anche la pandemia, hanno dimostrato come il telelavoro aumenti la produttività del 15-20%. È una enormità”.

 

Il ripensamento della città, però, parte da un presupposto: distinguere il telelavoro, che significa fare a casa quello che si fa in ufficio con la stessa modalità e con gli stessi orari, dallo smart working, dove invece si lavora per obiettivi, il tempo che si vuole e dove si vuole. “Quello fatto durante il lockdown non è stato smart working perché non abbiamo vissuto la vita urbana, abbiamo vissuto la vita reclusi in casa. Il vero smart working lo stanno facendo adesso le aziende e la Pa, che ha prorogato il lavoro a distanza fino al 31 dicembre: perché ora si può uscire”. Con lo smart working, sostiene De Masi, la città viene vissuta a pieno perché non vengono a crearsi zone ‘non abitate’ come accade per i quartieri residenziali di giorno o i distretti degli uffici di notte, “quando diventano anche luoghi pericolosi”, proprio perché non c’è nessuno e “muoiono”.

 

Ma senza uffici non si corre il rischio di disintegrare un pezzo dell’economia legata proprio a questi distretti? “Certo, le società immobiliari hanno costruito un doppione delle città. E per quanto riguarda tutte le altre attività, stiamo parlando di sprechi: quando i lavoratori stanno a casa non hanno bisogno delle mense, ma mangiano sicuramente meglio e spendono perfino di più. Al bar ci si va lo stesso, magari per prendere un caffè all’ora che si preferisce e non all’orario imposto. Avevamo costruito un mondo che è necessario per la fabbrica, perché non posso portare a casa la catena di montaggio, ma non è affatto necessario per le professioni che hanno bisogno solo di un computer e una connessione”.

 

Allora parliamo della socialità. Lavorando in casa non si rischia la solitudine? “Di quali relazioni sociali mi parla? Di persone che non si sono scelte e che sono costrette a sopportarsi tutti i giorni? Niente di quello che c’è in un ufficio è stato scelto dal lavoratore. Negli open space si sta come polli da batteria, ognuno segregato nel suo angolo, sentendo i rumori degli altri. Questa roba la chiama socializzazione? Ci sono uffici che sembrano caserme piene di imbecilli talmente abituati alla routine che non sono capaci di ribellarsi, sono codardi. Gli impiegati sono codardi, gli operai invece lottano. Con il lavoro da casa, al contrario, se si vuole avere un momento di solitudine si può avere, se si vuole socializzare lo si fa quando e come si vuole. Quando mi parlano di solitudine mi viene da ridere, uno è isolato in ufficio, non in casa”.

 

La versione originale di questo articolo, a firma di Carlotta Balena, è disponibile sul numero di Fortune Italia di ottobre 2020. Ci si può abbonare al magazine mensile di Fortune Italia a questo link: potrete scegliere tra la versione cartacea, quella digitale oppure entrambe. Qui invece si possono acquistare i singoli numeri della rivista in versione digitale.

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