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Perché serve un governo più forte del Conte 2

(Di Alessandro Fusacchia e Rossella Muroni, deputati*) – È ormai ufficiale e chiara la crisi di governo. Meno chiari sono gli scenari e i tempi con i quali si risolverà. Tutto questo momento pare polarizzato attorno al duo Renzi-Conte e alle rispettive fatwe per cui tanti credono che un nuovo governo con entrambi sia poco plausibile. Serviranno ancora alcuni giorni per capire cosa succederà davvero, e bisogna tutti lavorare per evitare che la soluzione sia posticcia.

 

 

In queste ore si parla molto di un gruppo di senatori che potrebbero portare soccorso all’attuale maggioranza e sostituire i voti di Italia Viva. Vedremo come finirà, a noi pare che il Paese meriti un governo e istituzioni più solide che non qualche modesta sostituzione. Anche perché questa crisi al buio che stiamo vivendo avrà un costo elevato per l’Italia anche in caso di rapida risoluzione, e servirà il prima possibile, sempre che non finisca con elezioni anticipate, riprendere il lavoro a favore di cittadini e imprese con ancora più vigore, chiarezza sulle priorità, capacità di governare e amministrare.

 

In questo anno a mezzo di Conte II abbiamo sostenuto lealmente il governo e siamo stati parte della maggioranza. Ma non abbiamo mai fatto mancare critiche interne costruttive, e in alcuni casi anche pubbliche manifestazioni di dissenso, quando alcune scelte andavano contro le nostre storie e i nostri valori politici, o quando le abbiamo considerate decisamente al ribasso rispetto a ciò che sarebbe servito.

 

Adesso siamo nel pieno della pandemia, con una campagna di vaccinazioni che procede ma comunque in uno scenario molto critico, con la sofferenza ogni giorno crescente di tante lavoratrici e lavoratori – dipendenti o autonomi – delle imprese (a partire da quelle più piccole), e di chi non ha nulla a cui aggrapparsi, perché non lo aveva già prima o perché lo ha perso in questi mesi.

 

Diciamolo chiaramente: l’anno appena iniziato sarà più difficile, non più facile, di quello passato, ed è indispensabile uscire da questa crisi di governo con le idee cristalline e una compagine stabile, che accetti di passare più tempo a discutere al proprio interno e poi a trovare soluzioni confrontandosi con le parti sociali, che non ad inseguirsi sui social.

 

Un governo a qualsiasi costo? Anche no.

 

Noi chiediamo un governo più forte del Conte II e un parlamento che approfitti della battuta d’arresto per fare anzitutto un bagno di umiltà, perché siamo tutti irresponsabili della crisi in corso, per quanto le irresponsabilità non siano equamente distribuite.

 

Chiediamo di concordare una lista di poche ma strategiche cose da fare. Definite non a livello di slogan e titoli di giornale, ma dettagliate e trasparenti rispetto all’impatto su creazione o redistribuzione di ricchezza che determineranno. Scelte non ambigue su come affrontare ancora una lunga pandemia e anticipare la costruzione di un’Italia migliore di quella che avevamo prima dello scorso marzo.

 

Personalmente, sosterremo la formazione di un prossimo governo solo se ci sarà questo salto di qualità. Il banco di prova? Vedremo quanto l’agenda del prossimo esecutivo sarà coraggiosa e progressista. Quanto metterà al centro – non in astratto ma con proposte concrete – le nuove generazioni, le donne, lo sviluppo sostenibile.

 

In particolare su alcuni capitoli di lavoro non possiamo più come Paese, né vogliamo noi come parlamentari, permetterci timidezze o tentennamenti.

 

Queste sono le cinque priorità su cui chiediamo un impegno inequivoco.

 

La prima è chiaramente la sanità, che resta la principale preoccupazione di tutti. Su questo fronte non tutto è andato come doveva, a partire dai tracciamenti, e sicuramente non abbiamo fatto abbastanza per dotarci di un sistema di raccolta, gestione e messa a disposizione pubblica, in formato open, dei dati relativi al Covid-19. Non è più possibile pensare di fare scelte e prendere decisioni che chiedono sacrifici ai nostri concittadini senza avere una chiarezza sui dati che motivano quelle decisioni. Nelle settimane scorse è partita una campagna sui “dati bene comune”. Su questo il prossimo governo deve dare risposte da democrazia matura, all’altezza della sfida per la salute pubblica che stiamo affrontando.

 

Il secondo capitolo è la scuola. Lo ripetiamo da mesi: serve riportare studentesse e studenti in presenza il prima possibile. Bisogna continuare ad accompagnare e stare ancora più vicino a chi non è restato a casa (bambini e ragazzi fino alle medie), mentre serve invece un grande sussulto di orgoglio per concentrare ogni sforzo pubblico sulle scuole superiori. Si intervenga ancora di più sul trasporto pubblico locale e sui test antigenici, e sia dia priorità al personale scolastico nella campagna vaccinale. Invece di denigrarla, si intervenga nel frattempo sulla DAD per rimediare a tutti i limiti che ha finora presentato, partendo dalla formazione obbligatoria di tutti i docenti sulle metodologie didattiche. Si sviluppino programmi di recupero dei debiti formativi accumulati in questi mesi attraverso analisi scuola per scuola, classe per classe, ancora una volta partendo dai dati. E si dia priorità assoluta ad un massiccio piano di sostegno psicologico a favore di studentesse e studenti, prima che questa generazione oggi interrotta diventi una generazione sospesa. Più di tutto, il prossimo governo faccia una programmazione pluri-mensile, per tutto l’anno scolastico in corso. Va fatta adesso, prevedendo più scenari ma assicurando che per ciascuno di questi scenari – compreso il peggiore dal punto di vista dell’evoluzione epidemiologica – gli studenti sentano non di essere stati abbandonati a loro stessi o in balia degli eventi, ma che qualcuno li prende per mano. Questo vuol dire anche lavorare in pieno inverno per non sprecare la prossima estate, e farne quindi un tempo di socialità ritrovata grazie anche alla preparazione e all’aiuto, da chiedere subito, di associazioni e organizzazioni del terzo settore. Vuol dire fare ciò che serve perché il primo settembre tutti i docenti siano in classe, non come quest’anno con migliaia di cattedre vacanti dopo settimane dalla riapertura, e con continui spostamenti di docenti anche una volta assegnate le cattedre, cosa che ha contribuito grandemente a creare precarietà affettiva e di legame con gli studenti, aumentando il senso di spaesamento generale. E si faccia un piano straordinario sulla dispersione scolastica per quelle decine e decine di migliaia di studenti che nel frattempo ci siamo già persi per strada senza neppure rendercene conto.

 

Terza priorità, la transizione ecologica, ma veramente! La proposta di Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR, cosiddetto “Recovery Plan”) varata dal Consiglio dei Ministri mantiene come primo capitolo quello della rivoluzione verde. Poco meno di 70 miliardi di cui poco più di 6 miliardi per l’impresa verde, l’agricoltura sostenibile e l’economia circolare, circa 18 per la transizione energetica e la mobilità locale sostenibile, oltre 15 per la tutela e la valorizzazione del territorio e della risorsa idrica, e poco meno di 30 per l’efficienza energetica e la riqualificazione degli edifici. Una cifra importante e che tuttavia non basta a prorogare anche per il 2023 il superbonus al 110%: male, perché risulta ad oggi l’unico vero intervento di economia sostenibile messo in campo in questa legislatura. Bisogna iniziare a crederci davvero: eolico e fotovoltaico offshore sono citati nel Piano nell’ottica di rafforzare il contributo delle fonti pulite al nostro mix energetico, ma sulle rinnovabili la proposta è ancora al di sotto delle aspettative e lontana dagli obiettivi del Green deal europeo. Si investe, inoltre, sulla generazione pulita di energia ma molto meno in reti intelligenti e sistemi di accumulo, e la grande attenzione per l’idrogeno deve portare a chiarire che si tratta di idrogeno verde. Il Piano è infine troppo timido sui rifiuti: non basta il miliardo e mezzo per la realizzazione di nuovi impianti e l’ammodernamento di quelli esistenti, e per la riduzione del consumo di risorse grazie all’uso di materie prime seconde. Chiediamo che il prossimo governo promuova una Strategia nazionale per l’economia circolare, intesa come prospettiva di sviluppo che investe imprese e territori creando filiere produttive – dalla bioeconomia alla chimica verde – e cittadini più consapevoli, e che porti a nuove regole ad esempio sull’end of waste. Chiediamo poi investimenti che facciano emergere e accompagnino una nuova generazione di giovani imprenditori green. Così come una politica per la rigenerazione urbana e la riqualificazione dei borghi, che permetta di sperimentare forme di rinascita e sviluppo dei territori partendo dall’ibridazione di cultura e tecnologia.

 

Ultimi due temi, sempre strettamente collegati con il PNRR: la parità di genere non può più essere un vezzo retorico buono solo per le dirette social, ma deve trasformarsi in risultati tangibili che permettano di raggiungere la piena emancipazione delle donne nel nostro Paese. Dal lato del welfare e dei diritti, attraverso misure come il congedo di paternità obbligatorio di 3 mesi e una copertura entro 5 anni del 60% dei bambini 0-3 anni nei nidi pubblici; dal lato dell’impresa, con parità salariale reale, incentivi contributivi e fiscali, aggiornamento degli organismi di parità; gender procurement che premi, nell’assegnazione degli appalti, le imprese impegnate a ridurre i divari di genere.

 

Su questo, come su tutto il PNRR, il prossimo governo deve essere netto e non accontentarsi di mediazioni al ribasso, definendo ogni volta obiettivi che siano misurabili.

 

Lo chiediamo con forza da tempo, come Movimenta assieme al Forum PA e al Forum Disuguaglianze Diversità coordinato da Fabrizio Barca, con cui abbiamo lanciato una proposta chiara sulla rigenerazione della PA.

 

Quello della Pubblica Amministrazione è il quinto capitolo per noi cruciale. Capiamo che sia un tema mediaticamente poco sexy, ma è cruciale farsene carico, perché senza amministrazioni che funzionano bene – rinnovate con giovani reclutati con concorsi innovativi e capaci di lavorare per filiere e risultati, non per pezzi di procedimento amministrativo, e grazie ad una digitalizzazione che porti ad una nuova interazione tra PA e cittadini e ad una nuova generazione di servizi pubblici – tutto resta ingabbiato negli uffici di ministeri, regioni e comuni, e il Paese va in blocco e collassa. Di certo, senza un’altra PA, il Paese non gestisce 200 miliardi di fondi europei, che non otterremo semplicemente promettendo di rendicontare bene, e che non possono essere sprecati.

 

In questo contesto, sul generale rinnovamento della PA e più nello specifico sul PNRR, il prossimo governo deve fare un patto, per la legislatura-che-resta, con i sindaci italiani, e deve aprire, all’indomani del voto di fiducia, un confronto acceso con la società sulla base di una chiara indicazione dei risultati attesi, al fine di migliorare la proposta da presentare a Bruxelles e di assicurarne l’attuazione.

 

I francesi chiamano il paracadute di riserva, quello che apri quando il paracadute principale è malfunzionante, “ta dernière chance”, la tua ultima possibilità. Devi restare lucido, aprirlo in fretta, e a quel punto sapere come gestire i venti e orientarti fino ad arrivare a terra.

 

Il prossimo governo è la nostra ultima possibilità di accompagnare il Paese a risollevarsi e a far sì – come chiede pure la campagna “Uno non basta” – che le nuove generazioni siano protagoniste di questo nuovo slancio collettivo.

 

Su questo ci interessa confrontarci. Su questo misureremo quello che accadrà nei prossimi giorni, in Parlamento e fuori, tra le forze politiche.

 

Su questo metteremo tutto ciò che abbiamo imparato negli anni.

 

*Alessandro Fusacchia (Rieti, 1978), vicepresidente del gruppo Misto, è membro della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione, e promotore dell’intergruppo parlamentare sull’Intelligenza Artificiale. È co-fondatore della piattaforma politica Movimenta. Prima di essere eletto ha lavorato per anni presso istituzioni europee, seguendo l’Ecofin e l’Eurogruppo agli incontri G20, e con più ministri italiani, prima al Ministero dello sviluppo economico occupandosi della prima legge italiana sulle startup, in seguito al Ministero degli affari esteri, e ricoprendo infine il ruolo di capo di gabinetto al Ministero dell’istruzione, dell’università, e della ricerca. Ha un PhD dell’Istituto universitario europeo e ha pubblicato tre romanzi.

 

*Rossella Muroni (Roma, 1974), deputata del gruppo Liberi e Uguali, è vicepresidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici. È stata Presidente nazionale di Legambiente, associazione in cui è entrata nel 1996 e di cui nel 2007 è diventata Direttrice, dopo essere stata responsabile e portavoce del settore campagne curando le principali attività di informazione e sensibilizzazione. È stata responsabile nazionale dello sportello legale CGIL dedicato agli studenti. Sociologa, è esperta di sostenibilità ambientale in ambito turistico e di organizzazione dei servizi territoriali. È co-fondatrice di Green Italia e aderisce a Movimenta.

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