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Tassa affitti brevi, la contesa tra Airbnb e l’Italia torna alla Corte di Giustizia Ue

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Torna all’esame della Corte di Giustizia dell’Unione europea la contesa tra Airbnb e lo Stato italiano sulla cedolare secca al 21% sugli affitti a breve. Con un’ordinanza emessa oggi, la Quarta sezione del Consiglio di Stato ha rimesso ai giudici di Lussemburgo la questione della compatibilità con le norme comunitarie della tassa italiana che impone agli intermediari di raccogliere la cedolare secca sugli affitti brevi. A chiedere in udienza, lo scorso 20 dicembre, di rimettere di nuovo la questione ai giudici europei erano state Airbnb Ireland e Airbnb Payments Uk, assistite dagli avvocati Marcello Clarich, Angelo Raffaele Cassano e Sabrina Borocci, dopo che a giugno 2020 una precedente questione pregiudiziale sollevata sempre dal Consiglio di Stato era stata dichiarata “irricevibile” dalla Corte di Giustizia Ue.

 

La cedolare secca sugli affitti brevi è stata introdotta con la manovra correttiva del 2017 (il decreto legge 50/2017, articolo 4, noto anche come ‘legge Airbnb’). La piattaforma aveva impugnato il provvedimento di fronte al Tar Lazio, che a ottobre dello stesso anno, pur riservandosi di approfondire alcuni punti di rilevanza anche comunitaria, aveva respinto la richiesta di sospendere la tassa. Nel 2018 Airbnb ha presentato un ulteriore ricorso al Tar, chiedendo di annullare la cedolare secca, richiesta respinta con sentenza a febbraio 2019 dai giudici amministrativi di primo grado. Airbnb si era allora rivolta al Consiglio di Stato che aveva rimesso gli atti ai giudici europei, salvo vedersi respingere, a giugno, la questione pregiudiziale. La decisione di rimettere di nuovo ai giudici europei la questione della compatibilità delle norme italiane con quelle europee riapre la partita del contenzioso tra il portale telematico e l’Agenzia delle Entrate, sostenuta da Federalberghi.

 

Nell’ordinanza, il Consiglio di Stato, pur non condividendo la tesi della piattaforma, chiede infatti alla Corte di Giustizia Ue di chiarire anzitutto se la norma italiana possa o meno rientrare, come ritiene Airbnb, nella nozione europea di ‘regola tecnica’ dei servizi della società dell’informazione, che avrebbe imposto al legislatore italiano la notifica preventiva della norma alla Commissione europea, pena la sua illegittimità. In particolare i giudici di Lussemburgo dovranno stabilire se rientrino nella nozione di regola tecnica “misure di carattere tributario non direttamente volte a regolamentare lo specifico servizio della società dell’informazione, ma comunque tali da conformarne il concreto esercizio all’interno dello Stato membro, in particolare gravando tutti i prestatori di servizi di intermediazione immobiliare – ivi inclusi, dunque, gli operatori non stabiliti che prestino i propri servizi online – di obblighi ancillari e strumentali all’efficace riscossione delle imposte dovute dai locatori”.

 

Alla Corte di Giustizia viene inoltre chiesto di chiarire “se il principio di libera prestazione di servizi di cui all’art. 56 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (Tfue)” sia o meno contrario a “una misura nazionale che preveda, a carico degli intermediari immobiliari attivi in Italia – ivi inclusi, dunque, gli operatori non stabiliti che prestino i propri servizi online – obblighi di raccolta dei dati inerenti ai contratti di locazione breve conclusi loro tramite e successiva comunicazione all’Amministrazione finanziaria, per le finalità relative alla riscossione delle imposte dirette dovute dai fruitori del servizio” e, nel caso di contratti di locazione a breve come quelli stipulati tramite Airbnb, “l’obbligo di operare, per le finalità relative alla riscossione delle imposte dirette dovute dai fruitori del servizio, una ritenuta su tali pagamenti con successivo versamento all’Erario”. I giudici europei dovranno pronunciarsi anche sulla possibile violazione della direttiva sul mercato interno (2006/123/Ce) e di quella sul commercio elettronico (2000/31/Ce).

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