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Welfare, cosa fanno le aziende contro la povertà?

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Dal welfare al wellness. La tendenza in atto – almeno nelle organizzazioni aziendali di maggiori dimensioni – è evidente, ancora di più nel corso di questa emergenza sanitaria. La centralità delle risorse umane si impone anche con una profonda rivisitazione delle prestazioni di welfare. Appunto, fino a inaugurare una stagione di wellness. Obiettivo: benessere a tutto tondo.

Paolo Gardenghi, welfare manager di uno dei provider più attivi sul mercato italiano, Up Day, è un attento osservatore delle dinamiche aziendali in relazione alla gestione delle risorse umane. Promotore di soluzioni di welfare aziendale per decine di imprese clienti di Up Day, è anche un indagatore dei mutamenti in atto. “In particolare, credo che le aziende debbano chiedersi seriamente se e cosa stanno facendo per sconfiggere la povertà che è anche uno dei 17 obiettivi dell’agenda ONU sullo sviluppo sostenibile. Purtroppo, la fragilità socioeconomica non è più solo ai margini e non è più peculiarità di chi è escluso dal mondo del lavoro. Il problema delle disuguaglianze ha effetti dirompenti sui consumi e sull’economia intera”.

Povertà in azienda? È una nuova emergenza, proprio quando si progetta l’evoluzione dal welfare al wellness?

Povertà e povertà educativa, declino delle nascite, parità di genere, supporto alla genitorialità, conciliazione casa lavoro: a mio parere sono temi sempre più urgenti. Peraltro, queste considerazioni stonano con la tendenza delle aziende più floride e strutturate a superare i benefit per sposare politiche di wellness addirittura con l’ambizione di determinare la felicità dei propri dipendenti. Insomma, abbiamo aziende con la maggioranza dei lavoratori che pur essendo dipendenti regolarmente contrattualizzati, vivono sotto la soglia di povertà assoluta (non relativa) e altri che collaborano con aziende che si preoccupano di chi porterà fuori il cane del loro dipendente domani mattina. Quanto potrà essere sostenibile questa situazione?

Potremmo parlare di complessità, per trovare una via di uscita retorica. Ma i problemi restano tutti.

Viviamo una transizione drammatica, anche per chi si occupa della protezione e del benessere dei propri collaboratori. Oggi la nascita di un figlio sta diventando una delle principali cause di povertà, ormai è seconda solo alla perdita del lavoro. Anche in quest’ambito, le aziende possono fare molto grazie ai loro sistemi di welfare e all’integrazione virtuosa con il territorio.

Eppure il contesto regolamentare e politico non sembra dei più favorevoli.

Vero. Basti pensare alla mancata approvazione di due norme pro-welfare aziendale che avrebbero favorito una maggiore protezione dei lavoratori. Penso al mancato aiuto alla mobilità sostenibile e al mancato rinnovo del raddoppio dell’esenzione fiscale per i benefit.

Questo è il congedo del Governo Conte. Qualcosa potrebbe cambiare.

Basterebbe una buona razionalizzazione. Stanno aumentando sempre più gli incentivi, le agevolazioni ed i bonus emessi dagli enti pubblici, sia a livello centrale, sia a livello locale. Spesso questi si sovrappongono o vanno a integrarsi con i benefit erogati dalle aziende, come a esempio, le agevolazioni per i servizi di baby sitting. Questa sovrapposizione di incentivi genera una moltiplicazione di bonus non riscossi. C’è chi ha stimato che ci sono almeno 9 miliardi di bonus non consumati. In media 350 euro a famiglia.

Una follia, anche perché i buoni spesa sono sempre più apprezzati dai lavoratori, come strumento basico di welfare aziendale.

In questo caso viene in soccorso una recente indagine di Tecné che indica le preferenze dei lavoratori: il 69,4% vorrebbe buoni spesa, 55,8% buoni carburante, 38% buoni pasto. Solo il 5,4% vorrebbe strumenti di previdenza integrativa nel suo piano di welfare aziendale.

Al netto di una lungimiranza modesta, resta il segnale forte del breve periodo.

Non è solo un approccio da orizzonte limitato. La preferenza per i voucher, o buoni spesa, ha effetti positivi. Anche perché una politica di favore del welfare aziendale aiuterebbe la ripresa economica del Paese. L’utilizzo di una integrazione salariale che faccia ricorso ai buoni spesa, buoni carburante o buoni pasto avrebbe un impatto positivo sui consumi: si stima un incremento del 2,3%. E addirittura una quota di Pil aggiuntivo di poco meno di un punto.

 

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