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Consiglio Stato conferma multa e ‘gogna’ per Facebook

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Il Consiglio di Stato è più preoccupato degli utenti, che evidentemente non temono di seminare pezzi della propria identità in giro per il web: ha confermato la decisione dell’Antitrust che condanna Facebook ad appendersi la gogna al collo, oltre a dover versare 5 milioni di euro di multa, per aver ingannato i propri utenti sulla gratuità dell’adesione e dell’uso della piattaforma social.

La vicenda parte dalla decisione dell’Autorità garante per la concorrenza e il mercato che, nel novembre del 2018, ha sanzionato la società per non aver informato adeguatamente i propri utilizzatori circa l’uso che sarebbe stato fatto dei loro dati personali, ‘succhiati’ proprio attraverso l’uso delle bacheche elettroniche personali. Una manciata di milioni, visto il fatturato miliardario ricavato dal gruppo, a cui forse peserà di più la sanzione aggiuntiva dell’obbligo di pubblicare la sentenza o un messaggio che informi gli utenti dei messaggi ingannevoli diffusi dalla società.

In prima battuta, l’Antitrust, aveva inflitto anche una seconda multa per pratiche commerciali scorrette, che secondo i giudici amministrativi, sia di primo che di secondo grado, tuttavia non sono state dimostrate dall’Autorità e per questo cancellate.

Il processo ha avuto dei tratti surreali. Nelle carte presentate dalla società, infatti, si è ha cercato di sostenere la tesi che la gestione commerciale dei dati, e la profilazione a fini pubblicitari, fatta dal gruppo non ha rilevanza economica, anche se la raccolta di banner e messaggi promozionali, rappresenta il 98% del fatturato della dipendenza irlandese di Facebook. La tesi non ha sfondato fra i giudici. A fronte della promessa gratuità del servizio, scrivono i magistrati amministrativi “l’utente era indotto ad accedere per ottenere i vantaggi “immateriali” costituiti dalla adesione e coinvolgimento in un social network in seguito all’iscrizione nella piattaforma mettendo a disposizione i propri dati personali, che venivano dunque coinvolti nella profilazione a fini commerciali senza che l’utente fosse stato reso edotto in modo efficace dell’esatta portata di tale utilizzo”.

Per questo e per aver protratto a lungo nel tempo queste pratiche, il Consiglio di Stato ha confermato anche la pena accessoria. Una dichiarazione rettificativa, che dovrà essere accettata dall’Antitrust e giudicata sproporzionata dai legali di Facebook, che per 20 giorni dovrà apparire “al primo accesso di ciascun utente registrato italiano sulla propria pagina personale a partire dalla mezzanotte del quarantacinquesimo giorno dall’avvenuta notificazione del provvedimento, attraverso un pop-up a schermata intera”. Nella prima versione, iniziava così: le società Facebook e Facebook Ireland “non hanno informato adeguatamente ed immediatamente i consumatori, in fase di attivazione dell’account, dell’attività di raccolta, con intento commerciale, dei dati da loro forniti. In tal modo hanno indotto i consumatori a registrarsi sulla Piattaforma Facebook, enfatizzando la gratuità del servizio” e continuava con un dettaglio sull’uso di quelle informazioni.

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