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Ilva, 22 anni a Fabio Riva, 20 a Nicola Riva in primo grado. Condannato Vendola

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Ilva condanne pesanti Riva Vendola

Ventidue e venti anni, rispettivamente, a Fabio e Nicola Riva, ex proprietari e amministratori dell’Ilva. Si chiude con condanne pesanti il primo grado del processo ‘Ambiente Svenduto’ sull’inquinamento prodotto dall’impianto siderurgico di Taranto a carico di 47 imputati (44 persone e 3 società) accusati, a vario titolo, di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, avvelenamento di sostanze alimentari, corruzioni in atti giudiziari, omicidio colposo e altre imputazioni.

La confisca degli impianti

Dopo cinque anni e 329 udienze, questa mattina la presidente della Corte d’Assise di Taranto, Stefania D’Errico, ha letto in aula il dispositivo della sentenza, accolta con grida di giubilo dalle associazioni ambientaliste, dai comitati cittadini a tutela della salute e dai rappresentanti delle oltre mille parti civili presenti. La Corte ha anche disposto la confisca degli impianti dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto per il reato di disastro ambientale imputato alla gestione Riva, così come chiesto dai pm. La confisca non ha tuttavia alcun effetto immediato sulla produzione e sull’attività del siderurgico di Taranto, e sarà operativa solo nel momento in cui dovesse essere confermata fino all’ultimo grado di giudizio. Al momento resta quindi efficace il sequestro con facoltà d’uso da parte dell’attuale gestore dell’impianto disposto nel 2012. I giudici hanno inoltre stabilito la confisca per equivalente del profitto illecito nei confronti delle tre società Ilva spa, Riva Fire spa, oggi Partecipazioni Industriali spa in liquidazione, e Riva Forni Elettrici per una somma di 2 miliardi e 100 milioni di euro in solido tra loro.

Le altre condanne

L’accusa aveva chiesto la condanna di 35 imputati. Altre a Fabio Riva e Nicola Riva, per i quali i pm avevano chiesto, rispettivamente, 28 e 25 anni di reclusione, tra i condannati figurano, tra gli altri, anche Adolfo Buffo, ex direttore dello stabilimento di Taranto (condannato a 4 anni), l’ex direttore del siderurgico Luigi Capogrosso (21 anni), Girolamo Archinà, ex consulente dei Riva per le relazioni istituzionali (21 anni). Condanna a tre anni e mezzo di reclusione (la richiesta dell’accusa era 5 anni) per l’ex presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, per concussione aggravata in concorso, in quanto, secondo gli inquirenti, avrebbe esercitato pressioni sull’allora direttore generale di Arpa Puglia, Giorgio Assennato, per ‘ammorbidire’ la posizione dell’Agenzia nei confronti delle emissioni nocive prodotte dall’Ilva. Assennato, per il quale i pm avevano chiesto 1 anno perché avrebbe taciuto delle pressioni subite dall’ex governatore, è stato condannato a 2 anni. Il dirigente, che ha sempre negato di aver ricevuto pressioni da Vendola, aveva rinunciato alla prescrizione. Condanna a 3 anni anche per l’ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido, accusato di aver fatto pressione sui dirigenti della sua amministrazione perché concedessero l’autorizzazione all’Ilva per l’utilizzo della discarica interna alla fabbrica. Stessa pena per per l’ex assessore provinciale all’ambiente Michele Conserva.

Vendola annuncia l’appello

“Mi ribello ad una giustizia che calpesta la verità. Una sentenza che colpisce chi non ha mai preso un soldo dai Riva, che ha scoperchiato la fabbrica, che ha imposto leggi contro i veleni. Ho taciuto per 10 anni, difendendomi nelle aule di giustizia. Ora non starò più zitto”, ha scritto Vendola in una nota dopo la sentenza. “È come vivere in un mondo capovolto – aggiunge Vendola – dove chi ha operato per il bene di Taranto viene condannato senza l’ombra di una prova. Una mostruosità giuridica avallata da una giuria popolare colpisce noi, quelli che dai Riva non hanno preso mai un soldo, che hanno scoperchiato la fabbrica, che hanno imposto leggi all’avanguardia contro i veleni industriali. Appelleremo questa sentenza, anche perché essa rappresenta l’ennesima prova di una giustizia profondamente malata”. Assolto, invece, l’ex prefetto di Milano ed ex presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, che si era insediato come presidente del Cda di Ilva a luglio 2012, poche settimane prima del sequestro degli impianti da parte della magistratura.

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