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Epifani, l’uomo delle eredità difficili

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Una personalità affidabile, capace di raccogliere eredità pesanti. È successo per due volte, nelle sue due esperienze più significative, la guida della Cgil e la segreteria del Pd. Guglielmo Epifani ha ricevuto il testimone da Sergio Cofferati, l’uomo che era stato capace di portare in piazza 3 milioni di persone in difesa dell’articolo 18, portando avanti la sua idea di sindacato. Quando è stato chiamato al capezzale del Partito Democratico, dopo le dimissioni di Pier Luigi Bersani, ha garantito la tenuta di un partito lacerato dal conflitto post sconfitta (o mancata vittoria) elettorale e non ancora formalmente renziano. C’è stato un filo conduttore che ha unito i due passaggi: l’impegno per i lavoratori e la visione riformista.

Due priorità che Epifani ha sempre tenuto ferme, con i modi e con le caratteristiche di un leader forte di una cultura solida e di buone maniere, non solo di facciata. Aveva soprattutto il rispetto per il ruolo degli altri, perché il potere che ha avuto non è mai stata un’arma da usare contro qualcuno. Anche nel rapporto con i giornalisti, quando magari le cose andavano puntualizzate o contestate, lo scontro era l’ultima strada da prendere in considerazione.

Epifani, Pezzotta (poi Bonanni) e Angeletti. I leader di Cgil, Cisl e Uil ‘pesavano’ più dei loro colleghi di oggi e ancora avevano la forza contrattuale per spostare la politica economica. I contrasti tra di loro hanno segnato scelte diverse, con la Cgil spesso all’opposizione e Cisl e Uil più governiste. Un ricordo aiuta a comprendere come Epifani viveva la sua missione. A ottobre 2008 Cisl e Uil firmavano un accordo separato sul rinnovo del contratto del pubblico impiego. Nella reazione di quel giorno c’è molto dell’Epifani leader della Cgil: “Noi abbiamo la coscienza pulita. Non giochiamo mai contro altri, ma non vorrei che per altri sia il contrario: che si vince quando si divide?”. Parole dure, a cui seguiva però un ragionamento profondamente riformista. “Dobbiamo evitare che la rottura ci consegni una logica identitaria. Siamo orgogliosi noi, ma dobbiamo andare oltre. Noi non abbiamo nemici, non li avremo e non li vogliamo avere”.

La chiave è sempre stata la mediazione. Con lo sforzo di tenere insieme, di riavvicinare quando le distanze si facevano più consistenti. Una propensione che in tanti hanno associato anche a una carenza di leadership. Chi lo ha frequentato di più assicura che il primo segretario non comunista della storia della Cgil sia stato sempre soprattutto coerente con la sua storia personale, quella di un uomo capace di gestire passaggi complicati senza rinunciare mai alla propria identità. Dote rara, riconosciuta oggi da tutti quelli che lo ricordano nel giorno della sua morte.

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