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La fine ingloriosa di Alitalia

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Si avvicina il 15 ottobre, la data in cui smetterà di volare Alitalia e inizierà l’operatività della nuova Ita. È arrivata la fine, ingloriosa, di una lunga e travagliata storia di impresa. La compagnia di bandiera è stata negli anni tante cose diverse, con un denominatore comune: una dimensione sbagliata, frutto delle pessime scelte della politica, degli sprechi, degli errori di gestione.

La compagnia è cresciuta svolgendo un ruolo non suo, quello di un gigantesco ammortizzatore sociale capace, soprattutto per il Sud, di garantire un bacino di impiego sicuro. Troppo grande, quindi. Oppure, troppo piccola. Perché se invece si vanno a vedere i concorrenti, le compagnie a cui Alitalia avrebbe dovuto contendere il mercato, è sempre mancato quel salto dimensionale che avrebbe consentito un percorso diverso. È rimasta per decenni in un limbo scandito da crisi cicliche, risolte senza soluzioni strutturali, lasciando che le scorie del passato si stratificassero, fino a rendere impossibile un vero risanamento.

Alitalia, di fatto, è fallita e risorta più volte di quanto non dicano i passaggi formali, quelli dei commissariamenti. Guardando solo agli anni 2000, il balletto fra privatizzazioni (quelle fallite e quelle riuscite), estenuanti trattative per arrivare a una fusione con un partner internazionale (puntualmente fatte fallire dagli interessi politici), cordate (più o meno improvvisate) e la rinazionalizzazione finale, la storia della compagnia è un susseguirsi di tentativi, di compromessi, di passi falsi.

La grande occasione si consuma, a più riprese, nel tentativo di arrivare a una fusione con Air France. Una prima ipotesi di matrimonio viene bloccata nel 2002 dal secondo governo Berlusconi. Nel marzo 2008, quando Alitalia ha già accettato l’offerta vincolante della compagnia francese, voluta dall’allora premier Romano Prodi, diventa uno dei principali temi della campagna elettorale e sempre il no fermo di Silvio Berlusconi (ricordare lo slogan ‘i francesi porterebbero i turisti a visitare i castelli della Loira invece che le città italiane’) determina il passo indietro di Air France. Inzia la stagione dei prestiti ponte, con le discussioni sempre aperte con Bruxelles, e i tentativi di tenere in Italia la proprietà di Alitalia. E si passa, con estrema disinvoltura, da una nuova Alitalia all’altra, lasciando in giro le bad company. L’esperienza di Cai, la cordata guidata da Roberto Colaninno, inizia nel 2009 ma è già in difficoltà a metà 2012, quando l’ennesima crisi suggerisce di tornate a guardare all’estero. A fine 2013, una ricapitalizzazione consistente coinvolge anche Poste Italiane. All’inizio del 2015, dopo una trattativa durata più di un anno, il matrimonio con la compagnia degli Emirati Arabi, Etihad, e la regia di Luca Cordero di Montezemolo. A maggio 2017, a causa di un bilancio disastroso, la compagnia torna in amministrazione straordinaria. Accumulando perdite e bruciando risorse pubbliche, si arriva alla rinazionalizzazione e alla nascita di Ita.

Ripercorrere velocemente, e sommariamente, la storia serve a non perdere di vista il problema fondamentale di Alitalia: la dimensione industriale. Tanto che oggi, con Ita, si torna al punto di partenza. È troppo grande per essere piccola e troppo piccola per essere grande e Alfredo Altavilla e Fabio Lazzerini, presidente e amministratore delegato, non posssono far altro che guardare alla soluzione di sempre: le alleanze internazionali. Bisognerà capire con chi e a quali condizioni, ma la strada è obbligata. Archiviando la fine ingloriosa di Alitalia.

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