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Delocalizzazioni imprese, la verità sulla Loi Florange

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In Italia non esistono percorsi di ‘testing’ di nuovi interventi legislativi e ci si basa sul funzionamento o meno delle leggi esistenti. Anzi no, non esiste neanche un bilancio oggettivo che sarebbe d’obbligo leggendo i dati sui risultati prodotti dalle leggi esistenti. Il decreto Dignità elaborato dal governo Conte 1, oltre ai disastri che hanno aumentato l’effetto di sostituzione e ridotto di durata i contratti temporanei senza incrementare i contratti a tempo indeterminato, conteneva una parte ‘anti-delocalizzazioni’.

Bene, quelle misure non hanno sanzionato alcuna azienda né fatto cambiare propositi ad aziende che volevano delocalizzare. Non solo. In Whirpool c’è stata anche la beffa, passata dalla minaccia dell’allora ministro Di Maio di recuperare i finanziamenti pubblici erogati all’azienda alla promessa di erogarne altri da regione e governo nazionale in caso di cambio di decisione. Il dl Orlando-Todde non tiene conto dei risultati della legge in vigore e ne perpetua l’impostazione sbagliata. Sia chiaro, che le aziende siano vincolate alla responsabilità sociale nei confronti del territorio e dei lavoratori, con informazione preventiva e vincoli rispetto ai finanziamenti pubblici, è assolutamente condivisibile.

Cosa prevede la bozza del dl anti-delocalizzazioni? In estrema sintesi, secondo lo schema del provvedimento, si introducono per le aziende sopra un certo numero di dipendenti (potrebbe essere intorno a 100) sei mesi di preavviso prima della chiusura e dell’avvio della procedura di licenziamento, con l’indicazione delle ragioni economiche, finanziarie, tecniche o organizzative del progetto di chiusura, il numero e i profili professionali del personale occupato e il termine entro cui è prevista la chiusura. Previsto anche l’obbligo di presentare un piano di ‘mitigazione’ delle ricadute occupazionali e un percorso di reindustrializzazione di almeno 3 mesi durante i quali va cercato un potenziale acquirente. Oltre a sanzioni pari al 2% del fatturato per chi se ne va nei 3 (o 5) anni successivi all’incasso di fondi pubblici. Se le sanzioni, già previste dalle leggi in vigore, si sono rivelate come vedremo armi spuntate, la falla più evidente riguarda la procedura di reindustrializzazione.

Viene costituita una ‘struttura per la crisi della impresa’, che deve chiudere l’esame del piano entro trenta giorni dalla sua presentazione. Sentite le organizzazioni sindacali e l’Anpal, approva il piano qualora dall’esame complessivo risultino sufficienti garanzie di salvaguardia dei livelli occupazionali. Il procedimento rischia di essere molto ‘barocco’ e di poca sostanza, per cui passati i 6 mesi, espletate le procedure, l’azienda ottiene una sorta di via libera. Nelle aziende sindacalizzate i 6 mesi di tempo, con atteggiamenti piuttosto maldestri, sono previsti quasi sempre. Scoprimmo la decisione di Whirlpool di chiudere Napoli per alcune slide circolate con una X rossa sullo stabilimento di Napoli. Ma sono cambiati due governi da allora e l’azienda non ha cambiato intenzioni. Nel decreto cosa accade se non si trova un acquirente? Nulla. Potrei scrivere un libro sui finti acquirenti che si sono affacciati in questi anni nelle vertenze industriali. Ricordo una cordata cinese che voleva acquistare Alcoa e aveva sede legale in un negozio di materiale elettrico di Lucca.

Il dl Orlando-Todde si propone finalità giuste ma si esaurisce in strumenti inefficaci e solo propagandistici. Non a caso si ispira alla Loi Florange, approvata dal presidente francese Francois Hollande in campagna elettorale. Florange è lo stabilimento di Arcelor Mittal con un forte valore simbolico: lì furono fatte le colate di acciaio per costruire la Torre Eiffel sotto la proprietà della cooperativa Sollac, poi Unisor e ArcelorMittal. Nel 2018 la conferma della chiusura dell’area a caldo, con la decisione di non far ripartire gli altiforni, fermi dal 2012, e continuare lo sviluppo della produzione di prodotti finiti e della zincatura. In sostanza la legge francese si ispira a una vertenza in cui l’intervento non ha funzionato e la legge italiana si ispira alla legge francese. Forse, prima delle ispirazioni bisognerebbe verificare gli effetti. Come ha ricordato il ministro delle Politiche agricole, Stefano Patuanelli. E forse bisognerebbe riferirsi a esperti diversi da quelli che hanno suggerito provvedimenti tutti teorici che hanno salvato la coscienza nella propaganda dei vari governi ma hanno lasciato soli i lavoratori. Cosa fare? Analizzare il Paese che attrae più investimenti diretti esteri, la Germania. I salari e le competenze sono alti. La Pa, la giustizia, le infrastrutture, l’innovazione sono vicine a persone e imprese. Ma rinunciare alla propaganda è dura per chi la usa per costruire la sua fortuna politica.

 

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