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Quirinale, verso il Colle più alto

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Tra meno di cinque mesi il Parlamento sarà convocato in seduta comune per procedere alla elezione del nuovo presidente della Repubblica. Inutile dire che già oggi ogni azione politica, di ciascun partito e persino di ciascuno dei singoli esponenti di ciascun partito, risulta influenzata da quella scadenza. Anche chi non ha mai frequentato il Parlamento sa che il Quirinale è la meta più ambita da tutti i leader italiani.

Nella storia dell’Italia repubblicana quasi mai le previsioni formulate alla vigilia della elezione del capo dello Stato sono state confermate. Anche senza arrivare alle tragiche circostanze del 1992, quando la strage di Capaci sbarrò la strada alle ambizioni di un leader di primo piano come Giulio Andreotti (la storia è stata perfettamente immortalata nella superba interpretazione delle meccaniche dell’elezione del presidente offerta da Paolo Sorrentino nel Divo), spesso fondate aspettative personali sono state vanificate, solenni promesse disattese, elaborate strategie fallite. Detto questo, se semplicemente si guardasse al cursus honorum, agli indicatori di consenso, alla credibilità personale interna e internazionale, il nome che si imporrebbe per la successione al presidente Mattarella è sicuramente quello di Mario Draghi.

Senonché c’è un ma grande quanto una casa. Oggi come oggi il governo Draghi rappresenta il difficile punto di equilibrio in un Parlamento frammentato, attraversato da vasti episodi di trasformismo, in cui non esiste alcuna maggioranza precostituita o che abbia raccolto il consenso sufficiente nelle elezioni del 2018. Per di più il governo Draghi ha posto rimedio alle più evidenti inadeguatezze di chi lo ha preceduto nella gestione di una pandemia senza precedenti nell’ultimo secolo. Infine, non vi è alcun dubbio sul fatto che i nostri partner europei preferiscono affidare a lui le ingenti risorse che il Next generation Eu destina all’Italia, rispetto a qualunque governo alternativo oggi ipotizzabile. Così come la Banca centrale europea è più propensa ad acquistare i titoli del debito pubblico italiano se a guidare il Paese c’è il suo past president. La salita al Quirinale di Mario Draghi interromperebbe questo esperimento di ‘grande coalizione’ all’italiana, farebbe probabilmente precipitare il quadro politico verso elezioni anticipate, in una situazione nella quale appare improbabile, per non dire impossibile, che ne emerga un nuovo governo dotato di altrettanta credibilità interna e internazionale. Senza dire che non sembra esistere in Parlamento, allo stato delle cose, il consenso necessario per spingere Draghi verso il Quirinale. Potrebbero preferire questa soluzione i partiti che vedono con favore le elezioni anticipate, prevedendo un proprio successo, quindi in primis la Lega tra i partiti della maggioranza e il principale partito di opposizione, cioè Fratelli d’Italia. Ma non il Movimento 5 stelle, il Pd e Forza Italia, che visibilmente temono le urne.

Quindi, Draghi può salire al Quirinale (si prescinde qui dai suoi personali desideri che nessuno conosce, e c’è da scommetterci nessuno conoscerà) solo in uno scenario: quello nel quale, in un empito di senso di responsabilità, le forze che compongono l’attuale maggioranza stipulino un patto secondo il quale Mario Draghi, una volta asceso al Colle, indicherebbe egli stesso un nuovo capo del governo di sua fiducia che, sostenuto dalla stessa maggioranza di oggi, porterebbe alla scadenza naturale del 2023 la legislatura. Patto niente affatto facile da stipulare, difficile da far rispettare, e che preluderebbe a un ruolo più attivo del nuovo inquilino del Quirinale, secondo un modello interventista che non è affatto escluso dalla Costituzione ma che fin qui è stato poco praticato da coloro che si sono succeduti sul Colle.

Se non si concretizzasse questo difficile percorso, diverrebbe forse possibile la conferma del presidente Mattarella. Conferma che egli ha dichiarato di non desiderare affatto, ma che potrebbe essere indotto ad accettare se lo scontro parlamentare per l’elezione di un nuovo presidente si protraesse a lungo, acuendo i litigi tra le forze politiche e finendo per far crollare quel quadro politico – governo di tregua istituzionale – che lo stesso Mattarella con tanta fatica è riuscito a mettere in piedi. Ciò non vuol dire che tra i numerosi aspiranti al Colle non ve ne siano di eccellenti, dotati dell’esperienza, delle capacità e del prestigio necessari per svolgere quel ruolo. Ma la situazione si è messa in un modo tale che, uscendo dalle due soluzioni ipotizzate, si entrerebbe in un terreno incognito, nel quale sarebbero messi a rischio interessi vitali per il Paese.

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