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Lo smart working, Brunetta e i dipendenti pubblici

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Le parole sullo smart working del ministro della Pubblica amministrazione, Renato Brunetta, hanno fatto rumore. E i social network hanno innescato una valanga di commenti, quasi tutti risentiti, e una buona dose di insulti, soprattutto da parte dei dipendenti pubblici. Le analisi, i giudizi e soprattutto le esperienze sullo smart working nel pubblico impiego sono diverse tra loro e, l’obiezione è corretta, mancano numeri inequivocabili sui livelli di produttività assicurati nei diversi settori dell’amministrazione.

Resta però un dato di fondo, che ieri è stato sintetizzato in questo commmento: purtroppo, Brunetta ha ragione. Vale la pena argomentarlo meglio. Brunetta ha ragione quando dice che quello applicato nei mesi dell’emergenza Covid non è smart working, lo definisce ‘lavoro a domicilio’, e ha ragione quando sostiene che non è questa la strada percorribile per il futuro. Ha ragione anche quando sostiene che il problema principale è stata l’incapacità di garantire i servizi pubblici essenziali. O, almeno, una parte dei servizi essenziali.

Perché ‘purtroppo’? Perché non è interesse di nessuno che lo smart working nella Pubblica amministrazione non funzioni. Non è interesse dei cittadini che devono accedere ai servizi; non è interesse dei dipendenti pubblici, che devono poter contare su un’organizzazione del lavoro efficiente che contempli lo smart working e non il lavoro a domicilio; non è interesse dello stesso ministro della Pubblica amministrazione. Non solo. Lo smart working è un’opportunità e uno strumento che può e deve migliorare sia la produttività sia la qualità della vita del lavoratore, a partire dal dipendente pubblico.

Perché questo accada, sono diverse le condizioni indispensabili. Aumentare il livello di digitalizzazione, che vuol dire non solo poter contare sugli strumenti adeguati ma anche su una formazione che consenta di utilizzarli al meglio. Creare un’organizzazione del lavoro che consenta di integrare il lavoro da remoto con quello fisico, non solo evitando di perdere produttività ma, al contrario, accrescendola. Affrontare il tema contrattuale, per trovare regole che consentano di mettere insieme efficienza e diritti. Costruire un modello di verifica degli obiettivi e della produttività che non sia punitivo ma, al contrario, capace di valorizzare le competenze e il merito.

Si potrebbe andare avanti ancora a lungo. Perché, e su questo punto torna ad avere ragione Brunetta, lo smart working non è quello che è stato sperimentato finora. È stato utile, anzi indispensabile, per far sì che il lavoro andasse avanti comunque nell’emergenza. Ma deve diventare un’altra cosa.

L’altro tema strettamente legato alle parole del ministro è la reputazione e il valore del dipendente pubblico. Sostenere che lo smart working nella pubblica amministrazione non abbia funzionato, almeno non come avrebbe dovuto, non vuol dire esprimere un giudizio sulla professionalità e la dedizione al lavoro di molti dipendenti pubblici. Al contrario, vuol dire mettere in evidenza un problema e cercare le soluzioni per risolverlo. Un obiettivo che dovrebbe essere condiviso proprio dalla quota, sicuramente maggioritaria, di dipendenti pubblici che vogliono svolgere al meglio il proprio lavoro.

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